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SCOPERTA L'ANTICA LINGUA DEGLI AURUNCI

 
 

Quando ho iniziato a studiare le testimonianze archeologiche e linguistiche legate agli Aurunci, avevo la sensazione che dietro quei frammenti epigrafici si nascondesse qualcosa di molto più grande di una semplice curiosità storica. Per troppo tempo questo antico popolo dell'Italia preromana è stato considerato marginale, quasi un'ombra ai confini della storia romana. Eppure, scavando tra fonti classiche, iscrizioni e reperti archeologici, mi sono reso conto che gli Aurunci avevano ancora molto da raccontare. È da questa convinzione che nasce il mio studio Scoperta l'antica lingua degli Aurunci. La coppa del Garigliano e l'inedita iscrizione osca del santuario di Panetelle (Mondragone – CE).
Il mio obiettivo non era soltanto quello di analizzare alcune iscrizioni antiche, ma tentare di ricostruire la voce autentica di un popolo vissuto oltre duemila anni fa. La lingua rappresenta infatti l'identità più profonda di una civiltà: attraverso le parole comprendiamo il modo di pensare, la religione, i rapporti sociali e persino la visione del mondo di chi ci ha preceduti.
Nel corso delle mie ricerche ho approfondito le origini degli Aurunci, collocandole all'interno delle grandi migrazioni indoeuropee che interessarono l'Italia nel II millennio a.C. Ritengo che gli Aurunci appartenessero a quel ceppo protolatino da cui si svilupparono anche Latini, Falisci e Siculi. Questa parentela spiega le fortissime affinità linguistiche tra il latino arcaico e la lingua aurunca.
Uno degli aspetti che più mi ha colpito durante lo studio è stato il passo delle Noctes Atticae di Aulo Gellio, nel quale il filosofo Favorino rimprovera un giovane che parlava usando termini troppo arcaici, simili — dice — alla lingua degli Aurunci, dei Sicani e dei Pelasgi. Quel testo antico, apparentemente marginale, a mio avviso conserva una memoria preziosissima: dimostra che gli stessi Romani percepivano l'aurunco come una lingua antica ma ancora comprensibile, strettamente collegata al latino delle origini.
Il punto centrale della mia ricerca riguarda però la celebre scodella del Garigliano, rinvenuta presso il santuario di Marica a Minturno. Quando ho iniziato ad analizzare le iscrizioni presenti sul reperto, mi sono trovato davanti a uno dei documenti linguistici più straordinari dell'Italia preromana. La coppa, già studiata da Mauro Cristofani nel 1996, contiene infatti un testo che considero una testimonianza diretta della lingua parlata dagli Aurunci nel V secolo a.C.
Ho ritenuto particolarmente significativa l'interpretazione proposta da Cristofani, secondo cui l'iscrizione presenterebbe caratteristiche fortemente affini al latino arcaico. Analizzando attentamente il testo, sono giunto anch'io alla conclusione che la lingua della scodella del Garigliano rappresenti l'antico idioma aurunco, appartenente allo stesso ceppo dei protolatini. Questa scoperta, a mio giudizio, modifica profondamente il quadro storico e linguistico dell'Italia antica.
Nel mio studio ho cercato anche di evidenziare come il quadro politico e culturale cambi radicalmente alla fine del V secolo a.C. Con l'espansione dei Sanniti e la conquista di Capua, il territorio aurunco entra progressivamente nella loro sfera culturale e linguistica. È proprio in questo contesto che assume straordinaria importanza il ritrovamento dell'iscrizione proveniente dal santuario di Panetelle, a Mondragone.
Ricordo ancora il forte interesse che provai quando iniziai a studiare quel piccolo dolio miniaturistico. Apparentemente si tratta di un semplice vaso votivo, ma in realtà custodisce una testimonianza eccezionale della trasformazione culturale degli Aurunci. Desidero sottolineare un aspetto fondamentale: il dolio miniaturistico è completamente inedito e viene qui pubblicato per la prima volta. Questo rende il reperto di eccezionale importanza scientifica, poiché introduce nel panorama degli studi italici un nuovo documento epigrafico destinato ad avere un ruolo centrale nel dibattito storico e linguistico sugli Aurunci.
Ho dedicato moltissimo tempo all'analisi del graffito inciso sull'orlo del vaso. Partendo dagli studi e dalle presentazioni del professor Carlo Rescigno, ho cercato di proporre una nuova interpretazione dell'iscrizione, prestando particolare attenzione ai segni di interpunzione, alla disposizione delle parole e alla struttura grammaticale del testo. La presenza dei punti divisori tra le parole si è rivelata fondamentale per comprendere correttamente la struttura dell'iscrizione e il significato del testo.
Uno degli aspetti più importanti della mia interpretazione riguarda il fatto che nell'iscrizione non sia presente alcun apax. In precedenza il termine Kladi era stato considerato oscuro o eccezionale, ma a mio avviso esso va semplicemente interpretato come il nome della moglie di Spurio, cioè Claudia. Questo cambia radicalmente il significato dell'intero testo, che non contiene dunque parole enigmatiche o isolate, ma una formula votiva perfettamente comprensibile all'interno del contesto osco-italico.
L'iscrizione deve essere letta come un'offerta compiuta congiuntamente da Spurio e dalla sua sposa alla dea Luckia. La traduzione che propongo nel volumetto è infatti la seguente:
«Io sono il dono di Caio Spurio.
Io, dono, sono dato alla divina Luckia da Spurio e dalla sua Claudia.»
A mio giudizio questa traduzione restituisce finalmente il carattere autentico dell'iscrizione: non un testo frammentario o incomprensibile, ma una dedica religiosa familiare, profondamente umana, nella quale marito e moglie compiono insieme un'offerta votiva alla divinità del santuario.
Anche il nome della dea rappresenta un elemento di straordinario interesse. Ritengo infatti che la lettura corretta non sia “Luvkia”, come ipotizzato in passato, ma “Luckia”. Questo dettaglio linguistico apre scenari molto importanti sul piano religioso, poiché richiama immediatamente il culto italico di Giunone Lucina, protettrice della nascita e della fertilità.
Nel testo ho inoltre proposto che il piccolo dolio rappresentasse simbolicamente un dono di vino Falerno offerto al santuario. Dietro questo semplice vaso si nasconde dunque un intero sistema economico e religioso legato all'antico ager Falernus, territorio celebre sin dall'antichità per la produzione vinicola.
Durante la stesura del volume ho riflettuto molto sul fatto che spesso l'archeologia viene associata esclusivamente a grandi monumenti o a scoperte spettacolari. In realtà, talvolta è proprio un piccolo frammento di terracotta a permetterci di comprendere la trasformazione di un'intera civiltà. Nel caso del santuario di Panetelle, quel piccolo vaso racconta il passaggio da una cultura protolatina a una progressiva integrazione nel mondo osco-sannitico.
Con questo lavoro ho voluto restituire dignità storica agli Aurunci e al territorio che essi abitarono. Mondragone, Minturno, Sessa Aurunca e tutta l'area compresa tra Lazio meridionale e Campania settentrionale non rappresentano periferie della storia antica, ma luoghi centrali nella formazione della civiltà italica.
Ho cercato di costruire uno studio rigoroso ma accessibile, capace di unire archeologia, linguistica, epigrafia e storia delle religioni in un'unica narrazione. Credo che la ricerca storica debba essere condivisa e raccontata, non chiusa esclusivamente negli ambienti accademici. Per questo motivo ho voluto accompagnare il testo con immagini, trascrizioni, apparati bibliografici e riferimenti alle fonti antiche, così da permettere anche ai non specialisti di seguire il percorso della ricerca.
Alla fine di questo lavoro, la convinzione che porto con me è semplice ma profonda: gli Aurunci non sono un popolo scomparso nel silenzio della storia. Le loro parole, le loro iscrizioni, i loro culti e i loro oggetti continuano ancora oggi a parlarci. Bisogna soltanto imparare ad ascoltarli.

Ugo Zannini
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 6 Giugno)