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Indice Eva Pino
 
 
MITATE - Racconti brevi tra realtà e fantasia
 
Personaggi storici sidicini, luoghi simbolo del territorio teanese e espressioni artistiche che l’hanno impreziosito vengono narrati con la libertà dell’immaginazione dando vita a una serie di racconti brevi.
 
 

Al lavatoio, un grembiule alla volta

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C'erano mattine in cui il sole sembrava sorgere apposta per noi, donne d'altri tempi, pronte con le ceste colme di panni e le mani indurite dalla fatica e dalle difficoltà.
Io, ancora bambina, seguivo mia madre ai lavatoi del paese con passi piccoli e lenti, trascinando una bacinella più grande di me.
Non avevamo ancora la lavatrice in casa, e lavare i panni era un rito. Non si trattava solo di pulizia, ma di un momento di incontro, di scambio, quasi una piccola cerimonia che si ripeteva almeno una volta a settimana.
I lavatoi erano sempre affollati. Spesso dovevamo aspettare il nostro turno, e intanto le chiacchiere iniziavano spontanee: non servivano presentazioni, ci conoscevamo tutte. Mentre le donne più grandi sfregavano energicamente le lenzuola sulla pietra inclinata, io restavo ad ascoltare. Le parole si mescolavano al rumore dell'acqua che scorreva e allo sbattere ritmico dei panni. Un suono inconfondibile, tagliente, secco e preciso.
L'aria era spesso frizzante, e l'odore del sapone fatto in casa, denso nelle narici, si univa a quello della pietra bagnata e della terra umida tutt'intorno.
Ricordo le chiacchiere, le risate, ma anche le confidenze sussurrate tra uno strizzo e uno sciacquo. Sembrava quasi una seduta collettiva dallo psicologo, gratuita, certo, ma altrettanto utile e vera.
Ognuna portava con sé una storia: un marito da sopportare, un figlio da crescere, una fatica da condividere, un lutto da elaborare e solitudini che non si potevano raccontare. Eppure, lì, nessuna giudicava.
Si lavavano i panni, sì, ma si alleggeriva anche l'anima. Era lavoro, ma anche una piccola fuga, una parentesi di respiro. Un modo per sentirsi viste, ascoltate, comprese da chi condivideva la stessa fatica.
Pur essendo solo una bambina, lo percepivo: c'era qualcosa di sacro, di forte e fragile insieme, in quella sorellanza che nasceva tra secchi, pietre bagnate e schiuma di sapone.
Le donne mi insegnavano segreti preziosi di bucato e di vita.
«Per quella macchia lì ci vuole il sole e un po' di sapone» diceva la signora Carmela. «Ma prima la devi candeggiare, e poi sbatterla forte, proprio qui.»
Indicava la parte più liscia e inclinata del lavatoio, dove l'acqua scorreva più limpida.
Mi mostrava come insaponare a dovere, come strofinare senza rovinare la stoffa, come battere il capo con la giusta forza.
Avevano una precisione che veniva dall'esperienza, e un orgoglio nel fare bene anche un semplice lavaggio.
Alcune facevano ancora il sapone in casa, con la sugna e la lisciva di cenere. Le osservavo con curiosità mentre raccontavano la ricetta tramandata dalle madri.
Spesso me ne regalavano un pezzetto, avvolto in un foglio di carta bianca, che si usava anche per il pane fatto in casa.
Ricordo anche un giorno d'inverno, quando l'acqua sembrava ghiaccio. Nessuna si lamentava. Le mani erano rosse, i vestiti arrotolati fino ai gomiti, ma le risate erano le stesse. Una donna raccontò di aver usato il vino bianco per togliere una macchia di sugo dal grembiule. Ridevano tutte, ma funzionò davvero!
Senza saperlo, costruivamo legami che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.
Quel lavatoio era il nostro punto di ritrovo, il nostro centro, la nostra piccola scuola di vita.
Oggi passo davanti a quei lavatoi. Sono vuoti, silenziosi. Nessuna cesta, nessuna risata. Tutti hanno la lavatrice in casa, tutto è più comodo. Ma in quella comodità, c'è anche un po' di solitudine.
Mi piace pensare che quelle pietre ricordino ancora le voci, le mani, le storie di chi li ha animati. E che un giorno, magari, qualcuna ci torni, non per lavare, ma solo per ascoltare il rumore dell'acqua e sentire che un pezzo di sé è rimasto lì, autentico, cicatrizzato.
Ai lavatoi, tra pietre bagnate e risate di donne, ho imparato e vissuto davvero il senso di comunità.

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Pelle liquida

Mani
prima della voce
prima della parola
prima della donna.
Mani rugose
che raccontano senza parole
lavorano, resistono,
stringono, schiacciano,
si piegano e non si spezzano.
Mani che imparano il ritmo del lavatoio
battere, strofinare, sciacquare, strizzare
una danza antica, senza musica,
con un suono profondo
di fatica e cura.
Mani di donne invisibili
che lavano pianti nascosti
con lacrime di altre mani.
Mani bambine, piccole
che imparano a tenere forte la cesta
a sentire la pietra fredda
a cogliere il peso della vita
che scorre nell'acqua limpida.

Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 4 Aprile)