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Indice Gennaro Loffredo
 
 

GARIBALDI, L'EROE FERITO:

INGANNI, SOSIA E LA RESA DI TEANO
 
 

Quando la storia diventa carne, sangue e solitudine, ci racconta più di mille statue. Giuseppe Garibaldi, l'eroe che i libri celebrano come il liberatore dei due mondi, fu anche un uomo vulnerabile, fragile, bersagliato da pallottole, tradimenti, ombre. Un eroe che, per giungere a Teano, dovette perdere non solo sangue, ma anche ideali.
Garibaldi viene colpito per la prima volta nel 1849, durante la difesa della Repubblica Romana. È una pallottola francese, e il contesto è chiaro: il nemico è esterno. Ma la vera ferita, quella più dolorosa, arriva nel 1862, ad Aspromonte. Qui, è l'esercito italiano, o meglio del neonato Regno, a sparare. Garibaldi non è più l'eroe nazionale, ma il “problema”. Sta cercando di raggiungere Roma, contro la volontà di un governo che ormai risponde più alla diplomazia europea che al popolo.
“Dal momento in cui fui ferito, sino a questo di quasi completa guarigione, Voi mi avete assistito così caramente da trovarmi nella impossibilità di esprimere tutta la mia gratitudine.”
In quella lettera al medico che lo curò (Garibaldi a Giuseppe Basile, 22 gennaio 1863), Garibaldi non nasconde né il dolore fisico né quello morale. Non è solo il proiettile che tormenta, ma la consapevolezza di essere stato colpito da chi avrebbe dovuto proteggerlo: è la frattura tra idealismo e Stato.
Garibaldi non affrontò solo guerre aperte, visse sotto la costante minaccia di attentati. Briganti assoldati per assassinarlo, infiltrati tra i suoi uomini, polizie segrete, papaline, borboniche, perfino britanniche, tutte interessate a ridimensionare il suo mito. Tra i casi più documentati vi sono quelli di Giacomo Francesco Gruscelli, legato alla polizia pontificia, organizzò un attentato con due detenuti. Fallì grazie all'intervento della rete diplomatica (e all'allerta di Francesco Crispi); Giosafatte Talarico, brigante calabrese, si accordò per eliminare Garibaldi ma, pentito, restituì l'anticipo; Antonio Canini, ingaggiato a Parigi da ambienti borbonici, progettò di sbarcare a Caprera per colpirlo. Il piano resta solo sulla carta, e poi, i sorveglianti silenziosi, gli inglesi, i francesi, perfino i mazziniani. Il suo stesso segretario, Giuseppe Guerzoni, lo “osservava” per conto di ambienti che temevano la sua autonomia. Un eroe sempre amato, ma mai del tutto fidato. Per alcuni, una forza ispiratrice, per altri, una mina vagante.
C'è poi una figura che, se non fosse storicamente provata, sembrerebbe uscita da un romanzo di Dumas: John Whitehead Peard, detto il “Garibaldi inglese”. Barba, gesti, abiti, Peard era una copia vivente del Generale, e questa somiglianza non fu solo folclore, servì a sviare nemici, a depistare, forse perfino a salvare la vita al vero Garibaldi. “Il popolo mi accoglieva con entusiasmo, convinto forse che fossi lui.” (Lettera di Peard, 22 giugno 1860 – Loggia G. Garibaldi Follonica). Peard entrava nelle città, guidava colonne, si esponeva. In certi casi fu accusato di aver approfittato della confusione per compiere azioni violente, ma nulla è provato, più certo è che la sua presenza servì anche a proteggere, in un tempo in cui l'identità non era certificata da passaporti ma da impressioni. Peard non fu solo un uomo, ma una strategia vivente.
E poi arriva Teano, 26 ottobre 1860. Garibaldi, dopo aver liberato il Sud, non entra a Roma, non proclama una repubblica: incontra il re, lo saluta, gli consegna tutto. Quel gesto, studiato come momento fondativo dell'Italia unita, è in realtà un atto di abdicazione politica. Garibaldi sceglie la monarchia per evitare la guerra civile, per impedire che le potenze straniere usino Roma come pretesto per intervenire, ma a che prezzo? “Non voglio che il sangue italiano sia versato per colpa mia. Il popolo farà i conti con la storia.” (Attribuito a Garibaldi, secondo resoconti coevi – fonte non ufficiale). Teano è una stretta di mano che vale quanto mille battaglie, è la rinuncia a un'Italia repubblicana, l'ultima utopia del Risorgimento che si spegne sotto una corona.
Garibaldi non fu solo coraggio, fu paura, strategia, solitudine, intuizione. Fu un uomo che sapeva che l'eroismo ha un costo, e che a volte l'unico modo per vincere è non combattere. Non ci sono lettere autografe che lo ritraggano mentre manovra consapevolmente il suo sosia in battaglia, ma esistono prove che sapeva del valore simbolico e tattico della sua immagine, duplicata in carne e ossa, e questo ci dice molto: che Garibaldi non era un ingenuo. Era un uomo che sapeva usare tutto ciò che aveva, idee, uomini, simboli, per perseguire un obiettivo più grande di lui.
Forse oggi dovremmo smettere di guardare Garibaldi solo come un vincitore, dovremmo cominciare a riconoscerlo come un uomo che seppe perdere con dignità, che rinunciò alla gloria personale per un sogno collettivo. E nel sosia, Peard, ritroviamo anche una metafora: che ogni eroe, per reggere il peso della storia, ha bisogno di un doppio, un'ombra, una maschera, per continuare a essere ovunque, anche quando il cuore vorrebbe solo tornare a Caprera. Garibaldi non fu perfetto, ma fu vero, e in tempi come i nostri, è già abbastanza per chiamarlo ancora eroe.

Gennaro Loffredo
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 10 Ottobre)