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RIFLESSIONI DI UNA MOSCA DOMESTICA - Capitolo 7

 

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare
le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù.
Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio!
È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva”.

(Dal film "L'attimo fuggente")

 

Per un paio di giorni Genny non ripassò sotto quel balconcino dove i fiori che prima sfoggiavano i bei brillanti colori cominciavano ad appassire.
Anche loro erano sofferenti e avevano chinato il capo in segno di resa, anche loro avevano perso un'amica che li amava e lo aveva dimostrato con stillanti gocce elargite ogni giorno dolcemente per non ferire quelle raffinate e delicate corolle.
Ma la vita va avanti e se i fiori potevano confidare nel cielo lei si doveva dar da fare, doveva andare incontro alla vita perché non poteva permettere che la vita alla fine le sfuggisse di mano.
È già un miracolo la nascita della vita e non è permesso a nessuno di non affrontare tutte le sue sfaccettature.
La Vita si nutre di vita, è questa sia la tesi che l'ipotesi.
Allora chiamò Giò e le disse di vedersi in piazza per bere qualcosa insieme.
Alle nove del mattino era già lì; voleva trascorrere una giornata allegra, che fugasse i brutti pensieri del suo ieri, che le facesse riabbracciare la vita con gioia.
La sua amica arrivò quasi in orario all'appuntamento e subito ordinarono una bibita fresca e iniziarono a ciarlare.
Giò non aveva neppure iniziato a parlare del bel giovanottone che aveva conosciuto che una folla vociante di persone si radunò alla fermata dell'autobus. Erano tutti abbigliati con abiti allegri e portavano grandi borsoni colorati e enormi ombrelli chiusi.
Dove andranno? - si chiesero le due amiche.
In un lampo si guardarono negli occhi e decisero di scoprirlo.
Quando l'autobus arrivò non ebbero difficoltà a trovare posto e in men che non si dica si ritrovarono sedute tra una bambina che sbocconcellava un lecca lecca e un omone con bermuda a fiori e canotta con la scritta SURF che sudava come una grondaia.
Dopo un'ora di sballottamento a rischio schiacciamento da parte dell'omone quando la curva era a loro sfavore, il pullman si fermò.
La folla colorata si riversò su una radura scintillante che mutava forma sotto la pressione dei piedi. La sabbia dorata lambiva ogni passo per poi scivolare via come una carezza furtiva ma lasciava un ricordo: voltandosi indietro potevi vedere le tracce del tuo passato.
Nulla resta immutato, l'andatura del tuo cammino racconta al tuo presente dove vai.
Giò e Genny non avevano mai visto una spiaggia perciò felici giocavano con la rena lucente quando, oltrepassata una duna, si fermarono ammutolite: una distesa azzurra a perdita d'occhio si aggiungeva all'azzurro del cielo.
Il mare! Genny nella casa che accoglieva la sua SediciperQuattro aveva più volte ammirato la tela di un quadro appeso alla parete dal titolo “Mare d'inverno”.
C'era una distesa simile a quella che aveva in quel momento davanti agli occhi, ma quelle macchie bianche non avevano nulla in comune con le spumeggianti onde della risacca che giocavano con la rena della spiaggia.
Arrivavano anticipate da fragorose risate e poi scappavano via; la morbida rena cercava di trattenerle ma loro, birichine, sfuggivano la presa. E questo per dieci, cento mille volte senza che nessuna delle due avversarie desse prova di stanchezza.
Anche Giò e Genny vollero partecipare a quel passatempo. Si tolsero le scarpe e rincorsero l'onda che scappava per poi essere rincorse di nuovo dalla stessa onda che intanto era diventata più forte... non sempre riuscirono a dileguarsi, ecco che allora che il maroso, giocando, le afferrava per le caviglie per poi lasciarle come a dire “il punto stavolta è mio!”
Quando furono stanche di giocare, le due amiche si riversarono sulla sabbia e stettero in silenzio ad ascoltare il mare che, attraverso lo sciabordio delle onde, parlava loro.
Raccontava le meraviglie del cielo, le storie degli uomini, la ricchezza della natura, i sussurri delle foreste, i colori dei prati ma forse non era il mare che raccontava ma erano i pensieri che, quando sei distesa su una rena lucente e ascolti la risacca, affiorano nella tua testa e ti afferrano in un turbinio di voci, suoni e colori.
Genny ripensò alla Genesi e rivisse per un momento la Creazione in tutta la sua interezza, bella, pulita, fatta per dare la felicità ma poi le venne in mente Gerarda che viveva nella sua asettica stanza con le suppellettili di fòrmica perché più igieniche ma che non avevano niente da raccontarle.
Dotata di tutti i comfort ma sempre più sola di prima!
Una domanda le salì alla mente: perché gli uomini che hanno avuto in dono la letizia producono la sofferenza. Questo non le era chiaro!
Eppure la felicità è a portata di mano, non ha costi, non richiede sforzi.
È stare distese a fianco all'amica e guardare il cielo, camminare scalzi sull'erba di un prato, ridere di cuore alla battuta di un compagno, meravigliarsi per un'alba o un tramonto.
Invece gli uomini amano contare e fare graduatorie: soldi, cose, capacità, titoli, esperienze poi arrivano in cima e sbroccano perché non vi sono più scalini da scalare.
Gioco stupido, fine a sé stesso, che non porta da nessuna parte!
Le due amiche si svegliarono che era pomeriggio inoltrato, rosse come peperoni per essere state tanto tempo al sole ma felici di aver conosciuto il mare.
I bagnanti si stavano preparando per il ritorno, avevano richiuso i loro ombrelloni e rimesso nei borsoni asciugamani e altre cianfrusaglie.
Risalirono sul bus del ritorno più taciturni come quando si rientra da una festa eccessivamente esaltante e ti assale la gioiosa nostalgia del rimpatrio mista alla noia della consuetudine.

Esterina De Rosa
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 5 Maggio)