Nella splendida cornice della Masseria Giosole, il 28 settembre 2024 Nadia Verdile, giornalista e scrittrice, ha presentato ai soci del Club Sidicino, il suo ultimo libro dal Titolo “Portami a Napoli. Maria Amalia di Sassonia, Due regni e una città nel cuore”.
Nadia ha sempre avuto come obiettivo delle sue ricerche storiche, quello di far emergere il “contributo delle donne” nella Storia dell’umanità. In questi anni, ha pubblicato varie biografie dedicate alle donne, in particolare a regine e principesse. Donne che nell’immaginario collettivo evocano favole o vite lussuose invece sono state donne dal destino segnato ancor prima di nascere, pedine da utilizzare nello scacchiere delle alleanze internazionali, che spesso però hanno svolto ruoli importanti nella vita politica, culturale e sociale delle loro società, e solo una ricerca storica accurata ci consente di far emergere.
Già nel 2018 Nadia aveva dedicato un libro alle regine del regno dei Borboni. Il libro “Portami a Napoli”, invece, è dedicato alla regina Maria Amalia, Wettin di Sassonia per nascita e Borbone di Napoli per matrimonio, in occasione dei 300 anni dalla nascita (era nata a Dresda nel 1724).
Il regno di Borbone di Napoli e di Sicilia deve molto alla regina Amalia. Il matrimonio con Carlo di Borbone fu uno dei rari casi, nel complesso quadro di potere europeo, di matrimonio organizzato per interessi dinastici che si trasformò in una storia di vero amore, di grande affiatamento e complicità tra i due sovrani.
“Portami a Napoli è una struggente storia di dolore per la separazione dalla terra amata, dai figli ma anche da un progetto illuminato. Programma di governo interrotto con l’ascesa al trono di Carlo e Amalia alla corona di Spagna, la cui eredità è ancora oggi presente e viva nel territorio e nella cultura del sud Italia. Testimonianza di un’epoca d’oro che trova proprio nella straordinaria Reggia di Caserta la sintesi materiale della visione dei reali per un Regno ormai maturo, autonomo e pronto al dovuto riconoscimento internazionale. L’opera della Reggia è un ambizioso progetto pienamente condiviso dalla coppia reale “, ci dice nella prefazione Tiziana Maffei, direttrice della Reggia di Caserta.
Il libro parte dalla fine della vita di Amalia: ormai malata e vicino alla morte, ella ripercorre la sua storia attraverso dei flashback.
Arrivata a Napoli all’età di 13 anni, è maturata velocemente grazie alla molteplicità dei ruoli ricoperti: moglie, madre prolifica (circa dieci figli), regina ma anche amica e confidente del Sovrano.
Il suo destino è però guidato da forze superiori. Sovrana, prima di tutto, con obblighi di “fertilità”, visto che una prole numerosa costituiva una occasione di alleanze diplomatiche per fortificare i regni. La sua vita è stata segnata anche dallo strazio per le insopportabili morti di alcuni figli, e dal dolore per la separazione dal piccolo Ferdinando (8 anni, designato erede al trono di Napoli) e dal primogenito (12 anni) ritenuto inabile per la corona perché malato, entrambi restati a Napoli per “la superiore Ragione di Stato”. Infatti, furono lasciati a Napoli al momento della partenza per il nuovo regno di Spagna, nell’anno 1759.
Il libro racconta, con dovizia di particolari e con scrittura gradevole, la vita travagliata ed affascinante di questa regina, che ha tra i meriti quello di aver dato incarico a Vanvitelli di realizzare la Reggia a Caserta. L’intento della sovrana era anche più ampio; infatti, chiese a Vanvitelli “un disegno per la città di Caserta, per le strade e per le costruzioni, perché chi poi vi costruirà lo faccia con buona direzione, ne più alto ne più basso, ma tutto con ordine”.
Peccato però che la Regina Maria Amalia sia dovuta andare in Spagna, perché le sue indicazioni sullo sviluppo di Caserta sono state purtroppo disattese.
Maria Amalia, comunque, considerava la Spagna una terra Ostile, ed ha coltivato per tutta la sua breve vita il desiderio, anche in punto di morte, di tornare nella città di Napoli, che l’aveva accolta con entusiasmo e che lei aveva tanto amato.
“Napoli è bella, Napoli è santa. Rispettala e difendila” scrisse in una lettera al figlio Ferdinando.
“Portami a Napoli” è la storia di un vero amore.
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Sabato, 26 ottobre 2024, presso la Chiesa SS Cosma e Damiano di vairano Scalo, accolti dal Reverendo Padre don Luigi De Rosa, Vicario Generale Diocesano e dal sindaco Stanislao Supino, è stato presentato il libro di poesia della Prof.ssa Anna Mottola, dal titolo “I rumori della memoria”.
L’evento ha visto gli interventi di Lidia Luberto, giornalista del Mattino e della prof.ssa Maria Luisa Chirico, Ordinaria di Filologia Classica.
La prof.ssa Piera De Cesare ha letto e interpretato alcune poesie, accompagnata dal sottofondo musicale del Maestro Maria Teresa Roncone e dalla splendida voce di Angela Dragone, mezzo soprano.
Un’iniziativa culturale con un nobile scopo, che ha promosso, oltra allo scambio intellettuale, anche i valori della solidarietà (infatti, parte del ricavato della vendita del libro è stato donato in beneficenza).
Si riporta la relazione magistrale della prof.ssa Maria Luisa Chirico:
Sono davvero felice di presentare la silloge poetica di Anna Mottola e lo sono per più motivi, che si intrecciano tra di loro. Innanzitutto perché mi piace la poesia al femminile, la poesia cioè che trasferisce nei versi un universo particolare di valori, di emozioni e di sentimenti, dando voce all'altra metà del cielo. E mi piace anche, in generale, al femminile e al maschile, la poesia di impegno la poesia di chi, con gli strumenti dell'arte, del verso, si mostra partecipe del mondo in cui vive e dà voce alla condizione umana riferibile alla società, al momento storico che il poeta sta vivendo. La silloge di Anna Mottola ha un valore esemplare, perché incarna entrambi questi prototipi: è poesia al femminile ed è poesia d'impegno, che dà voce a un universo di affetti e guarda al mondo con partecipazione, con sympatheia direbbero i Greci, che trasferisce emozioni, sentimenti e, allo stesso tempo, trasmette messaggi, suscita riflessioni. La raccolta nasce in un particolare momento, il lockdown, quando improvvisamente siamo stati tutti sequestrati, costretti a chiuderci nelle nostre case per il diffondersi della pandemia e, da un momento all'altro, abbiamo perso le nostre coordinate fisiche e mentali. L'A. ha sentito l'esigenza di fissare sulla pagina scritta la "pandemia interiore", lo sconvolgimento profondo di quei giorni, di quei mesi, quando, disorientati, ci siamo sentiti prigionieri nelle nostre case, sospesi con la nostra vita in una bolla inquietante dalla quale non si sapeva come venir fuori. In quei tragici momenti, allora, abbiamo cercato, ciascuno con i propri strumenti, un'ancora di salvezza, un ubi consistam nuovo, abbiamo cercato di dare un senso al nostro stare fermi, sforzandoci di uscire dalla sospensione della nostra esistenza e di costruirci approdi nuovi. Abbiamo cercato di trasformare il nuovo, l'inaspettato in una risorsa, di fare, come dice Lidia Luberto nell'Introduzione, della pandemia un'opportunità.
È il percorso compiuto da Anna Mottola che, in quella circostanza, ha cominciato a riflettere sulla sua vita, come lei stessa dice, ed è approdata alla poesia. Una poesia, questa è la terza tipologia letteraria che scorgo nei suoi versi, che è anche poesia di resilienza. Resilienza, come sappiamo tutti, è un concetto psicologico che descrive la capacità di fare fronte alle difficoltà in maniera positiva, modificandosi per affrontare un cambiamento. È la capacità di reagire positivamente ad avvenimenti traumatici, capacità di rinascere dopo che le avversità della vita ci hanno gettati a terra e il Covid è stato sicuramente un evento traumatico per l'umanità, un evento che ci ha prostrati tutti. Anna ne rievoca il presagio, il primo manifestarsi in una poesia molto bella, "Paese natio – Il Presagio" (p. 26), introdotta da un significativo passo tacitiano, che bene rende il senso del portentoso, dell'inafferrabile che si accompagnò al primo mostrarsi del virus. Qui andrebbe aperta una parentesi sulla formazione dell'Autrice, che ha con sé, dentro di sé, un bagaglio sedimentato di studi, di letture, la cui assimilazione e la cui eco si avvertono nei suoi versi, arricchendoli di suggestioni letterarie molto profonde e spostandoci su un'altra dimensione, quella della poesia dotta. Ritornando ai giorni bui del lockdown, di fronte a un mostro che appariva invincibile e che non sapevamo se e quando avremmo sconfitto, la Mottola riflette, riscopre il mondo intorno e illustra a se stessa e a noi tutti la bussola per uscirne vincitori, una volta terminata la guerra. Come uscirne vincitori? uscirne purificati, guariti nell'animo, guariti da tutti gli eccessi, le degenerazioni, le ottusità, il non vedere, da cui eravamo sommersi e non ce ne accorgevamo.
In queste poesie, in questo riflettere e raccontarsi, in questo cercare la via di fuga, confluiscono tutte le tematiche all'Autrice più care, che spaziano dalla violenza sulle donne (p. 41) al cambiamento climatico (p. 71), dalla condizione dei giovani all'emigrazione, alla guerra; sono anche presenti contenuti autobiografici ed intimistici di impronta personale che vanno dall'affetto per i nipoti, a quello per la mamma (p. 124), per il marito, per gli alunni (p. 118).
Una tematica affrontata con particolare passione, che attraversa tutta la silloge, è la Natura. Mi ha colpito molto questo rapporto di Anna Mottola con la natura. La natura è il posto in cui ella si identifica maggiormente, una natura onnipotente, da cui l'A. trae la sua forza vitale per combattere il malessere della "pandemia interiore". In questo contatto incontriamo una poetessa particolarmente spontanea e profondamente ispirata, anche perché quel mondo arcaico e rurale, la campagna dell'Alto casertano, scandito dai ritmi esterni ed immobili in cui l'A. vive, rappresenta la sua appartenenza, è un mondo a cui sente fortemente di assomigliare per motivi ancestrali, sentimentali e culturali. Solo attraverso la contemplazione della natura, la Mottola riesce a placare i tormenti dell'anima inquieta di fronte ai quali la fredda ragione, razionalmente, si ferma ad ascoltare (si legga "Ascolto la Natura! Il silenzio sfiora il mistico" pag. 25).
La natura non è un semplice scenario, ma un organismo vitale da cui scaturisce la poesia che non è invenzione, ma osservazione, scoperta di qualcosa di diverso, che l'A. non aveva mai notato prima e che ora, nella nuova situazione, le si rivela. Anna Mottola è dentro la natura, che lungi dall'essere una cornice esteriore, diventa lo specchio delle emozioni più profonde in cui, ogni paesaggio, ogni angolo, ogni stagione, ogni alba o tramonto diventano occasioni per esplorare l'animo umano e per rivelarsi. Ed è una natura che si rivela in più forme: come in Virgilio, è quiete, è il "locus amoenus", disturbato però da "voci rinchiuse in case lontane "che diventano sempre più angosciose (p. 53); ma è anche energia, che conduce l'uomo a risollevarsi, tramite il suo ciclo vitale, da qualsiasi sconfitta, quindi è rinascita, resilienza, rigenerazione continua. Sul piano reale la Natura è vista come entità da proteggere. Nella poesia "Cambiamento climatico", scritta con un ritmo rep, l'A. chiede alle nuove generazioni azioni che servano a superare gli interessi delle singole nazioni a vantaggio dell'intera umanità per vivere in un mondo migliore. La Mottola si aggancia così al postmodernismo attuale che torna a legare la natura alla società, fondendo l'arte poetica con la crisi ecologica e il dibattito sull'ambiente. E, seguendo la lezione delle Avanguardie del XX secolo, canta una natura sempre più soggettiva, in quanto non espressione della realtà in sè ma, appunto, della soggettività della persona e della sua irrazionale sensibilità. Uno sguardo rapido ora alle caratteristiche dei componimenti
I rumori della memoria sono poesie in cui si evidenzia un individuale "respiro ritmico". Un respiro elastico, versatile, che cambia a seconda del contenuto, con un valore musicale curato nell'accostamento dei suoni, in base alla scelta degli argomenti e delle immagini per esprimere al massimo le emozioni provate. Sono, per la maggior parte, poesie polimetre, con alternanza in un medesimo componimento poetico di vari metri, composte da versi sciolti, che hanno un numero di sillabe variabile e sono svincolati da schemi precostituiti o ripetitivi. Il ritmo varia con l'alternanza di versi corti, che imprimono un ritmo veloce, e versi lunghi, che determinano un ritmo più
lento. Anche le strofe sono libere, senza uno schema determinato, presentano variazioni nel numero e nella disposizione dei versi e non sono legate dal ricorso regolare alla rima. Spesso è usato il verso isolato con spazi bianchi che invitano al silenzio. Sono artifici retorici che l'autrice usa per dar forza alle parole scritte prima o dopo gli spazi bianchi che invitano il lettore a provare una sensazione stranissima: là dove ci dovrebbero essere suoni non c'è niente, c'è lo zero assoluto che invita a tacere e meditare. Anche la lingua è particolare: la parola non solo esprime e conserva al meglio i contesti di riferimento socio-culturali e spazio-temporali, ma ha un valore musicale che accentua l'armoniosità ritmica e melodica del verso. Al fondo traspare una metrica palese o spontanea, magari anche inconscia, frutto di vari ricordi e di echi inconsapevoli della memoria: i rumori appunto.
Alcune poesie sono scritte in dialetto locale per conservare il patrimonio linguistico di questi luoghi. In tutti i componimenti le parole sono scelte con cura e trasmettono emozione, creando un legame immediato tra l'autore e il lettore.
Per concludere, questa silloge è molto più di una raccolta di versi, è il racconto poetico della vita di una donna che naviga in un mare improvvisamente e inaspettatamente tempestoso, avendo come bussola gli affetti profondi e i valori autentici che la circondano e che sono quelli che, dopo la tempesta, le permetteranno di rinascere.
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 11 Novembre) |