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PREMIO LETTERARIO “CITTA' DI TEANO: CARLO

LAUBERG ED IL RISORGIMENTO”
 

È ormai una splendida realtà: lo è per il suo inserimento nel panorama culturale nazionale, per l'attenzione ad una tematica sempre di attualità, per aver saputo superare dissidi localistici di inutile esistenza.
È ormai puntuale alla sua terza edizione, gratificato da una partecipazione di concorrenti sempre più numerosa e proveniente da tutta Italia.
Di questo siamo soprattutto felici: della ancora viva attualità di un tema storico che potrebbe apparire superato, ma non lo è e non deve esserlo, perché in esso, con i suoi appena 165 anni di età, trova le sue radici uno Stato tra i più giovani d'Europa.
A rendere ancora vivo e interessante l'argomento è il travaglio che ne portò all'unificazione ed al riscatto da ogni dominio straniero che durava, diversamente presente nelle sue varie Regioni, fin dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Un travaglio che vide protagonisti tanti personaggi della politica e della cultura, ma anche cittadini non d'altro desiderosi che di libertà dallo straniero come da ogni regime oppressivo.
Una Unità preconizzata da Dante, da Monti, da Foscolo, da Manzoni, ardentemente voluta da Mazzini, da Garibaldi, da Cavour, da Gioberti, da Silvio e Bertrando Spaventa, solo per citarne alcuni, ma anche abbracciata da un grande numero di martiri, quelli delle cinque giornate di Milano, di Brescia, leonessa d'Italia, della spedizione dei fratelli Bandiera, di quella di Carlo Pisacane, della rivolta siciliana e tanti altri.
Un panorama storico che sentiamo e ci è vicino come pochi altri: e ce lo dimostra la nutrita schiera di aderenti al concorso nei tre anni già trascorsi.
Questo perché la Storia, e di certo ogni storia, ha sempre un senso: e un impercettibile desiderio di studiarne continuamente ogni diverso aspetto, quasi alla ricerca di qualcosa che ci sfugge, giustifica e spiega il vivo interesse che anima chi ama affrontarne lo studio.
E questo ancor più quando questo studio è vivificato dal desiderio di conoscere chi siamo, e forse dove andiamo e come ci andiamo.
Nasciamo da quel “volgo disperso” che “repente si desta” nel marzo del 1821: che “intende l'orecchio e solleva la testa, percosso da novo crescente romor”; è il “romor” che proviene da tutta l'Europa che sta diventando palesemente insofferente alla Restaurazione post-illuministica e post-rivoluzionaria imposta dal Congresso di Vienna nel 1815. Così quel volgo disperso, sollevando sempre più la testa, arriva, il 17 marzo del 1861, alla proclamazione del “Regno d'Italia”, dello Stato Costituzionale Italiano, retto dallo Statuto Albertino. La desiderata Unità d'Italia secondo i suoi limiti geografici tarderà ancora qualche decennio ad arrivare, passando attraverso la presa di Porta Pia nel 1870, e concludendosi a Vittorio Veneto il 4 novembre del 1918, pur se con la dannunziana “vittoria mutilata”.
Si continua attraverso la parentesi nera del fascismo e della Seconda guerra mondiale e si arriva alfine alla Repubblica Italiana il 2 giugno del 1946.
Da qui potrebbe sorgere il secondo interrogativo: dove andiamo?
E qui la risposta è difficile: potrebbe aiutarci sola la “filosofia” della Storia. Ma il discorso sarebbe lungo e soprattutto teorico.
Ma se accettiamo che lo scopo della Vita è la vita medesima, potremmo e dovremmo pesare che la Meta del cammino è proprio il camminare: e la cosa mi appaga.
Resta solo il “come”: e mi pare che dal 1946 in poi l'Italia abbia intrapreso il giusto modo di camminare, rispettando la libertà dei suoi cittadini e quella degli altri popoli, in un clima di sostanziale democrazia e progresso tecnico, sociale, culturale e scientifico da far invidia a molti.
La premiazione degli elaborati inviati avverrà quest'anno proprio il 2 giugno, nascita della Repubblica Italiana.

Claudio Gliottone
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 3 Marzo)