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LIBIAMO NEI LIETI CALICI:
IL BRINDISI DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI
 

Per cominciare, sgombriamo il campo da un equivoco: il nome della città di Brindisi non ha nessun legame con il rito del brindare. Il nome della città deriva infatti da un termine della lingua dei Messapi, antichi abitanti di quelle terre: in messapico, infatti, “Brention” che significava “testa di cervo”, appellativo dato in riferimento all'insenatura naturale intorno alla quale su cui sorge la città che ha vagamente la forma del cervo.
Poi Brindisi ebbe come toponimi il greco Brentésion e il latino, Brundisium. Nel medioevo, si chiamava Brandizio, infatti Dante, nel canto III del Purgatorio (verso 27), parlando di Virgilio, che a Brindisi morì nel 19 avanti Cristo, dice “Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto”, che echeggia l’epitaffio del poeta latino, che egli stesso, pare, scrisse: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope”. La prima citazione del nome Brindisi risale invece al 1519.
Dopo questo excursus, rientriamo appieno nel tema: la parola “brindisi”, intesa come rito propiziatorio legato all’atto del bere - per inciso, osserviamo che gli uomini sono gli unici esseri animali che bevono anche senza essere “siti compulsi” (come il lupo e l’agnello di Fedro; ossia senza essere spinti necessariamente dalla sete - deriva dalla deformazione spagnola di una espressione tedesca. Il termine “brindisi” è infatti il risultato della contrazione della espressione “ich bringe dir”, dal verbo “bringen”, portare, e “dir”, dativo, complemento di termine, “a te”. Quindi “io porto a te”, sottinteso “il bicchiere”.
L’espressione fu trasmessa dai lanzichenecchi alle truppe spagnole quando combattevano fianco a fianco nella prima metà del secolo XVI, sotto l’impero di Carlo V. In particolare, si dice, durante l’infausto sacco di Roma del 1527.
Sempre parlando di Carlo V, si sa che l’imperatore “sui cui domini non tramontava mai il sole” fece proibire i brindisi tranne che nel giorno dell’Epifania. Ma non se ne conosce il motivo.
ll rito dei calici in alto rivolti al cielo ha origini antichissime. Sebbene ci siano testimonianze risalenti già all'epoca dei Faraoni, è con i Greci che questa abitudine si diffuse. Il brindisi. infatti, era usato in segno di devozione e gratitudine agli Dei. Già nei poemi omerici, Iliade e Odissea, spesso gli dei e gli eroi sono rappresentati nell’atto di bere “gli uni alla salute degli altri”. Al tempo dei greci, il brindisi si chiamava “philotésia”, da “philìa”, amicizia, mentre al tempo dei romani, brindare di diceva “bere alla greca” (“bibere graeco more”).
E il legame tra le due culture si riscontra anche nella letteratura: il senso del celebre distico delle Odi di Orazio “nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus”, si ritrova nel lirico greco Alceo, che in un frammento dice “Nyn chrê methysthēn”, “ora bisogna ubriacarsi”. Si tratta di un riferimento esplicito, testimoniato dal fatto che il metro usato da Orazio, la strofa alcaica, si chiama così perché è lo stesso utilizzato da Alceo. Peraltro, i due inviti alla libagione erano accomunati anche da un elemento funerario: mentre il brindisi di Orazio intendeva celebrare la morte di Cleopatra (30 avanti Cristo), quello di Alceo era destinato a festeggiare la morte di Mirsilo, tiranno di Mitilene, la sua città, capoluogo dell’isola di Lesbo (590 avanti Cristo).
Ovidio, nella sua Ars Amandi, l’arte di amare, ci racconta di un’altra usanza praticata nei brindisi al gentil sesso: dopo avere bevuto, prima di passare la coppa alla propria dama, si usava intingere il dito nel vino e scrivere con il dito bagnato il nome della signora sul tavolo.
L’usanza di bere alla salute dei vivi è associata al vino, bevanda preziosa, segno di fortuna. Infatti, è opinione diffusa quella secondo la quale non si deve brindare con acqua e in generale bevande analcoliche. Il motivo viene dal mondo marinaro, nel quale si riteneva che chi brindasse con l'acqua fosse destinato a cascarci dentro e a morire per annegamento! C’è poi un’altra versione più storica, ma ugualmente superstiziosa, secondo la quale nell'antica Grecia i brindisi con l'acqua fossero usanza per accompagnare le anime dei defunti verso miglior vita e che quindi, nel dubbio, fosse meglio evitare questo tipo di bevute.
Fra i popoli scandinavi, all’atto del brindisi s’invocavano gli dèi, gli eroi tradizionali e i re. Thor, Odino, Freya, Niord erano invocati dagli antichi norvegesi prima di passare all’ospite il corno ricolmo di birra.
Ai primi del Quattrocento l’uso era diffuso in Francia. In Normandia, contrariamente all’uso generale, era lecito perfino bere alla salute delle ragazze.
Un singolare uso dei primi Cristiani, narrato da Sant’Ambrogio, che era peraltro di formazione germanica, consisteva nel brindare non tanto alla salute dei vivi, quanto alla memoria dei martiri e dei santi: “bibere in amore sanctorum vel animae defuncti” si chiamava questa forma di brindare.
Ma è proprio fra il Cinquecento e il Seicento che il “brindisi” entra a fare parte della nostra cultura, come saluto o augurio, in abbinamento a un’alzata di calice per festeggiare un evento importante.
A questo punto è opportuna un'altra piccola deviazione per raccontare l’origine dell’uso di toccarsi i bicchieri. Il problema è però, come si suol dire, “a monte”. Nelle epoche antiche, sembra infatti che non ci si potesse fidare di nessuno (neanche adesso, ma meno) e che tutti cercassero di avvelenarsi a vicenda. Ammesso e non concesso che ciò fosse vero, per dimostrare al compagno di libagione la propria lealtà si iniziò a fare cozzare gli uni contro gli altri i calici, che erano generalmente di peltro, e quindi ben resistenti all’urto, facendo traboccare parte dei rispettivi contenuti da un bicchiere all’altro. Segno rassicurante che la bevanda non era avvelenata. E il veleno o, meglio, la sua assenza, è legato anche all’usanza di guardarsi negli occhi al momento del “cin cin”: questo atteggiamento era visto come segno di fiducia reciproca perché chi avvelena la bevanda del rivale prima di bere controlla il suo bicchiere.
Peraltro, Il Galateo sconsiglia di esclamare “cin cin” al momento del brindisi. Stando alle regole di bon ton, infatti non sarebbe buon costume pronunciare questa formula, così come non sarebbe educato anche sbattere i bicchieri. Ma, nella maggior parte dei casi, le indicazioni di messer Giovanni Della Casa soggiacciono alla cosa più importante, ovvero che tutti siano felici e a loro agio.
Popoli con caratteri molto diversi tra loro (anche per via dei luoghi della terra in cui il destino li ha collocati), genti ricche e genti povere, festaiole e introverse, sobrie e gaudenti, spirituali o mondane, sono sempre state unite dal filo rosso della convivialità e del desiderio di festeggiare in compagnia. Facciamo quindi ora un piccolo giro per il mondo, e vediamo le diverse abitudini, soprattutto soffermandoci su quelle legate a uno dei brindisi più vicini a noi, ossia a quello che si fa a Capodanno!
Partiamo dall’espressione “cin cin”, che deriva dal cinese “Ch’ing Ch’ing” che significa “prego, prego”. Era un modo di salutare utilizzato dai marinai cinesi della città portuale di Canton che, grazie anche alla somiglianza onomatopeica con il suono generato dal toccarsi dei calici, fu adottata dai marinai inglesi nel XVIII secolo ed esportata poi in tutta Europa. Per paradosso, oggi in Cina non si usa più e per brindare si usa invece dire “ganbei”.
In Giappone si brinda dicendo “kanpai”, nei paesi slavi “nasdrovie” oppure “sgivvio”, nei passi nordici “skol”, in quelli germanici “prosit”, oppure “zum Wohl”, in ebraico “l'chaim” (ossia “Alla vita!”), in Gran Bretagna “cheers”.
In Spagna, quando si brinda si usa dire “Salud”, ma in Catalogna si dice “Salut”. A Madrid, tra amici stretti, si può ricorrere anche al simpatico rito “Arriba, abajo, al centro y pa dentro” (in italiano: “in l'alto, in basso, al centro e dentro”): si levano i calici tutti insieme, si riportano al tavolo, si allungano le braccia portando i bicchieri al centro del tavolo e poi si beve, felici e contenti. In occasione del brindisi di Capodanno, vi è l’usanza tipica di mangiare dodici chicchi di uva allo scoccare della mezzanotte, mangiandoli al ritmo dei rintocchi. Per ogni acino bisogna esprimere un desiderio: sembra facile, ma non è facilissimo tenere il ritmo. E non è nemmeno facile avere ben dodici desideri da esaudire. Si tratta di un rito propiziatorio che si è diffuso da qualche anno anche sulle tavole italiane.
Passiamo poi in Ungheria, per rilevare anche qui un’usanza particolare. In questa terra, produttrice di ottimi vini, non si deve usare la birra per brindare. Il motivo è di carattere patriottico e va ricercato nelle vicende storiche del paese. Fu infatti con la birra che gli ufficiali austriaci brindarono al successo della repressione dei moti indipendentisti ungheresi del 1848. E fu allora che il popolo giurò che non avrebbe mai più brindato con la birra. Questa limitazione è peraltro relativa ai soli brindisi perché, nella quotidianità, gli ungheresi bevono volentieri la birra, come quasi tutti gli altri popoli del mondo.
In Grecia, al momento del brindisi di fine anno, sulla tavola si trova la Vassilopitta, un pane in cui è inserita una moneta d’oro o d’argento e che viene offerto agli ospiti: chi troverà la moneta nella propria fetta avrà la fortuna al suo fianco per l’anno nuovo.
Un’usanza nel Regno Unito prevede invece di disporre 13 candele a cerchio: saltare dentro il cerchio senza spegnere le candele sarà di buon auspicio.
Negli Stati Uniti, allo scoccare della mezzanotte è sufficiente tenere in mano una monetina per assicurarsi i soldi tutto l’anno.
Elemento indispensabile, pare proprio dovunque, è fare il botto al momento dell’apertura della bottiglia di spumante, stappato a mezzanotte in punto: questo rumore, come quello di petardi e fuochi d’artificio, che serve a scacciare gli spiriti malevoli, che invece in Irlanda si allontanano gettando una pagnotta contro il muro.
Un approfondimento particolare spetta infine al rito della rottura del bicchiere. In molte parti d’Europa, soprattutto nel mondo slavo, dopo avere bevuto si lancia il calice in terra facendolo in mille pezzi. E non solo con il vino: in Russia si usa rompere i bicchieri dopo aver brindato con la vodka. La vodka va buttata giù tutta d’un sorso e il bicchiere va lanciato alle spalle in segno di augurio e buona fortuna. Per impedire che qualcuno possa bere dopo di te, rubandoti la felicità.
Stessa cosa nei matrimoni di culto ortodosso in Grecia. Gli sposi bevono il vino nello stesso calice e, subito dopo, lo sposo butta il bicchiere a terra… anche qui come segno di augurio.
E così pure è nei matrimoni ebraici: durante la recitazione delle benedizioni, il celebrante tiene in mano un bicchiere di vetro, pieno di vino, che poi porge agli sposi perché ne bevano insieme per la prima volta. Di solito è lo sposo stesso, alla fine della cerimonia nuziale, a rompere il bicchiere, dopo averlo avvolto in un tovagliolo e calpestandolo con il piede. Il bicchiere rotto è un simbolo che ricorda a ogni ebreo, quindi a tutto il popolo ebraico, che non si può essere completamente felici, perché un’antica frattura storica, che ne ha segnato il destino per tanti secoli, non si è ancora sanata.
La cosa che fa riflettere è che il rito del bicchiere rotto è sempre legato a una felicità che verrà o a una infelicità da tenere a mente; dunque, la posta in palio è sempre la qualità della vita di chi ha appena brindato.
Coda di Volpe
Il vitigno Coda di Volpe è un’antica varietà a bacca bianca caratteristica della Campania, di cui esistono riferimenti fin dall’epoca romana: Plinio il Vecchio menzionò nel suo “Naturalis Historia” un vitigno “Cauda Vulpium”.
Il nome deriva dalla forma del grappolo che ricorda la coda della volpe. Ha una lunghezza che può arrivare fino a 40 cm. Le bacche sono di piccol e sferiche, con bucce spesse e gialle.
I grappoli sono di grosse dimensioni, alquanto spargoli (il grappolo è spargolo se gli acini sono distanziati tra loro). Un grappolo spargolo ha un rapporto peso/volume ridotto, quindi è più leggero. I vitigni che con grappoli spargoli sono meno produttivi ma la distanza degli acini li rende resistenti a parassiti, malattie e intemperie.
Il Coda di Volpe è coltivato in quasi tutta la Campania ma in Irpinia trova le condizioni più favorevoli, su colline di media altitudine e con buone esposizioni solari. È vinificato in versione secca e ferma e spumantizzato, anche dolce. Il vino ha colore giallo paglierino, riflessi dorati, profumo gradevole, con tipiche note fruttate di pera, cotogna, ananas, banana, pesche gialle e sentori floreali e minerali. Il gusto è sapido, fresco e secco, di buona struttura, con ricordi fruttati e floreali molto persistenti. La freschezza rende piacevole il Coda di Volpe abbinato a primi piatti con sughi di pesce delicati e risotti di mare, piatti di pasta con ortaggi tipici della tradizione contadina. Tra i secondi piatti si abbina bene con carni bianche e crostacei.
Asprinio
Il vitigno Asprinio ha origini antichissime ed è autoctono e diffuso soprattutto nel Casertano e nel Napoletano. Sembra che derivi da antichi vitigni selvatici addomesticati dagli Etruschi, e il sistema di allevamento, con viti maritate a olmi, pioppi o gelsi, sembra derivare dai tempi antichi.
Il momento della vendemmia è ancora oggi uno spettacolo che vede come protagonisti gli “uomini ragno” che in equilibrio su scale a pioli alte fino a quindici metri raccolgono le uve.
La caratteristica di essere coltivato soprattutto in terreni sabbiosi lo ha protetto in parte dall’azione della fillossera e spesso ancor oggi si trovano coltivazioni di Aprinio allevate su piede franco.
Il vino, che profuma appena, e quasi, di limone, si distingue da tutti gli altri vini bianchi perché al palato è di una secchezza totale, sostanziale, tale che, soprattutto nella sua versione spumantizzata, leggera e briosa, è uno dei pochi vini che “regge” l’abbinamento con la pizza e con la pizza fritta.
Un vino perfetto da bere freschissimo, in accompagnamento con i fritti in generale e con piatti ricchi di sapore!

(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 1 Gennaio)