Nel 1703, erano pubblicati postumi a Napoli - i primi due dalla stamperia di Michele Luigi Mutio, il terzo da quella di Domenico Antonio Parrino - i tre tomi de Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, nei quali, il suo autore, l'abate Giovan Battista Pacichelli descrive, tra l'altro, come recita il sottotitolo (che proseguendo a lungo ne anticipa minuziosamente il contenuto) “la sua metropoli fidelissima città di Napoli, e le cose più notabili ... e le sue centoquarantotto città, e tutte quelle terre, delle quali se ne sono havute le notitie: con le loro vedute diligentemente scolpite in rame, conforme si ritrovano al presente…”. L'opera, redatta tra il 1691 e il 1692, si poneva su una linea di continuità con opere dello stesso autore, il quale, da instancabile e appassionato viaggiatore qual era, percorse, nei suoi cinquantacinque anni di vita, quasi tutta l'Europa, pubblicando, in forma epistolare, dettagliate relazioni di viaggio ricche di osservazioni argute e vivaci. Nato a Roma, intorno al 1640, da una famiglia di origini pistoiesi distintasi per «fatti d'arme» e «benemerenze ecclesiastiche», dopo gli stuti giuridici a Pisa, Pacichelli si laureò in Teologia nella città papale, da dove, apprezzato da papa Clemente X, nel 1673 fu inviato, in qualità di Uditore Generale della Nunziatura Apostolica, alla conferenza di pace di Colonia indetta per porre fine alla guerra d'Olanda tra la Francia e la quadrupla alleanza composta da Brandeburgo, Sacro Romano Impero, Spagna e Province Unite, rimasta poi purtroppo senza risultato per un grave incidente diplomatico. Negli anni della nunziatura, il Nostro ne approfittò per intraprendere numerosi viaggi: nel luglio del 1673 visitò il Belgio e l'Olanda; nel marzo dell'anno successivo si recò a Utrecht, e dopo un breve ritorno a Colonia, ripartì a maggio per Rotterdam, l'Aia e Amsterdam. Tornato in Germania, visitò Brema, Amburgo e Lubecca. A giugno si spostò a Bruges e quindi in Francia, dove visitò Parigi, la Champagne e l'Artois, per poi recarsi nelle Fiandre. Tornato a Colonia continuò a viaggiare fra la Westfalia e la Sassonia. Nella primavera del 1675 visitò l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda; quindi, imbarcatosi a Dover, giunse in Portogallo e da lì in Spagna. Rientrato a Colonia, nel 1676 viaggiò a lungo attraverso la Svezia, la Danimarca, l'Austria, la Polonia e l'Ungheria. L'anno seguente visitò la Provenza, il Delfinato, la Savoia facendo ritorno in Italia, dove si spostò fra Venezia, Ferrara, Bologna, Modena e Reggio. Rientrato a Roma, dopo qualche mese passò a Parma, presso la corte del duca Ranuccio II Farnese, che lo nominò agente generale dei suoi possedimenti nel Mezzogiorno. Pertanto, nel 1679, si trasferì a Napoli, dove seppure tra alterne vicende, mantenne il suo incarico per 15 anni, declinando prima l'offerta di una cattedra all'Università di Pisa, poi quella del vescovato di Ferentino, messagli a disposizione da papa Innocenzo IX. Per quanto non apprezzasse molto la città di Napoli e i napoletani vi risiedette stabilmente in una sontuosa dimora nei pressi di Port'Alba. Da Napoli si allontanò, tuttavia, tutte le volte che se ne presentò l'occasione, compiendo numerosi viaggi nel Mezzogiorno, in Sicilia e a Malta. Fu comunque a Napoli che vennero pubblicati i suoi libri di viaggio che annoverano oltre al succitato Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, le Memorie de’ viaggi per l’Europa christiana, scritte à diversi in occasione de’ suoi ministeri, edite in cinque volumi nel 1685 per i tipi di Giacomo Raillard, le Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa christiana comprese in varie lettere scritte, ricevute, o raccolte in occasion de’ suoi studi e ministeri, edite in due volumi da Domenico Antonio Parrino e Michele Luigi Mutio nel 1690, e le Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite in occasione de' suoi studj, viaggi, e ministeri, pubblicate in due tomi dai medesimi editori nel 1695, lo stesso anno in cui, dopo aver rinunciato al suo incarico presso i Farnese alla morte di Ranuccio II alcuni mesi prima, morì a Roma dove si era intanto trasferito.
Ancorché Il Regno di Napoli in prospettiva del Pacichelli non fosse, all'epoca, il primo dei dizionari corografici riguardanti il Mezzogiorno d'Italia (si vedano, in proposito le precedenti descrizioni di Scipione Mazzella, 1593, Arrigo Bacco,1606 e Ottavio Beltrano 1640, solo per citare le più note), l'opera si presenta, rispetto a queste ultime più compiuta e ragguardevole dal punto di vista letterario, offrendo al contempo anche una disamina più attenta e organizzata delle realtà urbane e provinciali. Sicché nelle circa 500 voci che compongono i tre tomi, l'autore aggiunse alle sue personali considerazioni e reminiscenze letterarie, notizie tratte da libri di autori locali e dalle fonti archivistiche. Le informazioni desunte riguardarono preferibilmente la storia, le caratteristiche fisiche del territorio, il clima, le peculiarità economiche e produttive, l'assetto demografico e sociale delle varie comunità ma anche il patrimonio cultuale artistico e architettonico accumulate da esse nel corso dei secoli. In aggiunta gli editori corredarono il tutto con l'elenco delle dinastie che si erano succedute nel Mezzogiorno dopo la caduta dell'Impero romano, la lista dei re e viceré di Napoli, dei capitani generali, nonché con una rassegna dei papi e cardinali meridionali, uno schedario della nobiltà napoletana e regnicola, e, non ultimo, con un riepilogo delle leggi, prammatiche, statuti e consuetudini vigenti nel Regno e nella sua capitale. Non va tuttavia sottaciuto che molte delle notizie riportate nell'opera sono da verificare. In ogni caso, nonostante le diverse inesattezze emerse dalle descrizioni successive, esse restano fondamentali per la conoscenza di alcune realtà urbane dell'Italia meridionale.
Limitando la nostra attenzione alla sola zona sidicina e calena va evidenziato che nel primo tomo dell'opera, dedicato a Giovanni Domenico Milano, marchese di San Giorgio, l'autore, riporta, tra i 25 principali centri urbani di Terra di Lavoro oggetto della sua descrizione, sia Teano che Calvi.
Di Teano, il Pacichelli (pp.123-124) ne rivendica, anzitutto, “prima dell'esser di Roma”, le origini sidicine, una popolazione italica di lingua osca, da cui il toponimo Teanum Sidicinum con il quale era altrimenti conosciuta nell'età romana per contraddistinguerla dall'omonima città pugliese Teanum Apulum, la medievale Civitate; non prima, tuttavia, di attestare, con quell'enfasi abbondantemente adoperata nel passato per discorrere della genesi delle antiche città italiche, che la città “Merita per le ricordanze passate l'honor che maestosamente ritiene”. Indi, dopo aver riportato l'affermazione di Tito Livio, secondo la quale Teano era “urbs magni nominus” (città di grande fama) e quella di Strabone che la definì “Urbium in via latina sitarum maxima” (La più grande delle città situate sulla via Latina), fa un rapido accenno anche alla massima espansione del suo territorio fino a Fregellae, l'attuale Ceprano, e alla successiva sottomissione, prima a Roma, e poi, nell'ordine, ai Goti, ai Longobardi, ai conti Pandulfo e Gisulfo, fino al Principe di Stigliano. Esaurite in rapida sintesi le notizie storiche, senza dimenticare, però, di sottolineare che la città, viene citata, a vario titolo, anche da Tolomeo, Vitruvio e Cicerone, l'abate dopo aver annotato che “Fertilissimo provasi il suo Territorio: la clemenza dell'aria hà bene instuito negli spiriti humani, habilitandogli ad attioni illustri” ne elenca, poi, in altrettanta rapida sintesi, i santi e le sante venerati, le famiglie nobili, gli uomini illustri. Tra i primi troviamo san Urbano, teanese, terzo vescovo della città dopo san Paride e sant'Amasio, santa Reparata, sant'Albina, san Giuliano le cui reliquie ancora si conservano, insieme a quelle di alcuni apostoli e martiri (tra le quali una costola di san Lorenzo), nella cattedrale cittadina. Diverse le famiglie nobili menzionate: da quelle ancora presenti all'epoca in città, dei De Angelis, Barattucci, Cepulli detti Filamonis o Filisbonis, Galluccio, Magni, Martino de Carles, De Monti, De Renzi a quelle trasferitesi altrove come gli Abenavolo, i Carigli, i de Diano, i Filomarino e i Galeoti. Numerosi, infine, gli uomini illustri ricordati: da Ludovico Abenavolo, uno dei tredici italiani protagonisti della disfida di Barletta, a Ferrante e Cesare de Angelis, l'uno al servizio di Carlo V, distintosi nella battaglia di Governolo, presso Mantova, del 1526, dove rimase mortalmente ferito, tra l'altro, il famoso Giovanni delle Bande Nere, l'altro capitano di fanteria nell'esercito di Filippo IV; da Antonio, Ottavio e Niccolò de Renzis, gloriosi combattenti, ad Antonio Barattucci, consigliere del Sacro Regio Consiglio, un importante organo giudiziario del Regno di Napoli.
Decisamente tutt'altra che enfatica, è, invece, la descrizione che Pacichelli fa di Calvi (pp.102-103) quando scrive “Poco, ò null'altro che l'honor della Chiesa hoggi le vediamo avanzato. È Città nuova, angusta, senza splendor veruno, e quindi vacua…, in poggio però di buon'aria”. Sicché, dopo aver ricordato che i suoi antichi fasti, furono raccontati da Strabone, Tolomeo, Plinio, Festo, Polibio, Tullio, Virgilio, Orazio, Livio e Silio, scrive che Atenulfo, conte di Capua, principe di Benevento “fondolla (la fondò), intorno l'879 dalle ruine di Cali antica, chiamata con voce guasta Caleno, stanza de gli Ausoni”e che, governata per lungo tempo dal “Magistrato Capoano per munificenza del Re di Napoli Ferdinando Primo Hora è Baronato dell'Università di Capoa: nè hà cosa ora che meriti”, fatta salva quale unica traccia dell'antico splendore “la Cattedrale con tre ordini di navi divise da due ordini di Colonne di marmo, con sede Pontificale di finissima pietra”. Passando poi a dare qualche informazione topografica la dice formata da tre abitati: Visciano, Zuni e borgo dei Martini, e che ha due grossi casali: Sparanise e Petrulo. Non manca di riportare, altresì, che “vi si vedono vestiggi d'antichi anfiteatri, uno de' quali chiamato dal volgo li Borlasci; & un' altro stimato un' antico Palazzo… [e che] Resta in piedi ancora il Castello quasi demolito”. Chiude, infine, la descrizione con una nota, che sa tanto di moderna guida turistica, quando riporta che vi si “tengono due hosterie per comodi de'Passaggieri”; non prima, tuttavia, di evidenziare che il vescovo, il domenicano monsignor Vincenzo Maria de Silva, esercita, in qualità di barone della Rocchetta (l'attuale Rocchetta e Croce), giurisdizione civile e criminale non solo sul clero ma anche sulle 14 comunità dell'antica baronia.
La descrizione delle due città è accompagnata, come anticipa del resto il sottotitolo, dalle rispettive vedute calcografiche, incise da Francesco Cassiano de Silva, un cartografo, incisore e disegnatore lombardo di origini spagnole.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 6 Giugno) |