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Indice Franco Pezzella
 
 
Un ciclo di affreschi di Giuseppe Aprea nella chiesa di
S. Maria della Misericordia di Pignataro Maggiore
 
Fig.1 - Gli affreschi
 

Nel 1913, poco prima che la Grande Guerra sconvolgesse, con la morte di 15 giovani e un non meglio precisabile numero di mutilati, la tranquilla e laboriosa comunità di Pignataro Maggiore, la chiesa di Santa Maria della Misericordia fu decorata, con un estesa serie di affreschi, dal pittore napoletano Giuseppe Aprea. Il ciclo andava a completare l'ampliamento e l'abbellimento - portati a compimento tra il 1766 e giustappunto il 1913 come è attestato da un'epigrafe posta sull'arcone dell'abside - dell'antica omonima cappella annessa alla Casa Vescovile, elevata a chiesa parrocchiale nel 1742 per maggiore comodità del popolo e del clero in sostituzione della chiesa di San Giorgio Martire, posta ai piedi dell'omonimo colle a nord del paese; laddove, poco prima dell'anno Mille, gli abitanti della vicina Calvi si erano rifugiati per sfuggire alle continue scorrerie dei saraceni dando vita a vari agglomerati di casolari. Peraltro, mentre portava a compimento gli affreschi della Misericordia, Aprea - che fu oltremodo, secondo una tendenza in voga in quel frangente tra gli artisti partenopei, un passionale paesaggista - realizzò un dipinto ad olio raffigurante la chiesa di San Giorgio immersa in un paesaggio pieno di luce e di sentimento, quello stesso che avrebbe presentato, più tardi, nel 1920, ad una mostra tenutasi a Napoli in quell'anno. Tornando agli affreschi della Misericordia, va subito evidenziato che essi si svolgono, entro cornici modanate in stucco, sulla calotta dell'abside (Fig.1), sulla volta e sulle dieci lunette che sovrastano gli altrettanti finestroni dell'unica navata (Fig.2). I dipinti che ornano la calotta absidale raffigurano, nella lunetta centrale posta immediatamente sopra al finestrone che illumina il presbiterio, San Giorgio nell'atto di trafiggere il drago, mentre le due volte laterali sono decorate con riquadri raffiguranti schiere di Angeli in volo che omaggiano il santo con ghirlande di nastri e fiori (Fig.3), di cui, quello a sinistra, risulta firmato e datato, nonché integrato da una postilla che indica la città di provenienza del pittore, in basso a sinistra (Giuseppe Aprea / Napoli 1913) (Fig. 4). Il ciclo prosegue nella volta a botte sulla quale si osservano, in corrispondenza delle cappelle sottostanti, cinque riquadri, che, inseriti in cornici mistilinee, raffigurano, come negli affreschi absidali, schiere di Angeli in volo con ghirlande di nastri e fiori (Fig.5). Le lunette di destra della volta raffigurano, invece, a partire dall'ingresso e identificati, talvolta, oltre che dall'epigrafe in calce, dai corrispettivi attributi iconografici, gli apostoli: S. Simone con un libro in mano, S. Filippo che abbraccia la croce, S. Giacomo il Minore, che, come nella maggioranza delle sue rappresentazioni, appare, tuttavia, privo di un qualsiasi attributo iconografico, S. Giovanni, stranamente privo anch'egli di attribuito, eppure riconoscibile per l'aspetto quasi infantile, e S. Pietro, con la chiave, simbolo dell'autorità papale (Fig.6). Di rincontro a queste figure troviamo quelle: di S. Andrea nell'atto di abbracciare una croce, che ancorché non decussata, formata cioè da due legni inclinati, con la quale fu martirizzato, vuole ricordare lo strumento del suo supplizio, di S. Bartolomeo, rappresentato come un uomo anziano con barba e capelli bianchi e con in mano un coltello, lo strumento col quale fu scorticato, di S. Tommaso, che in quanto architetto e uomo di cultura, è raffigurato con un libro in mano, di S. Matteo, rappresentato anziano e barbuto, il quale essendo un evangelista è raffigurato anch'egli con un libro di mano, e, infine, di S. Paolo che impugna una spada, simbolo ora dello strumento del suo martirio per decapitazione, ora del suo essere stato “la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio”, come egli stesso scrive nella Lettera agli Efesini (6, 17).
Riportiamo ora, brevemente, alcuni cenni biografici relativi all'artista, che, nato a Napoli il 19 gennaio del 1876, fu allievo, presso l'Istituto di Belle Arti della città di Domenico Morelli e Filippo Palizzi, dai quali assimilò l'interesse per la pittura di paesaggi, le figure e i soggetti sacri. Nel 1899, ancora ventenne, fu presente all'Esposizione internazionale di Torino con una Testa di Cristo, successivamente acquistata dal Comune di Napoli. L'anno successivo partecipò al concorso organizzato dalla casa di fotografia d'arte Alinari, a Firenze. Fra il 1901 - allorquando realizzò l'opera Primavera che fu esposta al Palazzo di Cristallo di Monaco di Baviera - e il 1902, collaborò con Raffaele Armenise alle decorazioni del Teatro Petruzzelli di Bari, andate distrutte nell'incendio del 26 ottobre 1991. Nel 1902, dopo aver vinto il Pensionato Artistico Nazionale si trasferì prima a Roma e poi, fra il 1905 e il 1906, a Parigi da dove si spostò più volte per intraprendere viaggi di studio in Spagna, Germaniua e Olanda, contrassegnati per lo più dalla produzione di dipinti e disegni realizzati dal vero raffiguranti paesaggi, vedute di monumenti, costumi e scene di vita urbana diurna e notturna. Ritornato a Napoli nel 1906, conseguì la cattedra di disegno aggiunto all’Accademia di Belle Arti, intensificando, nel contempo la sua attività espositiva con la partecipazione alla prima Esposizione Giovanile nel 1909, dove fu presente con Una strada a Siviglia di ispirazione macchiaiola, all'Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia dell'anno successivo, a diverse edizioni, a partire dal 1911, delle mostre della Promotrice Salvator Rosa, alla prima Esposizione Nazionale del Comitato del Rinascimento Artistico Meridionale del 1915, e alla prima Biennale napoletana nel 1921. Tra la fine degli anni '20 e i primi anni '30 raggiunse più volte il figlio Tito, pianista, compositore e direttore dell'Istituto Verdi di Tunisi, soggiorni nei quali produsse diversi dipinti di soggetto orientalista che presentò puntualmente alle mostre del Sindacato Fascista, guadagnandosi le simpatie di Mussolini e di re Vittorio Emanuele III che non mancarono, nel solco della propaganda colonialistica che perseguivano, di commissionargli diverse opere in merito. Ritornato in Patria prese ad insegnare incisione presso la Scuola del Corallo di Torre del Greco, e di nuovo presso l'Accademia, dalla quale era stato licenziato a causa del suo allontanamento ingiustificato da Napoli per raggiungere il figlio a Tunisi, e con la quale ruppe definitivamente, di lì a poco, per disaccordi con il direttore Carlo Siviero. L'ultima mostra importante a cui partecipò fu la Quadriennale romana del 1943, dove fu presente con due quadri ad olio: Lungo la strada e Il pino. L'artista morì a Napoli il 9 dicembre del 1946. Nel 1977 la galleria “La Barcaccia” di Napoli gli dedicò un'ampia mostra retrospettiva.

Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 5 Maggio)

Fig.2 - Gli affreschi della volta e delle lunette
Fig. 3 - Uno dei due affreschi dell'abside
Fig. 4 - Firma dell'artista
Fig. 5 - Uno dei cinque affreschi della volta della navata