LA STANZA DEL SILENZIO
*****
Le campane della chiesa intitolata a Santi Cosma e Damiano a Teano suonarono a morto, lente, solenni, una alla volta, come se il tempo stesso volesse inchinarsi a quel suono antico e seguire il ritmo del dolore. I parrocchiani tutti capirono, senza bisogno di parole: era morta zì Gemma.
Gemma era una figura conosciuta, una donna di quelle che sembravano nate con il grembiule addosso, un figlio posato su un fianco e il cuore nella casa. Aveva visto la guerra, la miseria, e poi il ritorno alla normalità, fatta di pane cotto in casa, panni stesi al sole e parole scambiate tra balconi. Rimasta vedova giovane, aveva cresciuto tre figli con il sudore della fronte e le mani sempre occupate: cucito, galline, orto, e un'infinità di rosari. Aveva occhi severi e animo buono. La sua casa, in via Nicola Gigli, in quel triste giorno, era diventata la casa del silenzio.
Non c'erano ancora i funerali rapidi e impersonali di oggi. Al sud, negli anni Sessanta, il morto si vegliava in casa, accanto al suo letto, tra le sue cose, circondato da fotografie sbiadite e quotidianità perduta. Era un addio corale, pieno di riti e significati che non avevano bisogno di spiegazioni, ma necessità di essere ripetuti con ossequio e precisione.
La stanza da letto era stata preparata con cura quasi sacra. Le donne del vicinato avevano lavato il corpo, vestito Gemma con l'abito nero che lei stessa aveva preparato e conservato per l'occasione. Le mani erano state giunte sul petto, un rosario tra le dita, il volto disteso sotto un velo leggero. Ai lati del letto, quattro candele tremolanti gettavano ombre danzanti sulle pareti color crema.
Attorno a lei, le comari del vicolo, le amiche di una vita, rigorosamente in nero e legate indissolubilmente da anni di confidenze, sacramenti, malanni e 'nciuci raccontati tra un bucato e l'altro. Fazzoletti scuri sul capo, corone del rosario tra le dita, e voci lente, gravi che sgranavano misteri: «Santa Maria, Madre 'e Dio, prega pe' nuje peccatori, mo' e a ll'ora d'a morte nostra, Amen...».
Era un canto profondo, come un'onda che saliva e scendeva, tra mormorii e sospiri. Ogni tanto una di loro si alzava, le toccava la mano, le sistemava una piega dell'abito. Una carezza, più che un saluto, perdendosi in un ricordo.
In un angolo, muta e attenta, stava la nipotina, Angelina, dieci anni appena. Gli occhi spalancati, la schiena dritta sulla sedia. Era la prima volta che vedeva la morte da così vicino. La madre le aveva detto: «Nun parla', guarda e impara. Chest'è 'na cosa seria.»
E lei guardava. La stanza, le donne, la nonna immobile. Non piangeva. Sentiva solo una stretta dentro, come un nodo che non sapeva ancora sciogliere.
In cucina, le zie preparavano caffè, tazze su un vassoio di latta, biscotti secchi e taralli. Qualcuno arrivava con un sacchetto di zucchero, qualcun altro con un mazzo di fiori. Gli uomini entravano a turno, si toglievano il cappello, si facevano il segno della croce davanti al letto, poi uscivano a fumare per strada.
Nessuno aveva fretta. Si aspettava la fine della veglia. Perfino le botteghe degli artigiani della “via dei calzolai” quella mattina non aprirono bottega per rendere onore a una donna che aveva fatto solo del bene.
Prima dell'ora del funerale arrivò il parroco. Entrò con il turibolo, e l'incenso riempì la stanza. Le donne si alzarono, il rosario si spense. Il prete pronunciò poche parole, poi benedisse Gemma con l'acqua santa.
Fu allora che Angelina sentì il pianto salire nel petto, silenzioso, straziante.
Quando gli zii portarono la bara fuori, il corteo si formò lentamente.
Le donne in nero camminavano con passo cadenzato, recitando ancora le ultime litanie, stavolta a voce più bassa, quasi un sussurro: «Eterno riposo dona a lei, o Signore...».
Angelina, tenuta per mano dalla madre, si voltò un'ultima volta verso la casa. Il letto era vuoto, ma ancora c'era l'odore dell'incenso, della cera, della preghiera.
Capì, senza che nessuno glielo spiegasse, che quello non era solo un funerale. Era un rito di addio che si faceva comunità. Un silenzio condiviso, profondo, che sapeva custodire il dolore senza paura.
*****
Silenzio si veglia
Nel bianco fermo della stanza
la morte dorme
in un letto di silenzio candido,
mentre veli
coprono l'aria
che trema tra un rosario
e un battito spento di candele
che parlano una lingua verticale
con fiato di cera.
Donne in nero
non hanno occhi,
solo mani
che sgranano tempo
tra dita rugose.
Una sedia vuota
ascolta un pianto strozzato
da un filo nero
che resiste.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 9 Settembre) |