Nella terza cappella sinistra della chiesa di Santa Maria della Misericordia di Pignataro Maggiore, inserito in una settecentesca cornice di stucco e sormontato da una cimasa settecentesca con la rappresentazione della Colomba dello Spirito Santo affiancata da due coppie di angeli, è dato osservare un Polittico della Madonna del Rosario (cm.200x160) che, realizzato nella seconda metà del Cinquecento su tavola da un ignoto pittore di probabile scuola napoletana, è formato da un pannello centrale con la Vergine in trono tra santi e sante domenicani, e da 15 piccoli pannelli laterali con Storie della vita della Vergine e di Gesù.
In piena aderenza all’archetipo adottato dalla maggioranza dei pittori negli ultimi decenni del Cinquecento, nello scomparto centrale sono rappresentati - l’una seduta su un trono sormontato da un baldacchino e circondata da una coppia di angeli, l’altro sulle gambe della madre - la Vergine (abbigliata con una tunica rossa e un manto blu) e il Bambino Gesù (ignudo) nell’atto di consegnare le corone del Rosario rispettivamente a santa Caterina da Siena e a san Domenico, inginocchiati ai loro piedi. Ai lati osservano la scena, a destra e a sinistra del trono, diversi altri santi e sante domenicani, tra i quali è riconoscibile con certezza il solo Pio V per via della tiara pontificia che lo contraddistingue, le cui presenze (da quelle presumibili di san Pietro da Verona martire, san Giacinto Odrovaz, sant’Agnese da Montepulciano e santa Caterina de’ Ricci che avevano predicato o propagandato il culto della Vergine del Rosario nei secoli precedenti, a quelle, anche esse presumibili, di santa Caterina d’Alessandria, protettrice dell’Ordine dei Domenicani, santa Lucia e santa Barbara, particolarmente care alla devozione degli stessi), sono collegate alla vittoriosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre del 1571, riportata dalle flotte cristiane - federate sotto le insegne pontificie - contro quelle musulmane dell’Impero ottomano. La vittoria dei cristiani fu, infatti, attribuita, come è noto, oltre all’impegno militare dei vari potentati cristiani dell’epoca, all’incessante recita del Rosario, tant’è che l’anno dopo la storica battaglia, papa Pio V, elevato in seguito agli onori degli altari, stabilì con la bolla Salvatoris Domini che il 7 di ottobre di ogni anno se ne celebrasse la memoria, poi convertita dal suo successore, Gregorio XIII, con la bolla Monet Apostolus, in una vera e propria festa liturgica.
Il culto e l’iconografia della Madonna del Rosario sono messi in relazione con la narrazione di una famosa visione, riportata da alcuni storici dell’Ordine dei Domenicani, ma anche da circa 140 bolle papali, secondo la quale, durante la crociata contro gli albigesi intrapresa da san Domenico agli inizi del XIII secolo, la Vergine gli apparve in una cappella di Prouille, presso Albi, in Francia, presentandosi con una ghirlanda di rose bianche e rosse (sostituite in seguito da due grani alternati di diversa grandezza distribuiti lungo una cordicella annodata) che egli chiamò «la corona di rose di Nostra Signora», e che stava a indicare la sequenza, in successione, di un certo numero di Pater Noster e di Ave Maria da recitarsi come rimedio per la conversione dei non credenti, per la salvezza dei peccatori e per sconfiggere l’eresia albigese. In realtà, precedentemente, l’uso di recitare, non già le suddette preghiere, bensì i 150 salmi dell’Antico Testamento, scandendo i grani di una cordicella annodata, era praticato dai monaci eremiti del deserto fin dal III secolo, secondo una consuetudine caduta in disuso durante lo scisma d’Occidente, rinnovata in seguito, con i Pater e gli Ave, prima da Pietro da Verona con la fondazione di numerose confraternite dedite alla diffusione della pratica del Rosario, e poi dal beato Alain de la Roche con “l’invenzione” del racconto di san Domenico. La presenza, ai piedi della Vergine, accanto a san Domenico, di santa Caterina da Siena, nata e vissuta, peraltro, più di un secolo dopo il santo predicatore, è, invece, da collegarsi alla sua spiccata spiritualità domenicana e alla sua vasta produzione di scritti teologici su Maria. Come in una sorta di racconto per immagini, sì da essere illustrati al popolo che non sapeva leggere, nei margini laterali e superiore del polittico, sono raffigurati i cosiddetti Quindici Misteri, che illustrano momenti chiave della vita di Gesù e Maria. Lungo i lati, a partire da sinistra, e in senso orario, sono disposti: l’Annunciazione; la Visitazione; la Nascita di Gesù; la Presentazione al Tempio; Gesù fra i sacerdoti; la Preghiera di Gesù nell’orto; la Flagellazione; la Corona di spine; la Salita al Calvario; la Crocifissione; la Resurrezione di Gesù; l’Ascensione di Gesù; la Resurrezione di Maria; l’Ascensione di Maria; Maria incoronata dalla Trinità. Circa il probabile artefice del Polittico, dacché esso si accosta, per l’iconografia ed alcuni stilemi, all’analogo Polittico della chiesa dell’Annunziata di Massa Lubrense - il quale, datato 1574, è attribuito a Silvestro Buono, un pittore napoletano documentato dal 1551 al 1598, tra i maggiori interpreti della corrente devozionale controriformata - in questa sede se ne propone l’autografia ad un epigono della sua bottega da individuarsi in Pompeo Landolfi o in Girolamo Imparato, già presente peraltro nella vicina cattedrale di Calvi con due tavole (si confronti, in proposito, il mio articolo nel n. 8 del 2021 di questa stessa rivista)
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 3 Marzo) |