Tra le diverse opere d’arte che la settecentesca (ma di origine quattrocentesca) chiesa di Sant’Agostino di Pietramelara conserva tra le sue mura, un posto di sicuro rilievo è occupato dal gruppo scultoreo in legno policromo comunemente indicato come la Pietà, ovvero il Cristo in pietà fra la Madonna e San Giovanni Evangelista dello scultore napoletano Arcangelo Testa, un’opera di commovente impatto nella sua straordinaria melodrammaticità, la quale si collega, per le sue peculiarità, alla straordinaria stagione artistica che va dal Seicento agli inizi del Novecento, in cui Napoli, con le sue fiorenti botteghe artigianali, espresse un ruolo di primissimo piano nella produzione lignea di immagini di culto. Realizzato nel 1753 per una non ben nota collocazione all’interno della chiesa - ancora officiata in quella circostanza dai monaci agostiniani che la possedettero con l’attiguo convento fino al 1806, quando per effetto delle soppressioni monastiche dovettero abbandonare l’intero complesso - il gruppo, è attualmente custodito entro una teca, posizionata a destra dell’ingresso e rivestita all’interno da un panno di velluto blu ornato con ricchi motivi decorativi fogliacei e fitomorfi. Prima di discorrere più diffusamente del gruppo scultoreo e del suo autore, torna conto, però, dare qualche chiarimento sulla relativa iconografia.
La Pietà, o il Compianto sul Cristo morto, come viene altrimenti indicata, è la scena immediatamente successiva alla deposizione di Cristo dalla croce, un’iconografia che ancorché non trova riscontri narrativi nei Vangeli, a differenza della deposizione, descritta, viceversa, da tutti e quattro gli evangelisti, è richiamata solo in un antico repertorio iconografico bizantino recuperato nella prima metà del XIX secolo da un convento sul Monte Athos. Il tema della Pietà era stato, infatti, raffigurato dall’arte bizantina fin dal XII secolo, con significato eucaristico, sviluppando un passo di Simeone Metafraste, uno scrittore e agiografo del X secolo - nel quale si narra di come Maria, nel tenere il corpo di Cristo morto tra le braccia si sia ricordata di quando lo cullava da bambino - abbinando alla figura della Vergine Addolorata una variante del cosiddetto “Cristo passo”, vale a dire un’immagine del Signore morto che ostenta le piaghe della Passione disteso tra le braccia della madre. Il modello era stato poi ripreso e rielaborato in Germania agli inizi del Trecento e noto per questo come Vesperbild, dal termine tedesco traducibile in italiano come “immagine del Vespro”, ossia l’inizio della sera, la parte del giorno nella quale era stato sepolto Cristo. Questo modello per quanto preveda la figura di Maria seduta nell’atto di sorreggere sulle gambe il corpo di Gesù morto, con la mano destra tesa a sostenergli la testa reclinata e con quella sinistra le braccia, ha subito nel tempo delle varianti una delle quali si configura nelle cosiddette lamentatio o Compianto sul Cristo morto dove, come nelle rappresentazioni, della Deposizione, attorno al corpo di Gesù, steso al suolo su un sudario mentre viene abbracciato o retto per il capo dalla Vergine compaiono, spesso, insieme a Lei, figure di angeli o santi, il più rappresentato dei quali è sicuramente san Giovanni evangelista, già presente, peraltro, nelle scene della Crocifissione e della Deposizione. Tale è, nondimeno, l’iconografia del gruppo scultoreo di Pietramelara. E dunque la scena rappresenta la Vergine Maria che contempla con san Giovanni Evangelista il corpo inerme e martoriato del Figlio, appena deposto dalla croce per essere sepolto. La Vergine, la testa coronata e coperta da un lungo velo azzurro bordato d’oro che si dispiega sulle spalle fin quasi ai piedi, gli occhi rivolti verso l’alto come a domandare a Dio il perché di questo immenso dolore, indossa una lunga veste nera cinta in vita da una fascia dello stesso colore bordata d’oro, cui fa da contrappunto il bianco giaciglio sul quale è adagiato il Figlio con gli occhi e la bocca socchiusi. San Giovanni, posizionato alla sua destra, ha la testa, cinta da una vistosa aureola raggiata che si dispiega su una bionda chioma riccioluta, leggermente rivolta verso Gesù; indossa, un manto rosso su una tunica beige bordata sul collo da una trina bianca dalle cui ampie maniche fuoriescono le mani nell’atto di manifestare il turbamento e la disperazione di quel momento. Circa la committenza del gruppo scultoreo, a tutt’oggi non ci vengono in soccorso, purtroppo, né le fonti orali né quelle scritte. Tuttavia, dal momento che la devozione per la Vergine, in tutte le sue espressioni, compresa la Pietà in Cristo, fu un carattere specifico dell'ordine agostiniano, com’anche la pratica della pietas, intesa come culto di Dio, evocata, indirettamente, attraverso il tema della medesima raffigurazione (si analizzi in merito la valutazione del termine pietas data da s. Agostino nel primo capitolo del X libro de La città di Dio), è ipotizzabile che essa fosse stata commissionata dagli stessi monaci.
Arcangelo Testa è figura di artista, fra i maggiori nel campo della scultura lignea napoletana della prima metà del XIX secolo, che formatosi presso Giuseppe Picano, mise su, nei primi decenni del secolo, un’attrezzata bottega, con sede a Napoli in Largo Ecce Homo, nei pressi della chiesa di Santa Maria dell’Aiuto, per la produzione sia di sculture che di simulacri vestiti. Una veloce disamina sulla sua produzione intercettata tra Napoli, la Campania e le restanti regioni meridionali, soprattutto in Calabria e in Puglia, evidenzia tutta una serie di più o meno eccellenti esemplari che vanno dalla giovanile composizione del S. Raffaele Arcangelo e Tobiolo della cattedrale di Amalfi, al S. Giorgio che sconfigge il drago dell’omonima chiesa di Locorotondo (Ba), 1833; dal S. Severo della cattedrale dell’omonima città pugliese, 1834, alla documentata SS. Trinità della chiesa di S. Rocco di Foggia, 1835-36; dalla Madonna delle Grazie di Tresilico (RC), 1836, all’Annunciazione della cattedrale di Oppido Mamertina (RC), 1841, ai molteplici manufatti, documentati o attribuiti, che in questa sede sarebbe oltremodo lungo elencare, realizzati oltre che per le chiese campane (a Napoli, Castellamare di Stabia, Ischia, Torre Annunziata, Capaccio), pugliesi (Capurso, Laterza, Giovinazzo, Gallipoli) e calabresi (Piminoro, Corigliano Calabro, Cosenza, Alessandria del Carretto, Altomonte, Belvedere Marittimo, Morano Calabro, Pizzo Calabro, Carlopoli) anche per qualche chiesa lucana (Castelmezzano, Avigliano), abruzzese (Bussi sul Tirino, Giulianova), molisana (Agnone, Carpinone), marchigiana (Monteprandone) e perfino sarda (Gonnascodina).
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 12 Dicembre) |