Nel 1678, essendo rimasto vacante, verosimilmente per la morte del chierico titolare, il beneficio sotto il titolo di San Francesco d'Assisi eretto nell'altare maggiore del duomo di Calvi, di patronato ab antico della famiglia Granato di Afragola, la concessione di tale diritto fu assegnata dai gerenti di questa illustre e benemerita casata, i fratelli Francesco e Giuseppe, al sacerdote Giuseppe Cerbone, originario della stessa città. Dal momento che la concessione di questo istituto giuridico, risalente ai tempi del feudalesimo, faceva riferimento, come si ricorderà, alle proprietà fondiarie ed immobiliari che si accordavano ai chierici in usufrutto quale compenso dei loro uffici, va da sé, che la scelta del sacerdote afragolese provocò non poche rimostranze, nonché la richiesta, da parte di quanti ambivano ad esserne titolari, di un giudizio degli organi competenti. Sicché, solo dopo qualche tempo, risoltosi il verdetto a favore del Cerbone il 24 aprile del 1681, il vescovo dell'epoca, Vincenzo Maria de Silva, dopo aver ratificato la nomina inviò le relative bolle immettendo il sacerdote, di cui sarebbe diventato grande amico, nelle sue funzioni (fig. 1). Giuseppe Cerbone era nato ad Afragola il 10 luglio del 1649 da Giovanni e Maria Majelli. Giovanissimo si era votato alla vita ecclesiastica ricevendo gli ordini il 19 dicembre del 1671 con tredici mesi di dispensa apostolica in considerazione dei suoi alti meriti, non prima, tuttavia, di aver conseguito, ancora suddiacono, la laurea in teologia presso il convento dei Domenicani di Napoli il 6 dicembre dell'anno precedente.
A caldeggiare la sua prematura ordinazione sacerdotale erano stati il vescovo di Acerra, monsignor Placido Carafa, e l'arcivescovo di Napoli, Innico Caracciolo, il quali: l'uno in occasione della Quaresima del 1667 e delle Domeniche dell'Avvento l'anno successivo, l'altro in occasione della Quaresima del 1679 l'avevano inviato a predicare rispettivamente nel casale di Licignano e nel duomo di Acerra, e nel casale di Trocchia. Torna ancora conto ricordare, ad onor del Nostro che, prima di ricevere l'ordinazione sacerdotale, per andare incontro ai giovani del suo paese, fondò, grazie al supporto economico dei genitori, la prima scuola privata gratuita nei dintorni di Napoli, chiusa, però, anzitempo, nel 1670, per i suoi molteplici impegni quanto non anche per l'ostilità dei francescani e dei domenicani del posto, dediti alla stessa attività ma a pagamento. E, dunque, nella primavera del 1681, mentre stava per concludere la sua prima opera a carattere teologico e pastorale, quel Manuale degli esercizi pratici dei sacerdoti assistenti ai moribondi Riportati, & estratti dal Manuale della Congregatione di san Carlo Borromeo di questa città di Napoli, di cui era peraltro Superiore - che gli avrebbe fatto guadagnare l'ammirazione di Alfonso Maria de' Liguori, il futuro santo, nominato poi Dottore della Chiesa per aver esercitato un influsso impareggiabile sulla nuova morale cristiana - il Cerbone si portò a Calvi.
Qui si sarebbe soffermato per un quinquennio circa come teologo ed esaminatore sinodale della diocesi, cimentandosi, peraltro, su una esplicita richiesta del vescovo, in una ricerca sulla vita dei martiri Casto e Cassio, vescovi rispettivamente di Calvi e di Sinuessa. Nel trattare l'argomento, di natura prettamente agiografico, rifacendosi al Proprium sanctorum delle due antichissime città, il Cerbone non mancò, tuttavia, di indagare, con un approccio all'epoca, a dir poco, inusitato, anche sul contesto storico e archeologico in cui si erano svolte le vicende terrene dei due martiri, conferendo al genere un modo di esplorare mai percorso dagli studiosi della materia. Sicché, in particolare, a Calvi, grazie al suo intuito, alle tradizioni orali raccolte in paese e a qualche scavo praticato in quella contingenza, fu recuperata nell'antica piccola basilica paleocristiana che aveva accolto la prima tomba di san Casto sotto l'altare eretto dal vescovo Calepodio - denominata in seguito "San Casto Vecchio" per distinguerla da quella successiva - la cattedra vescovile con l'immagine del santo e la relativa epigrafe dedicatoria, ancora visibili, entrambe, a tutta la fine del XVII secolo; e si scoprì, altresì, che questa basilica, in pratica la prima cattedrale di Calvi, era sorta, alla pari di quasi tutti gli edifici sacri del tempo, su un preesiste edificio romano, forse una palestra, con una pianta a navata unica e con la volta orientata a settentrione. Del sacro edificio, distrutto e ricostruito più volte, non restano, purtroppo, al presente, che pochissimi ruderi (una parte dell'abside ed una del muro della primitiva facciata), sotto la campata del ponte dell'Autostrada del Sole.
La ricerca, pubblicata a Napoli una prima volta in latino per i tipi di Francesco Mollo con il titolo De cultu antiquo et recenti sanctorum martirum Casti, episcopi calvensis, et Cassii, episcopi sinuensis(fig. 2), preceduta da un'antiporta con le effigi in abiti vescovili dei due santi incisa da Andrea Magliar (tra i più bravi illustratori di libri napoletani dell'epoca) (fig. 3), ebbe una seconda edizione in italiano - giacché redatta in un latino ecclesiastico poco avvincente - due anni dopo, sempre per i tipi di Francesco Mollo. Peraltro, in questa edizione, riscritta quasi totalmente, il Cerbone integrò la narrazione con un accurato elenco di tutti i vescovi di Calvi, recuperando e perfezionando le notizie sul loro conto da una serie di vecchi codici, andati successivamente smarriti. I tratti distintivi tracciati dal prelato sarebbero serviti più tardi, nel 1778-1780, ad un altro afragolese, il pittore Angelo Mozzillo, per effigiare, inseriti tra motivi decorativi, i busti dei presuli caleni nel fastoso ciclo di affreschi che si ammira sulle pareti della sagrestia della cattedrale. Nonostante l'opera avesse anticipato e per taluni aspetti superate le intuizioni della scuola storicistica napoletana dei seguaci di Vico, non fu mai particolarmente apprezzata dagli storici caleni posteriori (Mattia Zona, Giuseppe Capece Zurlo, Antonio Ricca), a ragione, forse, della non sempre soddisfacente scorrevolezza del testo e della scarsa inclinazione del Cerbone nel redarla ad abbandonarsi agli imperanti gusti sensazionalistici dell'epoca. Il solo Lorenzo Giustiniani, infatti, ne fa menzione e ne parla con lode, nel suo La biblioteca storica, e topografica del Regno di Napoli edito nel 1793. In ogni caso, nel 1686 il Cerbone tornò ad Afragola dove, dopo essere stato chiamato a predicare, per la rinomata fama di eloquente oratore sacro e dotto teologo, gli esercizi spirituali al clero di Napoli nella chiesa cattedrale, il 3 giugno di quello stesso anno fu raggiunto dalla Bolla Pontificia che gli conferiva l'investitura a titolare della locale arcipretura di Santa Maria d'Aiello, rimasta vacante l'anno precedente, e del relativo terziere. Alcuni dopo, il 19 aprile del 1703, dopo aver retto per qualche tempo, in qualità di rettore, la parrocchia di San Marco, fu nominato, al termine di un regolare concorso, parroco della chiesa di San Giorgio, mandato che assolse con grande spirito evangelico fino alla morte che lo raggiunse il 3 gennaio del 1706.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 4 Aprile) |