UNA DOMENICA SIDICINA
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La mattina, appena il sole comincia a scaldare le colline del Matese, un squadra colorata di biciclette taglia l'aria fresca tra i vicoli di Teano. Sono quelli de Il Triciclo Sidicino, un'associazione nata da un'idea di alcuni amici che volevano semplicemente “fare qualche giro insieme”.
Negli anni, quel piccolo gruppo è diventato una famiglia. C'è tanto amore per le due ruote, per lo sport e per il desiderio di raggiungere l'obiettivo prefissato con determinazione. Ma non solo, c'è anche la voglia di scoprire il territorio, l'Agro Sidicino e oltre, a colpi di pedale, risate e sforzi condivisi. Ogni uscita è un piccolo evento. Chi porta la crostata della moglie, chi la borraccia piena di caffè freddo, chi racconta aneddoti a ogni sosta, chi ha voglia di arrivare per primo al traguardo.
Quella domenica mattina l'itinerario è un classico: da Teano fino a Roccamonfina, passando per Tuoro e Casafredda. Il sole, ancora basso, è gentile, e una brezza leggera accarezza i manubri e i visi tirati dalla salita. I pedali iniziano a girare lenti, come il risveglio del paese, si superano le fontane ancora addormentate, e i balconi con le tende che si gonfiano leggere.
Oltrepassato il centro di Teano, si imbocca la statale. La strada man mano si stringe, quasi a fondersi con il verde che la costeggia, e d'estate la sovrasta, fino a inglobarla. Si comincia a salire. Il gruppo si sfilaccia un po', qualcuno chiacchiera, altri impugnano saldo il manubrio. È in questi momenti che il ciclismo mostra il suo volto più sincero: lo sforzo, quello vero, che ti ricorda quanto la vita sia un'ascesa continua. A volte dolce, altre spietata. Ma sempre tua. E il ritmo costante della corsa è come il battito del cuore, più forte quando serve resistere, più regolare quando si trova un equilibrio.
Tuoro passa in silenzio, con alcune case che fanno capolino timidamente e altre, più riservate, che restano chiuse nella loro discrezione. Intanto, il profumo del pane caldo, appena sfornato e cotto a legna, si diffonde nell'aria, seduce e richiama, come solo la genuinità sa fare. Gli alberi, cominciano ad alzarsi, sempre più imponenti, e si percepisce l'ombra degli antichi castagneti pronta ad accogliere, lenta e solenne, come un abbraccio annunciato.
Poi, a poco a poco, si apre Casafredda, frazione tenace, arroccata e fiera. Appaiono le prime abitazioni, poi si arrampica una lunga scalinata, che porta alla chiesa, un cammino in salita, come quello dei ciclisti. Guardandola, non possono fare a meno di vederci un riflesso della loro stessa fatica, ogni gradino è come una pedalata controvento, un piccolo sforzo che ti porta più in alto, più vicino a qualcosa che vale. A Casafredda, l'ascesa non è solo una questione di muscoli, ma anche di cuore. Gli abitanti lo sanno bene, ogni pietra racconta storie di lavoro e di stagioni. Sono noti per essere grandi lavoratori, la castagna non è solo un frutto, è la loro vita. Per molti, è l'unica fonte di reddito, un'eredità secolare tramandata con mani ruvide e salde. Da ottobre, i boschi si animano come formicai: si raccoglie, si seleziona, si lavora, si spera in una stagione buona. Anche d'estate, mentre i ciclisti arrancano lungo il pendio, i casafreddesi preparano il terreno, curano le piante, combattono le malattie degli alberi. È un legame sacro, quello tra l'uomo e il raccolto, un patto silenzioso, che non ha bisogno di parole.
Quando finalmente appare Torano, l'arrivo è vicino, così come il rettilineo d'ingresso a Roccamonfina. I ciclisti sanno che manca poco. Le gambe bruciano, il fiato si fa corto, ma qualcosa dentro, forse l'orgoglio, forse la gioia semplice di essere lì, li spinge ancora.
L'ingresso nel borgo è una piccola festa, la piazza ridente accoglie i ciclisti per il momento della sosta.
Ogni biker sa di aver vinto una piccola sfida. Perché pedalare è una forma di resistenza, contro la pigrizia, contro il tempo che corre, contro i giorni tutti uguali. Ogni scalata conquistata è un pezzo di sé che torna più forte. Ogni giro di catena è un gesto semplice, che racconta la volontà di non fermarsi.
Come dice sempre il più anziano del gruppo, con la voce roca e gli occhi chiari:
«Il mondo gira, ma se pedali forte, a volte riesci anche a prenderlo per mano.»
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Lentezza verticale
Ruote che tagliano l'alba
come coltelli in un frutto maturo
e asfalto fresco,
lucido di silenzio,
fatto di corpi che si piegano,
per avanzare.
Teano è un battito lasciato indietro.
Tuoro arriva tra curve che si gonfiano
e rientrano come il respiro di chi dorme.
Poi Casafredda
dura, essenziale,
con lineamenti segnati
dalla terra negli occhi
e dall'autunno già nelle vene
anche a luglio.
Le castagne se non si vedono
si sentono
nascoste nell'anima degli alberi
come in quella degli uomini.
La salita si fa verticale
le gambe parlano una lingua primitiva
senza grammatica,
solo urgenza,
quando la strada si spiana
e il fiato torna
Roccamonfina appare.
Si toglie il casco
si ride senza voce
si guarda giù,
verso tutto ciò che è stato lasciato
e si pensa
che in fondo pedalare
è solo
una maniera onesta
di restare in piedi
mentre si cade avanti.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 11 Novembre) |