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il Sidicino
 
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Indice Eva Pino
 
 
MITATE - Racconti brevi tra realtà e fantasia
 
Personaggi storici sidicini, luoghi simbolo del territorio teanese e espressioni artistiche che l’hanno impreziosito vengono narrati con la libertà dell’immaginazione dando vita a una serie di racconti brevi.
 
 

'O Tianello

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A Furnolo, nell'inverno del 1947, le giornate erano corte e l'aria pizzicava il viso come una carezza ruvida. Tra le colline silenziose, ancora segnate dalla guerra e dalla fatica, le famiglie contadine si stringevano attorno a ciò che avevano: la terra, gli animali, e una fede profonda nella ciclicità delle stagioni.
In una piccola casa 'ncopp i Chiovari, viveva zi' Giuanni, uomo di poche parole ma mani buone, e con lui la moglie zi' Michelina, donna sveglia, dalle guance rosse come mele annurche. Nel cortile dietro casa, sotto una tettoia fatta di travi e canne, grugniva lento e pacifico 'o Tianell', il maiale tipico sidicino, una vera e propria razza suina di origine antica, che Giovanni cresceva con cura e rispetto.
Non era un maiale qualsiasi, quasi senza pelo, di colore grigio ardesia, aveva occhi intelligenti, orecchie dritte e due originali bargigli pendenti sotto la gola che facevano ridere i bambini.
In famiglia lo avevano soprannominato 'u Griggio, per il suo colore, perché serio come un vecchio meritevole di rispetto, come diceva Michelina sorridendo, e soprattutto perché degno di un nome come ogni membro della famiglia. Era stato allevato in stato semi brado con tutto il buono che la campagna poteva offrire, nei boschi di querce e castagni selvatici che costeggiavano l'abitato. Giovanni lo osservava ogni giorno, gli parlava come si fa con un compagno, e quando tornava dai campi, gli portava sempre qualche scarto della cucina da sgranocchiare. Lo amava come si può amare un animale che sai già di dover lasciare andare un giorno non troppo lontano. Perché così funzionava: l'inverno non portava solo freddo, ma anche il momento della macellazione, il tempo in cui ogni parte dell'animale veniva trasformata in nutrimento per i mesi a venire.
E quel momento arrivò, come ogni anno, a Sant'Antonio, protettore degli animali e custode delle stalle. Tutto era pronto: il pentolone di rame per bollire l'acqua sul treppete, il tavolone di legno, i coltelli affilati, la corda stesa tra i due alberi di noci e o 'ncruocc. Vennero i vicini: zio Peppe 'u chianchiere, le comari per aiutare a pulire, i ragazzini per curiosare, e anche don Aniello, il parroco, per benedire il gesto con una breve preghiera.
Giovanni gli carezzò la testa. “Griggio, t'aggia purtat fino a mò. È tiemp. Ma nun t'aggia fatt' mancà niente”.
Il momento era sempre duro, ma non crudele. C'era rispetto. Ogni parte dell'animale aveva una destinazione precisa; il sangue da quagliare, le salsicce da stagionare, il lardo da salare, il prosciutto da appendere nella cantina fresca.
Poi attendeva un altro rito. Quando il sole era ormai calato, Michelina metteva sul fuoco il tegame per preparare 'u suffritt, dentro finivano le interiora fresche, ben pulite, tagliate a pezzetti, saltate con cipolla, alloro, peperoncino e un mestolo di conserva fatta in casa. Poi aggiungeva un bicchiere di vino rosso, forte, e un cucchiaio di sugna bianca come neve. Il soffritto ribolliva sul fuoco vivo, il profumo si spandeva tra le case, e poco a poco la gente arrivava, chiamata dall'aroma familiare di festa.
Seduti su panche e cassoni, tutti condividevano il piatto caldo, servito in scodelle di terracotta. Si intingevano pezzi di pane casereccio, si raccontavano storie, si rideva tra un bicchiere e l'altro.
«'O Teanell' è nu cristiano,» disse zio Peppe, dopo un boccone. «C'ha dato più di quanto chiedeva.»
E così, come ogni anno, il sacrificio si trasformava in unione, e l'allevamento domestico in memoria viva. La carne del Teanello non era solo cibo. Era un augurio realizzato: «Pozz'esse' acciso 'nu puorc pè casa!», come si soleva dire. Era parte di una cultura, di una solidarietà antica, dove il gusto non era solo nel piatto, ma nell'attesa, nel lavoro condiviso, nella gratitudine verso la terra.

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Teanello

Nel piatto non c'è solo fame,
ma il nome delle mani che lavorano
e il tempo che ha colto le attese
sotto la luna e le stelle cadenti.
Se una briciola scivola,
non è spreco
è memoria che si divide
come pane di festa,
nelle case spoglie
che odorano di terra e fuoco.
Il Teanello
è carne che fuma sul legno antico
mentre silenzi si sciolgono
in un brodo di parole
tra fratelli intorno alla tavola.
Ogni pietanza,
è un ritorno
al campo arato,
alla stalla viva,
al volto che mescola con occhi chiusi
per sentire meglio.
Il cibo non parla,
racconta.
Chi lo ascolta
non ha più freddo.

Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 12 Dicembre)