LA REGOLA IN FIAMME
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Correva l’anno 883 quando Teano si trovò immersa in un'atmosfera tesa e carica di mistero. I frati di Montecassino, fuggiti dal loro cenobio devastato dai Saraceni, cercarono rifugio nella tranquillità della verde e piccola cittadina, stabilendosi nei locali di un convento già benedettino, annesso ad una chiesa. Il complesso monastico era stato costruito nel settore nord occidentale del centro medioevale di Teano, a controllo di quella che oggi è conosciuta come “Porta Roma”, a conferma del fatto che avesse una duplice funzione: religiosa, per vocazione, e militare per necessità di vigilare l’ingresso dell’area di Corte. La comunità benedettina era presente nel territorio con un folto e influente gruppo di monaci che avevano assunto un ruolo importante nella rifondazione della diocesi, tanto che, già vent’anni prima, divenne vescovo di Teano l’abate Ilario.
Ben si può immaginare e comprendere che ai tempi tra i frati ci fosse un'atmosfera di apprensione generata dai motivi che li avevano condotti alla fuga e dai segreti che custodivano e non dovevano assolutamente uscire dalle mura del monastero, purtroppo mai troppo spesse per proteggerli dalla curiosità di orecchi indiscreti. Inoltre, i monaci di Montecassino nel loro trasferimento forzato avevano portato con loro numerosi tesori tra i quali: una copia autografa della Regula Monachorum del Santo Patriarca, alcuni diplomi imperiali di Carlo Magno, diversi manoscritti e cimeli sacri.
La Regola: “Ora et labora”, scritta di pugno dallo stesso San Benedetto, racchiudeva simbolicamente tutti i principi su cui si fondava l’ordine e, pertanto, era custodita e protetta come il più prezioso dei tesori che resisteva al trascorrere dei secoli e al succedersi di terribili sciagure. Tuttavia, nell'oscurità di una notte, qualche anno dopo, precisamente nell’891, il convento fu avvolto dalle fiamme che divorarono gli antichi muri di pietra così come la regola sacra di San Benedetto. Mentre il fuoco avvolse tutto in un vortice di distruzione e rovina, dalle celle si levarono grida di disperazione, impotenza e perdita.
L’orribile evento fece emergere ombre dal passato, segreti sepolti, innumerevoli interrogativi e le più disparate teorie sulle cause che non fecero altro che alimentare intrighi, gelosie e rivalità disidratando la comunità monastica, mentre un'indagine venne avviata ad opera di un abate da tutti conosciuto come il “Saggio”, proveniente dal monastero di Capua, per scoprire la verità nascosta, reale innesco dell'incendio. Molti pensarono che l’incendiario, con quel gesto criminale, desiderasse cancellare la regola di San Benedetto affinché fosse dimenticata. Per altri, invece venne considerato, semplicemente, un imprevedibile incidente dall’irreparabile conseguenza. Con il trascorrere dei mesi, tra indizi nascosti nei chiostri e confessioni sotto il peso della colpa, grazie al sapiente ed esperto abate “Saggio” emerse la verità inaspettata. Il fuoco non venne appiccato per eliminare la Regola, bensì per nascondere un oscuro segreto che avrebbe potuto minare le fondamenta stesse della fede benedettina. Così, all'ombra delle fiamme, si dipanò una storia intricata di tradimenti, ambizioni e redenzione che per volere del suo stesso scopritore, apprezzato anche per la sua riservatezza e il buon senso, non venne mai rivelata affinché sprofondasse nel più profondo oblio, nel silenzio e nell’indifferenza.
Le ceneri dell’incendio, come un mantello, si posarono su Teano quasi a volerla soffocare assieme alla Regola, ma entrambe vissero ancora, custodite nei cuori di coloro che gli avevano giurato fedeltà. *****
In fiamme
Sono io, l’incendio.
Divampo bruciando
mi avvolgo solitario
danzo tra colori accesi
per piacere e compiacermi.
Egocentrico, mi consumo presto,
voglio solo ardere, esistere
mentre piccolo, piccolo resisto,
silenzioso tramo
e compongo nuove forme.
Catturo immagini, vite
rubo tesori e pensieri,
rifletto la rabbia di chi mi usa
ma sono ancor più umano quando
la mia spontaneità ha la meglio
così tutto cambia,
passato e presente non sono altro che cenere,
nera come il vuoto che lascio.
La mia eredità è misera,
il mio ricordo è fiamma viva
nella storia di luoghi e persone.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 11 Novembre) |