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Applausi, bandiere e silenzi: cosa resta della politica

 

C'è un fenomeno sempre più evidente nella politica contemporanea, quello dell'affiliazione vissuta come sostituto dell'azione, dell'identità personale che si fonde fino a scomparire dietro il successo di qualcun altro. Assistiamo a cittadini, militanti, simpatizzanti che celebrano l'elezione di un rappresentante, è il caso delle ultime elezioni regionali, attribuendo al “proprio leader” qualità quasi divine o eroiche, spesso in modo acritico con una evidente quanto sconcertante polarizzazione emotiva che la comunicazione digitale ha evidenziato.
È una scena ormai ricorrente: bandiere, slogan, cori, applausi fragorosi, foto postate sui social. L'elezione di un politico somiglia sempre più alla vittoria di una squadra di calcio. C'è il tifo organizzato, l'esultanza, la contrapposizione feroce con l'avversario sconfitto. Ma la politica non è uno stadio, e governare una comunità non è una finale di campionato.
In questo clima, la politica sembra aver smarrito la sua vera identità. Fare politica non dovrebbe significare vantarsi di essere “dalla parte giusta”, né esibire l'accesso al potere come un trofeo personale o collettivo. La politica, nella sua essenza più autentica, è servizio: è prendersi cura della comunità, lavorare per il bene comune indipendentemente da chi occupa temporaneamente una poltrona.
E invece accade il contrario. L'elezione diventa un marchio, un segno di appartenenza, quasi una delega morale. “Ha vinto il nostro”, si dice, come se questo bastasse a risolvere problemi complessi, come se l'affiliazione sollevasse dalla responsabilità critica. Si difende l'eletto a prescindere, lo si elogia senza misura, lo si giustifica sempre. Non conta più ciò che fa, ma il fatto che sia “uno dei nostri”.
Così la politica si impoverisce. Perde profondità, perde spirito critico, perde il legame con la realtà quotidiana delle persone. Chi governa viene idolatrato o demonizzato, raramente valutato. E chi segue rinuncia al ruolo più importante che una democrazia assegna ai cittadini: vigilare, partecipare, pretendere.
La politica non dovrebbe essere una gara di potere, né un palco per esibire appartenenze. Dovrebbe essere un luogo di responsabilità, di confronto, di lavoro silenzioso e costante per la comunità. Non importa chi vince, se chi governa è davvero al servizio di tutti. Importa cosa si fa, come lo si fa, e per chi.
Forse è tempo di abbassare il volume del tifo e tornare ad ascoltare il senso profondo della politica. Meno applausi, meno bandiere sventolate per riflesso. Più coscienza civica, più impegno reale, più capacità di distinguere il potere dal bene comune. Perché una democrazia matura non si misura dall'entusiasmo delle vittorie, ma dalla qualità del servizio reso alla comunità.

Gennaro Loffredo
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 2 Febbraio)