Corre ancora, Enrico
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Il 9 luglio 1943, la Sicilia era un ventre di polvere e sangue. Le onde americane e britanniche si rovesciavano sulle coste come un diluvio armato, e i soldati italiani combattevano con quel poco che avevano: fucili vecchi, scarpe rotte e una dignità incisa nella pelle. Tra loro, c'era Enrico Zupo, ventitré anni appena, soldato semplice del Regio Esercito. Nato a Teano, prima di essere un militare è stato un atleta: campione di scherma e grande appassionato di calcio. Era partito l'anno prima, salutando la madre con una carezza sulla testa e una bugia: «Torno presto, mamma. Appena finisce tutto». Non sapeva che, per lui, non ci sarebbe stato un “dopo”. Conosceva solo il suo dovere.
Quando l'Operazione Husky iniziò, il cielo sembrava ferro incandescente. Enrico si trovava in una delle postazioni a difesa delle coste. Il nemico era ovunque. Bombe dal cielo, spari dal mare. Quando cadde, con la sabbia negli occhi e il cuore che batteva come un tamburo sordo, nessuno vide davvero cosa successe. Il suo corpo non venne mai ritrovato lasciando i genitori e i fratelli a una vita di ricerche invane e dolore che non cessa senza luogo di preghiera. Nelle mani solo una medaglia d'argento a ricordo di quanto perso e per nulla consolatoria.
Ma Enrico Zupo, per i ragazzi sidicini, era più di un nome. Simboleggiava una storia sussurrata nei vicoli, una fotografia in bianco e nero sulla credenza della madre, una leggenda legata a un pallone cucito a mano. Tutti ricordavano il suo entusiasmo quando giovanissimo era stato protagonista di un bel progetto di grande valenza sociale. Con degli amici affiatati aveva realizzato il primo campo di calcio della città. Il gruppo aveva energicamente ripulito e spianato un terreno comunale, proprio nei pressi dell'attuale Stadio Comunale di Calcio, in località S. Antonio. L'iniziativa, sicuramente lodevole, oltre a aver dato inizio alla tradizione calcistica della città di Teano, ebbe grande eco anche per la capacità aggregativa di Enrico. A due anni dalla sua scomparsa, l'11 luglio del 1945, infatti, nacque la squadra ufficiale della città che venne intitolata proprio a lui: U. S. Enrico Zupo Teano.
In campo, ogni partita, ogni goal segnato era una buona occasione per ricordarlo. «Perché corra ancora, Enrico», disse uno di loro. «Perché giochi con noi, tutte le domeniche.»
Oggi, sul campo, i ragazzi corrono ancora, sebbene la denominazione della squadra per motivi amministrativi sia cambiata, ma solo nella dicitura formale. Per tutti, infatti, la squadra di calcio di Teano è Lo Zupo.
Molti giovani sidicini non sanno tutto della guerra e non conoscono i dettagli dell'Operazione Husky, né la paura che i loro coetanei hanno provato nel lontano '43. Ma sanno che Enrico Zupo era uno di loro. Che aveva corso, giocato, riso nei loro stessi vicoli e sognato di vincere in novanta minuiti.
E quando indossano la maglia rosso-verde della squadra della loro città non portano solo un numero, bensì un'eredità unita a una promessa: le persone non muoiono mai, se restano nella voce e nel cuore dei giovani.
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Corre ancora
Delle battaglie ricordiamo
volti senza colori
e il tuo nome, Enrico
che corre gridato tra i denti
quando la palla tocca rete.
Non hai fatto in tempo a giocare con noi
ma ci hai lasciato terreno spianato
e la promessa di poter sognare.
Ogni domenica,
quando il fischio taglia l'aria
e ci schieriamo in rosso,
non è solo una partita,
è memoria che corre
siamo Zupo
sangue che non si è perso,
un noi che non si spezza.
Così il calcio unisce,
non solo gambe e fiato,
ma vite.
Passate, presenti,
e quelle che devono ancora cominciare.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 8 Agosto) |