Era scoppiato il caldo da un giorno all'altro. Era da un po' piena estate ma il caldo torrido quell'anno si era fatto attendere; piogge e rovesci pomeridiani avevano mantenuto l'aria fresca fino a luglio inoltrato.
A Genny non piaceva il freddo e men che meno la pioggia. Con le ali bagnate diventava pesante volare ed era costretta a rimanere chiusa in casa e guardare dalla finestra le nubi minacciose che si rincorrevano per poi scoppiare in un pianto dirotto che bagnava la sua visuale.
Ma finalmente l'estate era arrivata in tutto il suo rovente splendore e Genny poteva bighellonare tutto il giorno in lungo e in largo senza tema di dover scappare per trovare un rifugio.
Per maggiore sicurezza quella mattina aveva consultato il meteo su Televideo e sullo schermo vide che il nome della sua città era tinto di un bel rosso acceso che indicava caldo a gogò.
Mentre se ne andava in giro spensierata, un signore con giacca e pantaloni rossi al centro della piazza solleticò la sua innata curiosità. Aveva uno strano cappello in testa simile ad un fez ma bordato d'oro come d'oro erano le bande verticali sui pantaloni e sulle spalle aveva dei fregi anch'essi dorati con una frangia che ondeggiava ad ogni suo movimento che le ricordarono l'ondeggiare dei capelli di una bambina capricciosa che ostenta il suo diniego con stizza, quasi per puntiglio.
Questo signore fermava i passanti e a tutti regalava dei biglietti; Genny si avvicinò e ne prese uno e lesse “Luna Park - Biglietto omaggio “. Il signore in rosso spiegò che quel giorno, poiché era nato un bambino al padrone del Luna Park, questi aveva deciso di dare un certo numero di biglietti omaggio.
Oggi per me è un giorno fortunato - pensò Genny -.
Da tempo voleva andare sulle giostre ma non aveva soldi per il biglietto e aveva dovuto rinunciare ma quel giorno avrebbe finalmente esaudito il suo desiderio.
Strinse il biglietto tra le mani e corse verso quel parco di divertimenti dove una selva di rutilanti costruzioni riempiva l'aria con musiche, suoni, voci e sferragliamenti che insieme all'odore dei popcorn e dello zucchero filato entravano nel cervello provocando un'ondata di piacevoli sensazioni, quasi un'ouverture alla gioia.
Arrivata alla biglietteria si mise in coda e attese trepidante il suo turno. Mentre faceva la fila notò fuori coda una mamma che rimproverava dolcemente il suo bambino che intanto le teneva il broncio. Tese le orecchie per cercare di capire cosa stessero dicendo, così, giusto per ingannare il tempo. Anche se la mamma non parlava ad alta voce Genny captò le sue parole e il suo cuore si strinse; infatti la mamma stava dicendo al bambino che non poteva pagare il biglietto d'ingresso perché il papà aveva perso il lavoro e lei non aveva soldi e i biglietti omaggio erano terminati.
Genny incrociò lo sguardo del bimbo, ferito perché non capiva la ragione della sua povertà, la parzialità della sua condizione, l'ingiustizia di non poter essere in coda come gli altri bambini.
Lei che amava i bambini più dei grandi si dispiacque per lui ma il biglietto, no, non poteva darglielo.
Lo aveva tanto desiderato, nemmeno lei poteva acquistarlo come la mamma del bambino e se il caso aveva voluto favorire lei forse una ragione ci doveva pur essere.
Si voltò ostinata dall'altra parte e continuò a stare in coda. Intanto la fila si assottigliava sempre più e la voce delle sirene che ammaliavano provenienti oltre la recinzione si facevano sempre più forti e lei già ne pregustava il piacere.
Era quasi arrivato il suo turno, davanti a lei solo un papà con una bambina rossa di capelli e poi toccava a lei. Genny si voltò ancora una volta verso la mamma e il bambino e vide le loro spalle curve, il bimbo per la delusione e la mamma per il dolore.
Non ce la fece, uscì di corsa dalla fila, raggiunse i due che ormai avevano rinunciato al sogno e senza pensarci due volte regalò il suo di sogno.
Quelle spalle curve della mamma le avevano toccato il cuore, le avevano parlato di fallimento, di sconforto, di disperazione. Il bambino aveva guardato sua mamma con rancore quasi a urlarle la sua incapacità di essere una mamma come le altre per i troppi no che gli aveva detto nella vita e questo Genny non poteva permetterlo. Poi col tempo quel figlio avrebbe capito che la vita a volte è amara, che prende vie impervie e non si sa se si riesce a trovare soluzioni ma adesso quel biglietto sarebbe servito alla madre più che al figlio per darle ancora un po' di tempo per spiegare che essere una brava mamma non significa dover o poter dire sempre “sì”, per darle speranza per il futuro e continuare a credere che a volte le cose si aggiustano proprio quando pensi che tutto è finito.
Tempo a lei per parlare e al figlio per ascoltare.
Shemà Israel!
Una mamma sconfitta è una sconfitta per il mondo, vuol dire demolire il futuro e Genny, aiutando a ridare speranza quella anonima mamma, si sentì un po' artefice del futuro.
A volte anche un misero biglietto di un Luna Park di periferia può contribuire a far credere che qualcosa di inaspettato può sempre accadere.
Genny esitò solo un attimo a lasciare quel prezioso biglietto nelle mani del bambino il cui viso rabbuiato si rischiarò in un attimo poi lo lasciò, convinta d'aver fatto la cosa giusta.
La convinzione si tinse di gioia quando incrociò il volto di quella mamma, grata per aver avuto in dono un po' di respiro prima di affrontare altre battaglie che la povertà porta in sé.
Mentre stava andando via rassegnata a rimettere nel cassetto i cocci del suo sogno infranto si sentì chiamare - Ehi tu, vieni qui -. non l'avevano chiamata per nome ma seppe che stavano chiamando lei o lo immaginò solamente. Si voltò e un signore le fece segno con la mano di avvicinarsi. Sì, proprio a lei!
Era il signore della biglietteria che aveva assistito alla scena e siccome aveva conservato qualche biglietto omaggio per qualche eventuale amico che arrivava all'ultimo minuto, ne regalò uno a Genny che in un attimo si ritrovò, felice, all'interno del Luna Park con il pass che le permetteva qualsiasi giostra avesse voluto.
Allora si fece forte in lei la convinzione che per tutti c'è sempre una seconda possibilità, basta non arrendersi e la vita ti premia specie se scegli sempre la via giusta.
Glielo diceva quel braccialetto di carta plastificata al polso pieno di stelle come un firmamento.
Appena dentro guardò l'universo di giostre e poi fu un'apoteosi di leggera follia.
Esterina De Rosa
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 6 Giugno) |