La chiesetta di San Michele Arcangelo - fatta erigere nel 1630 dall’aristocratico capuano Ottavio De Renzis, figlio di Vincenzo, feudatario di Montanaro, nell’antistante piazzetta del paese, ora frazione di Francolise - accoglie, incassato nella parete destra, immediatamente sottostante ad un’epigrafe che copre la tomba dell’omonimo discendente, il XII barone di Montanaro, e di sua moglie Maria Rosa Sorvillo(1), la metà di un sarcofago, variamente datato, ora all’ultimo decennio del XIII secolo dallo studioso tedesco Wolfgang Fritz Volbach, che per primo ne segnalava l’esistenza già nel lontano 1936(2), ora, più recentemente, nel 1979, da Franco Aceto, studioso dell’arte tardoantica e medioevale del Mezzogiorno, al III secolo, ossia in piena età imperiale(3) (fig.1). Il manufatto fu trasferito a Montanaro, secondo il Volbach, in un’epoca non meglio precisata, da Capua, dove era conservato nella chiesa di Santa Maria delle Dame Monache, luogo di sepoltura notoriamente privilegiato della nobile famiglia dei D’Aquino, che lo aveva verosimilmente utilizzato come sepolcro di Tommaso D’Aquino, II conte di Acerra, genero di Federico II avendone sposato la figlia naturale Margherita, morto nel 1273. Nel 1994, in un saggio sul reimpiego delle sculture antiche in Italia meridionale, il professore Luigi Todisco, attuale docente ordinario di archeologia classica all’Università di Bari, ipotizzò, sulla scorta della testimonianza di un discendente del barone Ottavio, che il sarcofago era stato trasportato a Montanaro con il preciso scopo di ornare la sua tomba e quella della consorte negli ultimi decenni dell’Ottocento grazie all’elevata posizione sociale e alla rappresentatività politica della famiglia, specialmente del figlio Francesco, ambasciatore italiano a Londra e deputato di Capua(4).
Adagiato su uno zoccolo scheggiato in più punti, il sarcofago o, meglio, il fronte di esso, realizzato in marmo a grana grossa e con una colorazione tendente al grigio chiaro, si presenta in un discreto stato di conservazione sicché le decorazioni a rilievo, quasi completamente ricoperte da una patina beige, sono perfettamente leggibili, minuziosamente aggettanti peraltro come sono, da un fondo accuratamente e uniformemente levigato. Sul fronte sono rappresentati quattro delle mitiche dodici fatiche di Eracle/Ercole, due per ogni lato di una croce, inserita in un clipeo. Nell’ordine raffigurano: La cattura di Cerbero, Il furto delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, La cattura del toro di Creta e La lotta contro le cavalle di Diomede. Le dodici fatiche di Ercole sono una serie di episodi della mitologia greca che raccolti in un unico poema andato perduto, l’Eraclea, composto intorno al 600 a. C da Pisandro di Rodi, narrano le imprese compiute dal mitico eroe - frutto di un illegittimo rapporto tra Alcmena e Zeus/Giove, e per questo inviso a sua moglie Era/ Giunone - per espiare la colpa di aver ucciso, in un accesso di follia, improvvisamente impadronitasi della sua mente a ragione di una ritorsione messa in atto da Giunone, i figli e la moglie Megara. Pertanto, come riporta il poema, Ercole, su suggerimento dell’oracolo di Delfi che aveva interpellato per un consiglio sulla giusta maniera di agire per espiare le proprie colpe, si era messo al servizio di suo cugino Euristeo, re di Tirinto e di Micene, il quale gli aveva ordinato di attuare, per ottenere il perdono, una serie di imprese molto dure e rischiose, giustappunto le leggendarie fatiche.
La cattura di Cerbero, l’ultima e più ardua fatica di Ercole, narra la cattura di un enorme cane a tre teste, Cerbero, che impediva l’accesso al regno dei morti, raggiunto il quale guidato da Atena ed Ermes - dopo aver attraversato lo Stige con il traghettatore Caronte, aver incontrato Meleagro e liberato Teseo, imprigionato per aver tentato di rapire Persefone - giunse al cospetto di Ade. Questi, dio degli inferi, gli diede il permesso di portare Cerbero a Micene, purché lo catturasse, con le sole mani, senza usare alcuna arma. Sicché, dopo una lotta estenuante, afferrandolo per la gola, Ercole riuscì a serrare tra braccia i tre colli del mastino tenendolo ben stretto finché non si lascò domare e portare a Micene per mostrarlo ad Euristeo - che intanto terrorizzato si era nascosto in una giara - per dimostrargli di aver compiuto la sua ultima fatica, dopo di ché riporto il cane nell’Ade. Nella scena (fig.2), Ercole è rappresentato di prospetto, con la testa rivolta all’indietro, barbuto, completamento nudo tranne che sul sesso, celato da un fiore a cinque petali, mentre, con la testa coperta da una pelle di leone annodata sul petto, le gambe divaricate nell’atto di camminare, il braccio sinistro teso a sostenere un’imponente e nodosa clava, trascina dietro di sé, con l’altro braccio, legato ad una corda, il feroce Cerbero.
Il secondo soggetto della sequenza, Il furto delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, costituisce l’undicesima fatica di Ercole, quella che vide l’eroe - a cui era stato ordinato da Euristeo di cogliere tre mele d’oro dall’albero donato da Gaia a Giove, il quale a sua volta l’aveva regalato a Giunone come dono nuziale - sottrarre i tre preziosi pomi dal giardino custodito dal serpente dal drago a cento teste Ladone e dalle tre Esperidi, le mitiche “Ninfe della sera”. Avvedutosi della difficoltà rappresentata da Ladone, per evitarlo, l’eroe pensò astutamente di proporre al titano Atlante di sorreggere in sua vece il cielo che era costretto a tenere sulle spalle quale punizione inflittagli da Giove per avere guidato i titani contro gli dèi dell’Olimpo, il tempo necessario a ché cogliesse, per suo conto, i tre frutti dal giardino. Quando però Atlante, che aveva accolto senza batter ciglio la proposta, fu di ritorno e rivelò, inaspettatamente, ad Ercole di non essere più disposto a riprendersi il cielo sulle spalle, l’eroe, finse di accettare, non prima, comunque, di chiedergli un piccolo aiuto per sistemarlo più adeguatamente sulle spalle. Fu allora che, atteso che Atlante lasciasse le mele rubate a terra e gli sistemasse meglio il cielo sulle spalle, appena fu liberato di esso, con una mossa fulminea, legò il titano, raccolse le mele e ritornò da Euristeo. Nel rilievo di Montanaro (fig.3), tuttavia, contravvenendo palesemente al racconto, Ercole è rappresentato mentre raccoglie una delle mele che pendono dall’albero, ai piedi del quale sono disposte, di prospetto, inginocchiate, due figure da identificarsi con le Esperidi: l’una, coperta da una veste lunga fino alla caviglia, con la testa volta di tre quarti verso sinistra e il braccio destro poggiato sul petto; l’altra, abbigliata allo stesso modo, con lo sguardo rivolto verso l’alto e con nella mano sinistra una delle mele.
(fine I parte)
NOTE
(1) - Si riporta il contenuto dell’epigrafe: OTTAVIO DE RENZIS/ XII BARONE DI MONTANARO/ SAN BARTOLOMMEO SCAPOLI/ MORTO IL 23 DICEMBRE 1845/ E MARIA SUA CONSORTE/ MORTA IL 10 AGOSTO 1870/ QUI/ RIPOSANO/ RICONGIUNTI NELLA ETERNA PACE DEL SEPOLCRO/ QUESTA LAPIDE/ RICORDI/ LE LORO VIRTÙ E L'AFFETTO REVERENTE/ DEI FIGLI.
(2) - W. F. Volbach, Sculture medioevali della Campania, in «Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia», v. 12 (1936), pp. 82-104, a p.92.
(3) - F. Aceto, I pulpiti di Salerno e le sculture romaniche della Costiera d’Amalfi, in «Napoli Nobilissima», XVIII (1979), pp. 169-194, a p.173. nota 18.
(4) - L. Todisco, Scultura antica e reimpiego in Italia meridionale, Napoli 1994, p. 448.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 1 Gennaio) |