L'antica Herculaneum, distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., è profondamente legata alla moderna Ercolano. I destini delle due città, fisicamente sovrapposte e compenetrate, sono indissolubilmente legati dal momento del ritrovamento, coesistendo in un fragile equilibrio ma ricco di stimoli reciproci (fig. 1).
Gli scavi hanno interagito con la comunità locale in molti e differenti modi andando a costituire un nucleo di azioni, esperienze, condivisioni e negazioni che sono andati sedimentandosi lungo l’arco di ben quattro secoli, dalla scoperta nel XVIII all’attuale rinascita.
Dopo le casuali scoperte del 1710, scavi sistematici iniziarono nel 1738 per volere di Carlo III di Borbone, con un’impresa di grandissima portata che di fatto segna l’inizio dell’archeologia moderna. I profondi livelli di giacitura delle strutture archeologiche obbligarono a condurre gli scavi per cunicoli, la cui rete nel corso di pochi anni interessò l’intera estensione della città romana. Tale tecnica di scavo comportava seri rischi, sia per gli operai sia per gli edifici sovrastanti, tanto che la sicurezza dei tunnel fu sempre fondamentale per gli scavatori borbonici, innescando un rapporto conflittuale con la comunità locale che, ad eccezione di qualche giovane che sbarcava il lunario facendo da guida ai primi visitatori del grand tour, di certo non coglieva le potenzialità della scoperta. I diari di scavo dell’epoca raccontano infatti che i cittadini di Resina (nome medievale della città di Ercolano) temevano che i tunnel potessero minare la stabilità delle case, tanto che Pierre Bardet de Villeneuve, uno degli architetti che si alternarono alla direzione dei lavori, costrinse sotto la minaccia delle baionette alcuni abitanti a scendere nelle gallerie per verificarne la sicurezza. Lo scavo della città fu abbandonato nel 1765 a favore di quello di Pompei che, in virtù delle differenti modalità di seppellimento, era di più semplice esecuzione. In questo periodo, dunque, il rapporto con la comunità locale era di diffidenza e di acquiescenza obbligata da parte della popolazione che subiva le decisioni che arrivavano dall’alto senza trovare che minimi risvolti positivi alla propria esistenza grazie all’inizio delle visite del Grand Tour (fig. 2). Al contrario, la fama di Ercolano nei milieux culturali più elevati d’Europa divenne ben presto enorme anche grazie ad iniziative editoriali ufficiali, come la pubblicazione de “Le Antichità di Ercolano Esposte” e, ancor di più, alle pubblicazioni pirata che a partire da quelle furono realizzate in varie lingue.
Dopo alcune parentesi ottocentesche, il sogno di riportare Ercolano alla luce si realizzò grazie all’archeologo Amedeo Maiuri che, in qualità di Soprintendente alle antichità di Napoli, intercettò l’interesse propagandistico del governo fascista verso l’archeologia romana.
L’intervento di Maiuri (1927-1961), che ha restituito la città che vediamo oggi, fu portato avanti organizzando in modo estremamente efficiente ogni fase dei lavori: dallo scavo al restauro, fino all'esposizione dei reperti all’interno delle antiche domus, dando vita ad un innovativo esperimento di città-museo, con arredi ed oggetti della vita quotidiana ricollocati al loro posto. Tali attività furono possibili grazie all’impiego di numerosi operai che vivevano nella moderna Ercolano (fig. 3). Molti di essi, alla fine della stagione di scavi, continuarono a restaurare e manutenere gli edifici romani, imparando mestieri che hanno costituito in molti casi una solida base professionale per sviluppare attività artigianali in proprio, entrate a far parte delle tradizioni famigliari.
Un importante progetto di storia orale, portato avanti dal Parco insieme al partner privato Packard Humanities Institute, ha lo scopo di recuperare e valorizzare questa ricca memoria storica e di comprendere meglio il lavoro di Maiuri e il suo approccio con le maestranze, improntato ad un rispetto reciproco e, potremmo dire, ad un affetto sincero, difficilmente riscontrabile in altri contesti.
Dopo questa positiva parentesi, si è assistito ad un graduale allontanamento tra i responsabili del sito e la comunità locale. Il sistema di manutenzione in amministrazione diretta della città antica, infatti, rallentò progressivamente fino ad arrestarsi quasi del tutto alla fine degli anni Ottanta, con il pensionamento del personale interno non adeguatamente rimpiazzato. Ciò che emerge con chiarezza è che mano a mano che la popolazione locale non è stata più coinvolta nella gestione del sito, quest’ultimo è andato incontro ad indifferenza e degrado trascinando in una sorta di limbo anche i quartieri limitrofi della città moderna, separata fisicamente e visivamente da quella antica anche attraverso un poderoso muro di cinta lungo il lato nord-occidentale dell’area archeologica.
Il Parco ha lavorato da subito per ricucire questo strappo e riavvicinare la comunità al proprio patrimonio, nella consapevolezza che una vera tutela di quest’ultimo è possibile solo grazie al rispetto e alla cura di chi quotidianamente lo vive e che, in linea con i principi della Convenzione di Faro, ha diritto a trarne beneficio e a contribuire al suo arricchimento.
In questo senso, di particolare rilevanza è il progetto di riqualificazione del quartiere di via Mare condiviso tra Parco Archeologico, Packard Humanities Istitute e Comune di Ercolano. Qui un’area degradata è stata trasformata in una piazza panoramica affacciata sull’area archeologica e sul Golfo (fig. 4), mentre il muro che divideva il quartiere dal sito, escludendone la vista, è stato sostituito con una recinzione più ariosa.
La riorganizzazione dell’area di via Mare è andata di pari passo con attività di sensibilizzazione della comunità locale e di animazione dei nuovi spazi secondo processi condivisi e partecipati.
Una serie di eventi diffusi su via Mare e all’interno del Parco (come la rassegna di cinema all’aperto e la festa della musica europea declinata in una grande festa rionale alla cui riuscita tutto il quartiere ha concretamente ed entusiasticamente contribuito), hanno favorito il dialogo e l’osmosi tra dentro e fuori del sito, che è sempre più parte integrante e viva del territorio e non un’isola autoreferenziale.
In collaborazione con associazioni locali, è stato portato a termine il progetto Connecting Code con l’obiettivo di rigenerare tre spazi nei quartieri di confine tra città e Parco Archeologico. Attraverso una serie di workshop curati dagli artisti Bianco e Valente, la comunità locale è stata coinvolta nella realizzazione di tre opere basate sulla simbologia del nodo, quel nodo di Ercole che è segno e logo del Parco e che unisce il presente e il passato di Ercolano, riflettendo il senso di appartenenza della comunità alla città.
Il quartiere di via Mare è oggi un luogo di incontro tra istituzioni e comunità, tra residenti e visitatori, quest’ultimi incoraggiati a percorrere le vie del centro storico alla scoperta delle sue vivaci tradizioni e della sua gente.
Grazie alla funzione di catalizzatore del Parco, con l’impegno dei partner istituzionali e privati, nonché delle Associazioni e imprese cultuali locali, ma soprattutto dei cittadini questo quartiere strategico per la tutela dell’area archeologica è stato sottratto a criminalità e degrado ed è oggi una buona pratica da replicare in altre zone, una finestra affacciata sull’antica Herculaneum da cui guardare con fiducia al domani.
L’obiettivo del Parco è quello di essere motore del territorio, offrendo alla città un’opportunità di crescita e contribuendo al riconoscimento dell’identità collettività e al suo riscatto sociale.
Queste considerazioni potrebbero valere anche per una realtà come quella della splendida Teano, il cui patrimonio è di altissimo valore anche identitario. Nel caso della città sidicina il contesto socio economico e culturale è ben differente, così come la storia delle scoperte e del coinvolgimento della comunità locale. Tuttavia l’esempio di Ercolano - la cui cittadinanza è ancora oggi percorsa da profonde contraddizioni e criticità socio economiche, culturali e di legalità - può costituire occasione di riflessione e di stimolo a proseguire e a rafforzare azioni di costruzione e coinvolgimento delle giovani generazioni, per costruire una comunità d’eredità che guardi anche per Teano con fiducia ad un futuro all’altezza di questo straordinario luogo della memoria collettiva italiana e locale.
Francesco Sirano
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 12 Dicembre) |