Sono trascorsi pochi giorni dalle Olimpiadi invernali di Milano - Cortina 2026 ed ancora si raccontano i momenti esaltanti di gesti atletici ma anche debacle clamorose che saranno ricordate negli annali della storia dei Giochi invernali.
I tonfi inspiegabili di campioni hanno lasciato un segno nella memoria perché predestinati a vincere la medaglia d'oro dello sport in cui dovevano eccellere e meravigliare e che ne avrebbero consacrato la gloria nel tempo.
Gli atleti partecipanti, anche chi è andato solo per rappresentare la sua nazione e trascorrere uno stage istruttivo con chi era il suo idolo, sperano sempre nelle disgrazie altrui, ne accadono spesso, sognando un momento di gloria. Una semplice illusione che può trasformarsi in realtà.
La speranza di vincere anche e solo una medaglia di cartone, è sempre una medaglia olimpica, da coraggio e determinazione per vivere un giorno di gloria.
Questi atleti che si affidano alla speranza di raccogliere qualche briciola di gloria rappresentano una cornice variegata del popolo olimpico che circonda la piccola schiera di predestinati alla vittoria, sicuri di essersi preparati a vincere, non solo, per illuminare con i loro gesti atletici le giornate di gara ma per diventare il mito per tanti loro fans.
Tra gli atleti più attesi, definito con enfasi la stella delle Olimpiadi, era Ilia Malinin da tutti definito “il dio del quadruplo”, un pattinatore americano figlio di una coppia kazaka che aveva conquistato l'oro olimpico a Nagano (Giappone) nel 1998.
Chi scrive è un terricolo di pianura e di clima temperato e non ha messo mai una lama affilata sotto le proprie scarpe per tentare di avventurarsi su una pista di ghiaccio e poco mastica di pattinaggio e delle relative piroette che danno i numeri per vincere una gara.
Ero curioso di vedere l'esibizione di questo biondo americano che era stato annunciato come un fenomeno straordinario.
Non bisogna mai dimenticare la legge dello sport ed il suo bello di non sapere mai come va a finire se lo sport rimane come tale e non viene addomesticato da mazzette varie che ne distrugge la sua genuinità ed anche un po' di eroicità.
La sua specialità è il pattinaggio di figura e Ilia Malinin gareggiava per l'assegnazione della medaglia per il singolo maschile: doveva effettuare il salto mortale indietro, proibito e riabilitato dai regolamenti dopo cinquanta anni.
L'esibizione dell'atleta era stata preceduta da una fama di eccezionalità perché sarebbe stato il primo ad eseguire ai Giochi olimpici il leggendario salto mortale quadruplo indietro Axel.
L'Ice Skating Arena di Assago pieno zeppo ha atteso con impazienza il turno dell'esibizione del pattinatore ed una grande ovazione è seguita all'annunzio della sua entrata nello stadio del ghiaccio.
Una serie di giravolte, secondo il cronista che seguiva l'esibizione di Ilia, ha introdotto il momento clou della prestazione ma sul più bello, forse, nella testa dell'angelo biondo è accaduto qualcosa di inspiegabile perché il quadruplo di Axel è uscito appena semplice e mi è apparso, vista la inquadratura del volto dell'atleta, che Ilia fosse caduto nell'abisso oscuro dell'ansia come in un gorgo, risucchiato in una caverna senza fondo.
L'uomo che doveva essere l'istrione di Aznavour si scopre improvvisamente omino di Mordillo che affacciato sull'orlo del precipizio del campo di calcio in cima alla rupe scruta i palloni perduti.
La mente dell'atleta non è riuscita a resettare l'errore: cade una volta, cade due volte, si sente solo con se stesso, abbandonato nella sfortuna e la sua fisionomia angelica smotta in un accenno di pianto.
Niente podio, niente di niente, solo ottavo dietro un altro kazako e due giapponesi.
Si è tanto parlato per individuare le cause di una debacle che ha dell'incredibile e delle poche cause messe a fuoco una è risultata accettabile e, per gli atleti di un livello superiore alla media, diventa fatale
La forte pressione mediatica lo ha condizionato e lo ha trasformato, mi si perdoni la metafora ma è d'obbligo, in una replica sul ghiaccio del Gotterdamerung, il Crepuscolo degli dei, di Wagner visto la sera prima alla Scala di Milano.
L'eroe Sigfrido del capitolo conclusivo della trilogia L'anello del Nibelungo rappresenta la fine dell'era delle divinità primordiali. La lancia che lo trafigge, per chi ha assistito all'esibizione di Ilia, è la pressione mediatica che ha preso possesso dell'atleta e ne ha condizionato la vittoria.
Non è stato il solo, anche Amber Glenn pattinatrice americana con concreta ambizione di medaglie e atleta Usa più quotata del circuito nel pattinaggio di figura singolare femminile per il programma corto
Tutto è andato bene sino al triple loop, elemento chiave del programma, commette un errore grave, gli vengono dati zero punti, che si trasforma in un incubo per lei.
Come Ilia ha pianto. Questa umanità ritrovata fa pensare che pur nella loro fisicità perfetta di atleti e nelle loro giuste ambizioni di vittoria sono anche loro gente che ancora appartengono alla razza umana, sono uno di noi che soffre e gioisce per ciò che la vita gli offre.
Dopo la medaglia d'oro in SuperG la nostra atleta Federica Brignone, recuperata dopo i vari incidenti della stagione sciistica 2025, ci ha affidato un su pensiero che è guida per ogni atleta” Il fatto che dopo l'infortunio fosse già un successo esserci mi ha tolto la cosa più difficile delle Olimoiadi: la pressione. Ho sciato leggera, mentre quando vuoi troppo una cosa spesso è la volta che non riesci a ottenerla”.
Ed ha vinto anche lo Slalom gigante.
Le parole della Brignone contengono un messaggio da non sottovalutare e che deve essere di guida per chi pratica lo sport a livello competitivo.
Noi tutti siamo correi di ciò che può accadere a tanti atleti ma anche a tante persone che confidano nella notorietà acquisita attraverso i social guidati da algoritmi che creano e distruggono alla velocità della luce.
Come me anche altri sino ai giorni precedenti le Olimpiadi di Milano-Cortina non sapeva chi fosse Ilia Malinin o Amber Glenn o altri atleti, poi li ha visti comparire sui social nello splendore delle loro esibizioni ed in breve tempo sono diventati virali.
Noi tutti abbiamo trasformato questi bravi ed ottimi atleti in eroi e sempre noi li abbiamo distrutti, gli abbiamo tolto la parte migliore che essi hanno nel gareggiare cioè la leggerezza senza l'ansia del risultato.
Gli atleti visti alle Olimpiadi invernali e altri nomi che affollano i social sono eroi moderni contemporanei al centro di tanti interessi economici da essere posti sotto i riflettori con una esposizione mediatica sproporzionata. Capaci di arrivare a sommi vette, quanto a rovinose cadute.
Lo spirito di Pierre De Cuobertin è acqua passata che è scesa a valle e non può più ritornare alla fonte. Lo spirito dilettantistico e la passione era l'anima dei giochi ed al vincitore di ogni gara veniva dato una corona d'ulivo e la medaglia di argento mentre al secondo classificato solo una corona d'alloro.
Ritornare allo spirito originario di ogni sport lontano dai canoni moderni legati al danaro ed alla ricchezza, è una chimera secondo qualcuno, può evitare drammi esistenziali derivanti da una sconfitta e per rendere più umani questi eroi.
Giuseppe Toscano
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 3 Marzo) |