Lo sciopero organizzato dalla CGIL il 3 ottobre scorso, con cortei che si sono svolti in oltre 100 città italiane, a difesa della Global Sumud Flotilla e in solidarietà con gli arrestati, per riaffermare il Diritto Internazionale, per fermare il genocidio e a sostegno della popolazione di Gaza, è stato un evento grandioso e di eccezionale importanza con oltre 2 milioni di partecipanti.
La Flotilla ha catalizzato il dissenso generale e la rabbia montante contro l'opacità, l'acquiescenza, l'inazione fino alla complicità, dei governi europei in merito alla distruzione di Gaza e al massacro dei palestinesi, diventando una bandiera per milioni di persone. Generando una sollevazione e una reazione spontanea, culminata nello sciopero generale, all'abbordaggio illegale in acque internazionali delle barche degli attivisti pacifici e disarmati che trasportavano cibo per la popolazione stremata e ridotta alla fame di Gaza; una missione umanitaria che è stata dapprima diffamata con l'accusa di prendere soldi da Hamas, poi minacciata, infine colpita da azioni dimostrative e atti di pirateria e di guerra da parte dell'esercito israeliano.
Una giornata caratterizzata da un clima pacifico e democratico, per la Pace e per il disarmo, con la “partecipazione straordinaria e senza precedenti dei giovani, che chiedono un futuro di pace e di giustizia sociale, con lavoro stabile e contrasto alla precarietà” (Landini) e la difesa e la piena applicazione dei valori costituzionali, con il dirottamento dei fondi per il riarmo verso la Sanità e la Scuola.
Una manifestazione così imponente, così sentita, non si vedeva da anni. Con la presenza di tantissimi giovani e intere famiglie, è stato davvero qualcosa di assolutamente impensabile appena qualche anno fa, beneaugurante e foriera di sviluppi positivi che porteranno sicuramente, nell'immediato futuro, a una presa di coscienza individuale e collettiva, una ripresa di senso critico, di impegno politico, di empatia, liberando energie positive a lungo dormienti.
Manifestazione seguita il giorno dopo a Roma da un'altra, con un moto spontaneo e dal basso, che ha visto nuovamente protagonisti oltre un milione di partecipanti, sempre con un grandissimo numero di giovani, un mare di gente che ha dato il senso immediato e tangibile della necessità impellente e generale del ristabilimento delle condizioni minime non negoziabili per una pacifica convivenza tra i popoli e le genti, per la pace e l'autodeterminazione, per l'abbandono di politiche di aggressione neocolonialiste, oppressive e disumanizzate.
Allo sciopero generale convocato in Italia hanno aderito anche Madrid, Barcellona, Lisbona, Berlino, Parigi, Varsavia, Atene, con le piazze europee stracolme di cittadini che hanno manifestato tutta la loro indignazione e rabbia, denotando, una volta di più e in maniera palese e indiscutibile, il fallimento delle posizioni che l'Unione Europea ha tenuto nei confronti di Israele e della sua guerra a Hamas a Gaza. Una certificazione netta e indiscutibile dello scollamento tra questa istituzione, e le istituzioni dei singoli paesi membri, e i cittadini rappresentati.
La Flotilla e le manifestazioni, le piazze gremite, hanno attestato la volontà popolare e insopprimibile di opposizione alla normalizzazione dell'orrore, alla banalizzazione del male, con il mettere in movimento energie e pulsioni che stimolano altre lotte comuni per contrastare la deriva guerresca e l'abbandono dei valori universali di fratellanza e pacifica convivenza, di rispetto per l'altro, di accoglienza, di dignità, di sacralità della vita umana.
Manifestazioni, per la pace e per la fine delle azioni genocidarie israeliane, che si sono saldamente intrecciate e connesse a tutte quelle altre che hanno visto la luce nei vari continenti e che si sono espanse a macchia d'olio, particolarmente in America, dove un massiccio movimento generale, come un fiume in piena, ha travalicato ogni argine e barriera, dilagando e invadendo le città dei vari stati, costringendo, di fatto, il governo americano e Trump ad un ripensamento e a uno stop al finanziamento e all'armamento di Israele, al sostegno dei criminali piani di Netanyhau, e a un intervento deciso per porre fine al genocidio, con la predisposizione del cosiddetto “Piano di Pace”.
Un piano ambiguamente e falsamente detto di pace, ma realmente solo un atto di tregua, di cessate il fuoco. Sottoscritto poi, senza la partecipazione dei palestinesi, il 13 ottobre a Sharm el Sheik, in Egitto, dal presidente Donald Trump, dal presidente egiziano al Sisi, dal presidente turco Erdogan e dal premier del Qatar (cioè i Paesi mediatori dell'accordo).
Accordo magnificato e glorificato, a suo uso e vanto, da Trump con parole oscene, brutali e agghiaccianti: "Bibi (Netanyahu) mi ha chiamato così tante volte: puoi procurarmi quest'arma, quell'altra arma quest'altra arma? Di alcune non ne avevo mai sentito parlare. Gliele ho fornite, gli ho fornito le armi migliori. E lui le ha usate bene. Ci vogliono anche persone che sappiano come usarle. E ovviamente lui le ha usate molto bene. Ma così tanto che Israele è diventata forte e potente, cosa che alla fine ha portato alla pace. Questo è ciò che ha portato alla pace”.
Nessun rispetto, nessuna pietà umana, per gli oltre 70.000 uccisi, di cui quasi 15.000 bambini, per i mutilati, per l'annientamento di speranza di futuro per intere generazioni, nessun pensiero alla distruzione sistematica di un paese completamente raso al suolo: “Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”, di tacitiana memoria. Ma almeno la carneficina è finita, così si spera, e si può cominciare a ragionare del dopo. Grazie anche a quelle folle oceaniche manifestanti in tutto il globo, che hanno ridato un senso al nostro essere umani e alla speranza di non naufragare in una nuova apocalisse.
Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 10 Ottobre)