L'ASSOCIAZIONE
 
il Sidicino
 
Indice per autore
 
Indice Franco Pezzella
 
 
I dipinti di Gaetano Gigante in alcune chiese
dell'agro sidicino-caleno (II parte)
 
Fig.2 - Vitulazio, Ch. S. Maria dell’Agnena
S. Maria dell’Agnena tra i ss. Stefano e Giovanni Battista
 

Alla lezione del maestro, fanno riferimento, del resto, anche le quattro tele, che ornano l’altare maggiore e tre cappelle laterali della chiesa di Santa Maria dell’Agnena di Vitulazio. Realizzate nei primi anni dell’Ottocento secondo la ricostruzione di Maria Tommasone sulla scorta della testimonianza riportata da don Antonio Cantone, curato della chiesa agli inizi del’900, nel suo libro Di Cinque Antichissime Chiese dell’Archidiocesi di Capua, edito a S. Maria C.V. nel 1906, le tele raffigurano Santa Maria dell’Agnena tra i santi Stefano e Giovanni Battista posta sull’altare maggiore, il Transito di san Giuseppe, la Comunione degli apostoli e la Madonna del Carmine tra i santi Biagio, Lucia, Matrona e Sebastiano poste rispettivamente nel secondo e quarto arcone di sinistra e nel secondo arcone di destra della navata.
Le tele ricalcano le iconografie rappresentate nei dipinti che decoravano l’antica chiesa - ubicata ai piedi del monte Tutuli in quella che un tempo era la zona più alta del paese - crollata nel 1774 mentre se ne andava edificando nei pressi una nuova, l’attuale parrocchiale, la cui costruzione si prolungò, però, per difficoltà economiche, fino al 1803. La tela raffigurante Santa Maria dell’Agnena tra i santi Stefano e Giovanni Battista (fig.2) firmata dal Gigante sullo zoccolo del trono della Vergine, raffigura, infatti la Madonna dell’Agnena (termine riconducibile al vicino omonimo torrente corruzione della voce Anglena, sincope di Angulena, che vuol significare raccolta d’acqua dove prolificano le anguille) mentre, seduta con il Bambino su un trono, circondata da putti, è adorata dai santi Stefano (protettore di Vitulazio e della diocesi di Capua) e Giovanni Battista così come l’aveva descritta Luca Squeglia, quarto rettore curato della chiesa, in occasione della Santa Visita dell’arcivescovo Mondilio Orsini nel 1729.
L’unica variante rispetto alla vecchia cona è la presenza, sul basamento del trono, di un finto bassorilievo raffigurante, in monocromo, Il trasporto dell’Arca dell’Alleanza - la cassa in legno di acacia e oro che, secondo il Libro dell’Esodo, conteneva le due tavole di pietra dei Dieci Comandamenti - mentre viene trasportata dai sacerdoti a Gerusalemme (II⁰ Libro di Samuele 6, 12-17; II⁰ Libro dei re 6,19). Per il resto i due santi adoranti sono raffigurati: l’uno, santo Stefano, inginocchiato nell’atto di porgere alla Madonna il Vangelo su cui sono adagiate le pietre con le quali fu lapidato, affiancato da due putti, di cui uno recante la palma del martirio; l’altro, san Giovanni Battista, con l’agnello accucciato ai suoi piedi accarezzato dall’altro putto e con il viso rivolto verso lo spettatore, mentre con la mano destra regge la croce astile e con quella sinistra indica la Vergine. Alla pari della pala di Pietravairano, anche qui le figure sono descritte con sottigliezza e precisione, la gamma cromatica è delicata e tenue. La vicenda della morte, ovvero del Transito di san Giuseppe - come meglio è definita la dipartita del padre putativo di Gesù a ragione dell’incorruttibilità del suo corpo e per il trasporto della sua anima direttamente in Paradiso in virtù dell’intervento dell’arcangelo Michele - è il tema iconografico illustrato nella tela sottostante il secondo arcone di sinistra (fig.3). Riportata nella Storia di Giuseppe il falegname, un racconto apocrifo del IV o V secolo, la vicenda narra che santo, preavvertito da un angelo, morì alla veneranda età di 111 anni, dopo una breve agonia, confortato dall’amore di Gesù e Maria; ragione questa per cui, a far data dal 1522, quando un frate domenicano milanese, tale Isidoro Isolani la rese popolare con la sua Summa dei doni di San Giuseppe, il santo è venerato come “patrono della buona morte”. La scena si svolge in un ambiente delimitato a sinistra da un drappo rosso, al cui centro, sopra un’alzata, un letto accoglie, avvolto in una coperta giallo ocra, il corpo ormai sfinito di san Giuseppe. Alla sua sinistra è la Vergine che, con il viso contrito, volge lo sguardo verso lo sposo e, con un gesto molto teatrale, sta per cingergli la testa con la mano destra. Di fronte è Gesù, che, con il braccio destro indica al padre la via del cielo. In primo piano sul lato sinistro, ai piedi del letto, una domestica, genuflessa, regge un incensiere; un altro incensiere da cui fuoriescono fumi e un drappo rosso chiudono la scena in basso. Alle spalle di Gesù, l’arcangelo Michele, abbigliato con armatura seicentesca, veglia sulla scena, mentre in alto sopraggiungono dal cielo, su una nube, tre angeli che recano un serto, per incoronare Giuseppe e accompagnarlo nel viaggio celeste. Sottostante il quarto arcone di sinistra s’incontra la rappresentazione della Comunione degli apostoli (fig.4), uno dei due aspetti con cui è iconograficamente illustrato, secondo il racconto riportato da tutti e quattro gli evangelisti, l’episodio dell’Ultima Cena. Sullo sfondo di un portico classicheggiante per la presenza sui lati di due porzioni di colonne, Gesù, vestito con una veste rosa pallida e un manto azzurro, è al centro della composizione nell’atto di porgere l’eucarestia agli apostoli che - chi inginocchiato, chi in piedi - stanno disposti tutti intorno, ritratti in varie positure, vestiti con abiti sgargianti e con espressioni improntate ora allo stupore, ora alla meraviglia. Di là del sovraffollamento dello spazio scenico, che tradisce un vago squilibrio delle parti, la tela si qualifica anche qui, come nel dipinto precedente, per una gradevole gamma cromatica.
Il ciclo si chiude, nel secondo arcone di destra, con La Madonna del Carmine tra quattro santi (fig.5), rispettivamente Biagio e Lucia, a sinistra, Matrona e Sebastiano, a destra, ognuno dei quali contrassegnato dal rispettivo attributo iconografico: nella fattispecie gli occhi su un piatto per santa Lucia, a simboleggiare non già il suo martirio, avvenuto con un colpo di spada alla gola, bensì la luce del suo cuore, capace di illuminare i giorni più tetri e difficili; le vesti e le insegne vescovili e il pettine di ferro che si usa per cardare la lana per san Biagio, a simboleggiare lo strazio cui fu sottoposto per essersi rifiutato di rinnegare la fede cristiana; la corona per santa Matrona, giacché secondo alcune leggende sarebbe stata la figlia di un sovrano lusitano, giunta nella vicina Capua per chiedere sulla tomba di san Prisco, apparsele in sogno, la grazia di farla guarire da dolori cronici all’addome; una freccia nella mano destra per san Sebastiano, a ricordo del primo fallito tentativo di martirizzarlo. Tranne san Biagio tutti i santi impugnano la palma del martirio. La Vergine è rappresentata, invece, secondo l’iconografia antica con il Bambino Gesù in braccio e una stella sulla spalla destra, sopra il manto azzurro, mentre, seduta su una nube, è incoronata da due cherubini. Ai suoi piedi, parzialmente coperte dai panneggi di san Biagio e santa Matrona, s’intravedono delle lingue di fuoco, tra le quali volti e braccia di anime del Purgatorio, giunte in preghiera, si protendono verso la Vergine, in quanto particolare protettrice delle anime espiatrici, per invocarne il perdono e l’ascesa al Paradiso.
Un’ultima annotazione per osservare che le tele della navata sono tutte contrassegnate dal monogramma “GG” del pittore.

Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 6 Giugno)

Fig.3 - Vitulazio,
Ch. S. Maria dell’Agnena
Transito di s. Giuseppe
 
Fig.4 - Vitulazio, Ch. S. Maria dell’Agnena,
Comunione degli apostol
 
Fig.5 - Vitulazio, Ch. S. Maria dell’Agnena
La Madonna del Carmine tra quattro santi