Durante la Seconda guerra mondiale, Napoli, in quanto uno dei più importanti centri industriali e di comunicazioni del paese, viepiù per essere il principale porto italiano per le rotte verso l’Africa, nonché base di una parte consistente della flotta militare, si trovò ad essere un obiettivo strategico primario nello scacchiere della guerra navale in corso nel Mediterraneo tra le forze dell’Asse e gli Alleati anglo-americani. Tale ruolo strategico crebbe ulteriormente nel 1943, quando si trovò anche ad essere la prima grande città a dover subire l’offensiva delle truppe alleate nella loro risalita lungo la penisola, prima e durante lo sbarco di Salerno del 9 settembre di quell’anno. Pertanto, già nei primi mesi del 1943, in previsione di nuovi e più pesanti bombardamenti aerei cui sarebbe stata sottoposta, tra il 10 maggio e l’8 luglio, le autorità preposte alla salvaguardia dell’importante patrimonio librario napoletano, in primis la dottoressa Guerriera Guerrieri, direttrice della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” e soprintendente alle biblioteche della Campania e della Calabria, si erano occupate del trasporto di ben 1437 casse di materiali librari non solo della Nazionale ma anche di varie biblioteche napoletane tra cui la Libreria di Benedetto Croce, nei vari ricoveri individuati a Teano, a Calvi Risorta, a San Giorgio del Sannio e Minturno, in aggiunta ai manoscritti e agli incunaboli già trasferiti, fin dal marzo dell’anno precedente, prima nel monastero di Montevergine e poi nel Palazzo abbaziale di Loreto a Mercogliano. Le casse contenevano, tra l’altro, il “Fondo Farnesiano”, quello dei “Conventi soppressi”, la “Collezione degli Statuti”, i testi della “Leopardiana Zambrini”, i volumi della sezione “Rari”, la raccolta “Vesuviana” e gli opuscoli biografici “Casella”. In particolare, a Teano e a Calvi Risorta, i volumi trovarono riparo, rispettivamente, presso il Convento francescano di “S. Antonio” e la “Scuola Apostolica dei Passionisti”. Agli inizi di ottobre del 1943 era accaduto, però, che un medico in servizio presso la famigerata divisione corazzata “Hermann Göring”, stanziata nei dintorni di Cassino, il tenente Maximilian Becker, incaricato di istituire un lazzaretto a Teano, scoprì durante una ricognizione nel convento di Sant’Antonio, le suddette casse. Appassionato bibliofilo e cultore di storia dell’arte, adducendo a motivo che il convento si trovava troppo vicino al fronte di guerra, e che temeva, per di più, la distruzione delle casse “a causa dell’ordine generale di far brillare tutti gli edifici maggiori nel momento della ritirata tedesca”, organizzò, con una decisione unilaterale, lo spostamento delle casse ivi depositate, prima a Roma e poi a Villa Marignoli, alle pendici del Monte Ferretto, nel territorio di Spoleto, dove era ubicato il deposito generale della sua divisione. Orbene, dal momento che questa famigerata divisione era composta da elementi appartenenti alla “gioventù hitleriana”, distintasi particolarmente nella organizzazione di cruente stragi di civili, è lecito chiedersi se il tenente Becker, avesse lealmente agito con l’intento di salvare i libri dagli effetti dei combattimenti o per appropriarsi, in concorso con altri, di materiali preziosi per i propri fini. Di certo, sappiamo, che le autorità italiane competenti in materia vennero a conoscenza del trasferimento solo tempo dopo, come anche sappiamo che, allorquando Becker fu informato, in buona fede, dai frati francescani di Teano, P. Giovangiuseppe Carcaterra e P. Baldassarre Califano, dell’esistenza di un altro fondo librario di proprietà dello Stato italiano, ma gestito dai monaci, nella vicina Abbazia di Montecassino, non esitò, con l’approvazione del colonnello Julius Schlegel, e ancora una volta senza avvertire le autorità italiane, a cercare di trasferirvi anche i 70.000 volumi che componevano la suddetta raccolta, unitamente ai 70.000 documenti dell’Archivio abbaziale, alle opere d’arte più preziose delle gallerie napoletane e al medagliere di Siracusa là messi al sicuro (sic!) alcuni mesi prima. La tentata operazione, quando era già stata in parte attuata, non passò, tuttavia, del tutto sotto silenzio: la sera del 19 ottobre il sostituto archivista P. Tommaso Leccisotti raggiunse il Vaticano per mettere al sicuro i restanti beni dell’abbazia e una parte dei materiali ancora conservati in essa, tra cui il tesoro di Siracusa, per allertare le autorità vaticane e italiane di quanto stava accadendo ma, soprattutto, per metterli al corrente delle voci dell’imminente pericolo, purtroppo poi disgraziatamente confermato dagli avvenimenti, di una preventivata distruzione del complesso monastico, sospettato di accogliere tra le sue mura un contingente tedesco, mediante bombardamenti aerei delle forze alleate. Pertanto, in rapida successione intervenivano nella vicenda, a vario titolo, il soprintendente Emilio Lavagnino, il sostituto Segretario di Stato Vaticano, Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsäcker, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini, fino a ché, agli inizi di novembre, il feldmaresciallo Albert Konrad Kesselring, comandante supremo di tutte le forze tedesche in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre, non ordinava alla divisione Göring di restituire al Vaticano tutte le casse di Teano e Montecassino conservate a Spoleto. Restituzione, poi effettivamente avvenuta tra il dicembre e il 4 gennaio dell’anno successivo in Piazza Venezia a Roma, anche se le casse rimasero lungamente depositate, nell’attesa di essere consegnate alle rispettive istituzioni, in un magazzino dell’Archivio di Stato della città. Basti pensare che a Napoli, isolata e priva di comunicazione, la notizia che i libri depositati a Teano, ritenuti ormai dispersi, si trovavano custoditi a Roma arriverà solamente dopo nove mesi dalla loro scomparsa. Per inciso, il colonnello Julius Schlegel, storico dell’arte e leale sostenitore dell’operazione al fine di salvare il prezioso patrimonio conservato nell’Abbazia da possibili bombardamenti, fu a fine conflitto arrestato e processato dagli Alleati con l’accusa di saccheggio, ma fu assolto grazie alla testimonianza dei monaci di Montecassino che ne garantirono la lealtà e la buona fede.
Migliore sorte toccò, invece, al deposito di Calvi Risorta, rimasto quasi indenne nonostante l’edificio, che custodiva ben 871 casse di libri di varie istituzioni napoletane tra cui quella della già citata biblioteca del senatore Benedetto Croce, fosse stato ripetutamente colpito dai bombardamenti aerei e da colpi di artiglieria dell’offensiva alleata. I pochi danni registrati dopo le incursioni belliche erano dovuti per lo più - come riportò P. Basilio Cipollone, ai primi di novembre, in una visita alla soprintendente Guerrini - alle piogge che, a causa delle fatiscenti condizioni del tetto, cadendo sulle casse ne mettevano a rischio l’integrità; quanto non anche alla presenza in convento di una trentina di soldati inglesi con le loro cucine e le loro vettovaglie. Sicché dopo una visita della Guerrieri e del maggiore Paul Gardner, grazie all’aiuto delle autorità alleate, in particolare del generale Edgar Erskine Hume, governatore militare di Napoli, e del generale Mark Wayne Clark, comandante generale della 5ᵃ Armata statunitense, investito personalmente da Benedetto Croce con una missiva in cui si chiedeva l’invio di automezzi per il trasporto, le casse di Calvi poterono, finalmente rientrare a Napoli, tra il 6 e l’11 gennaio del 1944, trovando provvisoria sistemazione presso il complesso dei Girolamini.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 7 Luglio)
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