Poche volte una metafora è stata tanta infelice come quella ricercata con meticolosità per giustificare la sconfitta referendaria del febbraio scorso.
Si è votato per un referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, questa era la favola che si raccontava, e un giornalista, anzi direttore di un giornale, ha speso tutte le sue migliori forze intellettive nel sostenere, senza pudore e senza fare prigionieri, il referendum che trasformava un organo costituzionale della Repubblica italiana, il potere giudiziario e la sua indipendenza, in uno strumento politico del Governo per eliminare gradualmente ogni controllo di legittimità sulle scelte che ha fatto e farà l'Esecutivo per attuare il proprio programma presentato nell'ultimo confronto elettorale del 2022.
Nel rispetto di chi legge e che liberamente ha scelto di votare con un No o con un Si tralascio le ragioni insite nel quesito referendario che nascondeva, dietro un tecnicismo contorto e incomprensibile a chi poco mastica una materia di per sé difficile e complessa, un disegno perverso di condizionare le funzioni della Magistratura, organo indipendente della Repubblica italiana, alla volontà politica dell'Esecutivo che governa il Paese.
Le reazioni, dopo i risultati chiari ed inequivocabili del referendum, erano scontate perché la posta in gioco era alta: mettere le mani sulla Costituzione e modificarne alcuni suoi articoli, in modo specifico quelli che contemplano l'organizzazione autonoma del potere giudiziario, per spalancare una porta politica ad altre incursioni sulla Costituzione con modifiche che avrebbero stravolto, a mio giudizio, le basi stesse su cui si poggia l'esistenza della Repubblica italiana.
I sostenitori del No che ha vinto il referendum hanno manifestato una moderazione inusitata, qualche coro da stadio non è mancato ma tutto è finito lì, perché il “parcere subiectis” è il modo migliore per riportare la discussione sulle vere e necessarie riforme dell'amministrazione della Giustizia nel nostro Paese.
Qualcosa è accaduta, forse non palesata in modo chiaro, tra le componenti che sostenevano il Si, scatenando una reazione nel loro interno che ha portato l'Esecutivo, il Capo del Governo, a chiedere le dimissioni dalle cariche politiche amministrative di persone che, forse, nulla avevano a che fare con il risultato del referendum.
Quei personaggi allontanati dalle loro cariche dovevano essere cacciati da tempo perché, a detta di tutti, sono personaggi impresentabili.
È stata una reazione per dare sfogo immediato alla loro delusione per una sconfitta non prevista, la gioiosa macchina di guerra non ha prodotto gli effetti sperati che in modo indolore dovevano trasformare l'assetto costituzionale della nostra Repubblica.
La delusione si è trasformata in un accanimento nella ricerca delle cause che hanno sconvolto le certezze ed i sogni di tutti coloro che ormai credevano assicurata la vittoria del Si.
Per chi ha seguito lo svilupparsi delle discussioni e le relative analisi sul perché della sconfitta del Si ha dovuto sopportare le mezze figure di contorno che poco sapevano del referendum ma che immesse nella mischia, con la loro raffinata dialettica, dovevano difendere un referendum ormai perso.
Ciò che si è detto nei vari incontri e confronti nei talk appositamente studiati con la presenza maggioritaria di inviati ed esperti dei sostenitori del Si, ha convinto sempre di più che la scelta referendaria del No era necessaria per chiarire, si spera per sempre, che apportare modifiche profonde su parti cardini della Costituzione italiana è impossibile senza coinvolgere tutte le forze politiche presenti in Parlamento, l'organo legislativo dello Stato italiano.
Un giornalista, come prima accennato, sempre secondo il mio personale giudizio, ha volutamente travalicato i limiti di una decenza professionale che anche il più piccolo scribacchino deve possedere quando si devono descrivere e riportare fatti chiari ed inoppugnabili.
La sua delusione che è rabbia ancestrale di tutti quelli che, pur non conoscendo l'importanza della posta in gioco insita nel quesito referendario, da servitori serventi del potere politico che governa oggi l'Italia erano sicuri di fare filotto cioè di vincere a mani basse dappertutto ma in modo particolare nel Sud Italia dove hanno spadroneggiato nelle elezioni del 2022.
Ha voluto, preso dalla disperazione e non avendo una risposta politica alla grande debacle del Si, inventarsi qualcosa di inusitato e si è ricordato di aver, forse, studiato le opere di Giovanni Verga ed ha confuso il vero messaggio contenuto nelle opere del grande scrittore del Verismo italiano. Questo accade sempre quando si vogliono usare ricordi di studi che sfumano nel tempo e solo per condizionare qualche ingenuo lettore.
L'Italia del Sud, dove ha vinto il No, serbatoio di voti dell'attuale maggioranza che governa l'Italia, secondo questo illuminato giornalista è la parte dell'Italia improduttiva “attaccata come la cozza di Giovanni Verga allo scoglio del reddito senza lavoro” mentre il Nord è” l'Italia del fare” che ha votato Si.
Ciò che ha scritto il giornalista racconta esattamente l'opposto di ciò che è successo: il Si ha vinto in tre regioni su venti, mentre il No ha vinto nelle restanti incluse dieci regioni governate dal centrodestra.
Lo schema Nord -Sud non regge e nemmeno lo schema destra- sinistra, questo giochetto di leggere i dati referendari ad usum delphini e confondere le idee il giornalista lo conosce bene, non ha colto che qualcosa di profondo si è mosso spingendo le persone a recarsi ai seggi e soprattutto convincendo i giovani che era nelle loro mani il futuro democratico dell'Italia.
La metafora della cozza richiamata dal giornalista oltre ad essere il solito ritornello offensivo per noi meridionali, tra l'altro anche lui appartiene a tale popolo perché sardo, contiene un errore che anche il più disattento studente conosce bene.
La cozza dei Malavoglia, quella famiglia di pescatori di Aci Trezza che dà il titolo al romanzo del Verga, non si attacca allo scoglio per inerzia o per assistenzialismo. Si attacca perché quello scoglio è la sua condizione di sopravvivenza. Il mare è imprevedibile e violento, e senza un punto fermo si annega.
Usare quella metafora per dire che noi del Sud siamo pigri e dipendenti rivela una lettura del romanzo esattamente al contrario. I Malavoglia lottano, Perdono. Lottano ancora.
La tragedia di Verga non è la loro pigrizia. È il sistema che li schiaccia.
Il Sud che ha votato No conosce bene quella sensazione, Vive in territori dove la sanità pubblica non regge, dove il lavoro non c'è o è precario, dove lo Stato arriva in ritardo quando arriva.
In questo contesto la Magistratura non è percepita come “toghe rosse” che bloccano il Governo. È uno dei contropoteri ancora in piedi, uno degli argini che almeno a tratti ha tenuto.
Indebolire quell'argine in un territorio dove lo Stato è debole non suona come una riforma di libertà. Suona come togliere l'ultimo tetto che c'è per sfuggire al diluvio.
È il paese reale che si è mosso perché è stato lasciato libero di muoversi per difendere la sua Costituzione dalle violenze che avrebbe subito.
Questo stesso popolo libero ha dato una risposta, se uno schiaffo violento, ad un altro di quei personaggi che con livore ha giustificato la sconfitta del Si definendo il Sud un popolo di cialtroni fannulloni che si mangia tutto quello che il Nord produce.
Giuseppe Toscano
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 4 Aprile) |