L'8 dicembre del 1965, solennità dell’Immacolata Concezione, papa Paolo VI chiudeva, dopo quattro sessioni di lavoro, il Concilio Ecumenico Vaticano II, il ventunesimo e più recente concilio ecumenico della Chiesa cattolica, se non anche il più importante dopo quello di Trento: sicuramente, però, in assoluto, quello che aveva dato più rappresentanza, nella storia ecclesiastica, alla maggior varietà di etnie e di lingue, ancorché, relativamente a queste ultime, quella ufficiale fosse il latino. Peraltro, all'evento furono invitati ad assistere anche alcuni esponenti delle altre confessioni cristiane. Volendo dare seguito, in qualche qual modo al Concilio Vaticano I, interrotto nel 1870 a causa della presa di Roma, la sua convocazione era stata annunciata da papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, a soli tre mesi dall'elezione al soglio pontificio, presso la sala capitolare del Monastero di San Paolo di Roma al termine della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il giorno di Natale del 1961, con la firma della costituzione apostolica Humanae Salutis, il pontefice indiceva ufficialmente il concilio che era solennemente inaugurato l'11 ottobre dell'anno successivo. La prima sessione iniziò nell'ottobre del 1962 e si interruppe a seguito della morte del pontefice il 3 giugno dell'anno dopo. Seguirono nei due anni successivi le altre tre sessioni convocate e presiedute da papa Paolo VI durante le quali i vescovi discussero le questioni riguardanti la vita della Chiesa e il nuovo approccio da conferire alle richieste del mondo contemporaneo; dibattimenti che portarono alla promulgazione di ben quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti. Sicché, alla pari del Concilio di Trento, indicato dalla storiografia religiosa, e non solo, come il concilio della “prima riforma cattolica” (la cosiddetta Controriforma), il Concilio Vaticano II fu subito considerato, quello della “seconda riforma cattolica”. Nell'immediato l'evento fu celebrato dal Vaticano, come era prassi, con una serie di francobolli, medaglie e monete, e con la solenne teoria di Cardinali realizzata a bassorilievo da Giacomo Manzù nella facciata posteriore della Porta della morte nella Basilica di San Pietro, così denominata perché da essa facevano il loro ingresso in basilica i feretri dei pontefici per le cerimonie funebri. Altrove, nonostante la sua risonanza mondiale, l'avvenimento fu ricordato solo con la produzione di qualche stampa e qualche dipinto, quasi esclusivamente in area iberica (tra cui si ricorderà il famoso Concilio Ecumenico, ora al museo di Cleveland, realizzato nel 1960, dopo l'annuncio dell'indizione di esso, da Salvator Dalì), e in Italia, dove a Bologna, il pittore emiliano Aldo Borgonzoni (Medicina 1913 - Bologna 2004), fin dalle prime battute dell'avvenimento, recependo il messaggio di Giovanni XXIII come sintesi della propria esistenza, incominciò a dare vita ad un vasto ciclo pittorico su di esso che continuerà fino alla fine degli anni'70, ora conservato nel capoluogo emiliano presso la Fondazione Museo d'Arte Cardinale Giacomo Lercaro. Più o meno negli stessi anni, in ambito più prossimo a noi, l'importanza della dottrina sottesa al messaggio conciliare, fu raccolta dal pittore napoletano Augusto De Rose Orange, cui era stata trasmessa, verosimilmente, dai frati francescani del convento di Sant'Antonio di Teano, allorquando fu da questi incaricato di sostituire con un dipinto raffigurante San Francesco e il Concilio la vicina chiesa dedicata al frate di Assisi da loro officiata nella stessa città. Il dipinto sarebbe servito a sostituire, in una fastosa cornice mistilinea posta al centro del soffitto della chiesa, costituito da cento lacunari finemente intagliati con rosoni e fiorami nel fondo, la tela raffigurante l'Assunzione della Vergine, ascrivibile alla fine del XVII secolo, capolavoro del pittore Giuseppe Simonelli (Napoli 1650-1710), uno degli allievi più quotati di Luca Giordano, andata distrutta nell'ottobre del 1943 durante un bombardamento aereo anglo - americano (cfr. il mio articolo L'arte perduta: l'Assunta di Giuseppe Simonelli nella chiesa di S. Francesco a Teano, apparso sul n. 9 di settembre 2023 di questo stesso mensile). Orbene il De Rose pensò di rappresentare nella parte inferiore del dipinto le figure terzine dei due protagonisti, Paolo VI e Giovanni XXIII, con sullo sfondo la sagoma della cupola di San Pietro sovrastata da Gesù crocifisso, intorno al quale si affollano, a destra, san Francesco e diverse figure di vescovi, a sinistra, santa Chiara e una folta schiera di figure non meglio identificabili, in alto un coro di angeli e cherubini, cui fa da sfondo un cielo azzurro che richiama i colori dei fiorami intagliati nella cornice. San Francesco è rappresentato in piedi, barbuto, benedicente, con un libro nella mano sinistra, probabilmente il Vangelo, vestito con il suo solito saio (non grigio come nelle immagini più antiche, ma nero come è ancora attualmente in uso tra i Frati Minori Conventuali) cinto in vita da un cordone con tre nodi (che alludono ai tre voti della Regola: povertà, ubbidienza e castità). Santa Chiara è vestita, invece, secondo la regola dell'Ordine delle Clarisse da lei fondato, con una veste marrone e un mantello nero. Ha il capo coperto da un velo ampio e lungo dello stesso colore che scendendo sulle spalle le copre in parte il soggolo, la fascia a largo nastro, già utilizzato anche dalle donne nel Medioevo, la quale, passando sotto il mento, avvolge il viso e il collo congiungendosi alla sommità del capo. Adagiata sul grembo regge una colomba che, non essendo collegata in alcun modo alla sua iconografia, qui vuole simboleggiare, probabilmente, la purezza della fede e dell'animo cristiano.
Augusto De Rose Orange, nato a Napoli nel 1926 realizzò nella sua breve vita artistica numerose opere da cavalletto ma anche importanti affreschi in chiese, conventi ed edifici pubblici, tra i quali si cita l'affresco L'esaltazione della giustizia di ben 16 metri quadrati che adorna l'aula consiliare del Comune di Caserta. Qui, dove intanto si era trasferito, promosse e fu tra i fondatori, intorno al 1970, dell'Associazione I Giullari dell'Arte e della Cultura di Casertantica, un'associazione di volontari costituitasi per la salvaguardia e la promozione dell'antico borgo medievale. Negli anni'70-80 all'attività di pittore affiancò quella di professore alle Accademie di Belle Arti di Bari, Napoli e Frosinone. In questa veste pubblicò, tra l'altro, una monografia su Fra Cristoforo Bovenzi, stimato pittore di genere, vicino all'ambiente culturale romano presente nella fraternità di S. Antonio di Torre del Greco, pubblicato nel 1970. Partecipò a diverse esposizioni ma solo nella seconda metà del mese di maggio del 2015 beneficiò di una retrospettiva personale, “I mestieri del vicolo ai tempi della lira”, organizzata presso il complesso monumentale di San Severo al Pendino di Napoli da Federico Gigli, figlio di Vittorio, il noto critico d'arte del '900 noto scopritore di talenti e valorizzatore del de Rose. Un altro critico, Ciro Ruju, nella sua Storia dell'avanguardia artistica napoletana (1950-1970), edita a Napoli nel 1983, quando prende a discorrere del Nostro, ancora vivente, scrive che egli pratica “una sorta di pittura verista, soggettiva, in un tessuto cromatico intenso che, in una concezione del pittore romanticamente intesa, ha percorso la sua strada senza mai distaccarsi da un suo punto di vista personalissimo di intendere la realtà”. A riprova del suo lusinghiero giudizio sul maestro riporta quello espresso dal collega Antonio Bandera già tre lustri prima, allorquando in una rivista del settore aveva scritto: “Augusto De Rose ci offre un'interpretazione del vero sensibile che lo pone quasi del tutto fuori della realtà. La sua figuratività estremamente esemplata è desunta da sollecitazioni esterne elaborate nel sedimento delle sensazioni in pure invenzioni di forme che s'intrecciano e si sovrappongono secondo il ritmo dell'emozione, creando uno spazio poetico degli allacci interrotti, ripresi, riecheggianti liberamente in una scrittura che nulla concede a gratuiti compiacimenti”. Il pittore morì a Napoli nel 1987.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 12 Dicembre) |