FUOCO TRA LE COLLINE
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L'inverno del 1648 affilava i suoi denti sulle colline del basso Lazio e Papone, “Generale della Repubblica Napoletana”, sentiva il gelo non solo sulla pelle, ma anche nell'anima. S'aggirava come uno spettro armato di moschetto e rabbia, bruciato dal sogno di rovesciare il potere spagnolo con la forza degli uomini che credevano in lui. Prima di autoproclamarsi generale, era stato contadino, soldato e anche fuorilegge. Un uomo temprato dalla fame e dalla rabbia, cresciuto là dove la giustizia non arrivava e il potere parlava solo con la voce delle armi. Lo chiamavano brigante, ma per molti era un liberatore: feroce, determinato, affascinante nella sua follia di rivolta. Aveva cavalcato a lungo, dal Matese fino al Garigliano, raccogliendo uomini furiosi, affamati, senza padrone. Aveva conquistato Sora e San Germano senza dover spargere troppo sangue. A Sessa aveva piantato la sua bandiera, proclamandosi liberatore dei popoli oppressi. Si diceva che volesse Capua, forse Napoli, ma davanti a lui, si stagliava Teano, ultima sentinella prima della piana campana.
Il 7 gennaio ne ordinò l'assalto e i suoi uomini si gettarono sulle mura del centro come lupi. Teano, sotto la guida del suo governatore, don Ottavio del Pezzo, non ebbe nessuna intenzione di cedere e lo dimostrò tenacemente. Ben ottocento uomini, organizzati in quattro compagnie guidate dai migliori esponenti della nobiltà locale, combatterono come soldati veterani. Le campane suonarono a martello per tutto il giorno, chiamando il popolo a raccolta. Fabbri, contadini, artigiani, perfino i clerici si misero all'opera: chi brandiva una spada, chi una falce, chi semplicemente una pietra. Le donne portavano acqua, munizioni, spesso combattevano, con pugnali nascosti nelle vesti. Il borgo tutto si trasformò in un baluardo umano. I tetti divennero postazioni di tiro, i vicoli trappole per gli invasori. La città intera si difese.
I teanesi furono eroici nelle loro gesta, ma la superiorità numerica degli oppositori, ben ottomila e più, sembrò avere la meglio fino a quando, improvvisamente, dai campi, alle spalle dei briganti, arrivarono in soccorso i cavalieri del principe di Roccaromana. Una tempesta d'acciaio li travolse, Papone si salvò per miracolo. Sanguinante, si rifugiò a Sessa, giurando vendetta.
Tornò dieci giorni dopo. Infervorato dalle sue stesse parole, arruolò nuovi uomini e la notte del 16 gennaio lanciò un nuovo assalto. Le urla della battaglia squarciarono l'alba, ma Teano resistette fiera e sorda alla paura. La mattina seguente, come nell'avverarsi di un incubo ripetuto il generale fu colpito con una pallottola alla coscia. La gamba gli cedette, fu costretto alla fuga, barcollando tra i vicoli per cercare rifugio. Nel frattempo, i suoi uomini cadevano come spighe sotto la falce, sovrastati dall'impeto dei cittadini. Per salvarsi abbandonarono tutto: cavalli, armi, bagagli e persino la bandiera.
Papone fuggì di nuovo, ma non fu più il “Generale della Serenissima Repubblica Napoletana” che si impossessò di Sora, Roccasecca e Arpino, danneggiando anche i beni del monastero di Montecassino. Era solo un uomo braccato, a San Germano fu respinto e a San Giovanni Incarico si sfaldò il suo esercito. Nell'agosto del 1648, a Rieti, le catene spezzarono ogni sogno. Venne catturato, torturato, e giustiziato.
Ma fu a Teano che morì il suo destino di vittoria. I sidicini scrissero la sua fine con moschetti, coraggio e fede, non come soldati, bensì come uomini e donne che avevano deciso di non piegarsi. Intenzionati a lottare non per conquistare, ma per resistere.
Papone, nella sua ultima notte in cella, ben comprese il messaggio che Teano volle lasciargli: la libertà non si mendica, si prende!
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Libertà e fuoco
Nella notte che ingoia briganti e pretese
Teano, di pietra e volontà,
è orgoglio e forza che non sente ferita.
La storia scritta sotto la luna,
nei boschi e tra le mura
ha stivali nel fango, ruggine nelle mani e occhi svegli
mentre donne dallo sparo facile
e baci che sanno di fumo,
in assenza di paura e ossigeno,
portano mappe incise sui palmi
come spose della libertà.
Papone, generale per sua volontà
conosce la sconfitta
che più della morte semina paura.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 6 Giugno) |