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Indice Eva Pino
 
 
MITATE - Racconti brevi tra realtà e fantasia
 
Personaggi storici sidicini, luoghi simbolo del territorio teanese e espressioni artistiche che l’hanno impreziosito vengono narrati con la libertà dell’immaginazione dando vita a una serie di racconti brevi.
 
 

L'amore ai tempi dei Poggetti

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Era la fine degli anni Ottanta e il tempo sembrava scorrere gentile, rispettoso delle storie che si intrecciavano ogni giorno tra le strade del centro storico di Teano. In Piazza Duomo, la cattedrale pareva osservare tutti con un misto di benevolenza e disapprovazione. A volte amorevole, altre severa, era da secoli testimone di incontri sacri e profani.
Da lì partiva una strada che scendeva sinuosa, conosciuta da tutti come le Rampe dell'Ospedale, costeggiata da bassi muretti di mattoncini, chiamati i Poggetti.
Erano il luogo in cui la vita accadeva, prima che arrivassero i social, i messaggi istantanei e le notifiche. I Poggetti custodivano confidenze, primi baci, discussioni accese e sguardi rubati. Lì ci si incontrava davvero. Dopo aver passeggiato più volte su e giù per il Corso, tra un'occhiata furtiva a una ragazza e una risata condivisa con gli amici, si finiva per sedersi: a fumare una sigaretta di nascosto nell'angolo più buio, oppure a parlare di tutto ciò che poteva interessare a un giovane - la scuola, la politica che ancora infiammava gli spiriti, i film appena usciti, la musica ascoltata sulle cassette TDK.
Alcuni gruppi si formavano naturalmente, sera dopo sera, mentre altri si davano appuntamento sempre allo stesso muretto, elemento fondante della loro identità di comitiva. C'erano i ragazzi in motorino, con le giacche di pelle, che citavano Vasco come fosse un poeta maledetto; le ragazze coi jeans a vita alta e le felpe oversize che ridevano forte per sentirsi vive, mentre i più timidi ascoltavano e imparavano a cogliere i silenzi.
Le relazioni erano lente, reali, piene di sfumature, fatte di sguardi che trasmettevano molto più di mille emoji.
Il panorama era un piccolo miracolo quotidiano. Nei giorni limpidi, lo sguardo correva oltre i profili delle case, oltre il verde, fino a incontrare il mare. E quando il cielo era terso, l'isola di Ischia si disegnava all'orizzonte, sospesa come in un sogno: azzurra e lontana, quasi irraggiungibile, ma vicina abbastanza da far immaginare viaggi futuri e fughe romantiche.
Nei pomeriggi dorati di fine estate, quando il sole calava e la seduta dei Poggetti si scaldava ancora sotto il tocco del giorno, ogni ragazzo di Teano sentiva di appartenere a qualcosa di vero. La vita era lì, in quella semplicità fatta di parole, risate e silenzi.
Ma non c'erano solo chiacchiere leggere, battute tra amici e cotte temporanee. C'erano anche gli amori, quelli veri, in cui nulla era immediato. Nascevano da corteggiamenti a volte estenuanti, da passi lenti fatti uno accanto all'altro lungo lo struscio, da bigliettini scritti a mano e consegnati con discrezione, dall''a'mbasciata portata dal migliore amico con la fatidica proposta, dalle telefonate fatte di nascosto sul telefono fisso, col cuore che batteva forte ogni volta che rispondeva il padre o la madre dell'altra persona. Dal primo bacio 'a ret 'o vicolo.
Erano storie costruite sull'attesa, sulla voglia di conoscersi davvero. Ci si dava appuntamento con una frase detta sottovoce, o con un'occhiata precisa al momento giusto. Si parlava tanto, ci si osservava, ci si ascoltava.
Quando un'unione diventava seria, si cominciava a parlare di futuro. Non con dichiarazioni teatrali, ma con gesti semplici: una fedina d'argento al dito, il fidanzamento in famiglia. Si diceva: «È il mio ragazzo», «È la mia ragazza». Quei possessivi non erano gabbie, ma appartenenze scelte con il cuore. Niente era usa e getta. Anche le crisi erano vissute con intensità, con lettere scritte di notte e consegnate di mattina, con il bisogno profondo di capire, di crescere e di restare. Ogni amore era un piccolo romanzo, con i suoi capitoli, le sue pause, i suoi finali felici o meno.
Ai Poggetti, ogni sera, si poteva vedere tutto questo: ragazzi che si avvicinavano piano piano, ragazze che si lasciavano desiderare con un sorriso appena accennato, coppie che stavano lì, mano nella mano, in silenzio. Senza il bisogno di parlare. Bastava esserci. Insieme.
C'era qualcosa di profondamente umano in quel luogo. Erano il teatro naturale della crescita, una palestra di emozioni, un luogo dove si imparava il valore del confronto e del rispetto. Dove si poteva litigare animatamente, chiamarsi con il soprannome, poi condividere una Coca-Cola e fare pace con una pacca sulla spalla.
Oggi quei muretti sono ancora lì, custodi di segreti di un tempo in cui ci si cercava con gli occhi e non con le notifiche, in cui l'amore aveva un altro respiro. Erano la vita, il salotto di Teano.

*****

La bella stagione

C'erano muretti che sapevano il tuo nome
senza pronunciarlo mai.
Scendevano piano, tra il duomo e l'ospedale,
tra passi dati in fila indiana,
e motorini accesi per finta,
nelle attese mai confessate.
Le parole passavano di bocca in bocca,
come sigarette condivise a metà,
come sguardi che restavano appesi
tra il cielo e il mare,
dove l'isola lontana sembrava una certezza.
Ci si amava per ipotesi,
con l'urgenza di chi non ha nulla da dimostrare
ma tutto da immaginare.
Si viveva la bella stagione
e bastava.
Oggi quei poggetti sono ancora lì.
Immobili.
Forse più reali di noi.
Più veri
di questo amore che passa
con uno swipe.

Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 1 Gennaio)