Con la morte di Papa Francesco avvenuta il 21 aprile scorso, il mondo cattolico, e non solo, ha perduto un punto di riferimento altissimo e luminoso, un uomo di Chiesa che ha privilegiato e reso evidente sin dalla sua nomina, con il suo essere e il suo cristallino esempio, la via che la Chiesa dovrebbe percorrere per essere pienamente nell'alveo del pensiero cristiano e evangelico.
Un Pontefice aperto al mondo e capace di parlare con schiettezza e forza di giustizia sociale, di accoglienza, di pace, di dignità delle persone, di contrasto alle disuguaglianze, di cura e amore per l'ambiente, riportando la Chiesa alle origini: la Chiesa dei popoli, dei poveri e degli ultimi.
Con un percorso caratterizzato esemplarmente fin dalla sua prima uscita da Papa a Lampedusa, a denunciare l'indifferenza che uccide: la “globalizzazione dell'indifferenza”, del mondo contemporaneo di fronte al dramma dell'emigrazione e alle tantissime morti che ne derivano e che funestano il nostro vivere quotidiano, dando visibilità, voce e volto ai quei poveri e sciagurati esseri in cerca di lidi più sicuri e di un'esistenza più dignitosa e umana.
Un Papa combattivo che incessantemente e pervicacemente si è sempre speso per la pace e per la fine dei conflitti, denunciando la tragica assurdità e l'orrore della guerra, che poco a poco ha, di fatto, precipitato il mondo verso l'abisso di “una terza guerra mondiale a pezzi”, nel silenzio e nell'assuefazione più cieca del mondo intero.
Capace di toccare le corde più sensibili anche di persone lontane dalla Chiesa: agnostici, non credenti e atei, o di altra fede, con le amare valutazioni sui regimi autocratici, sullo sfruttamento capitalista, sull'economia del consumo che produce enormi diseguaglianze e scarti, materiali e umani, oltre che portare alle tragiche devastazioni climatiche che minano il futuro del pianeta. Fino alla necessità “caduto il muro di Berlino di superare anche il capitalismo”. E di affermare categoricamente che è “meglio vivere da atei che andare in chiesa e poi sparlare e odiare gli altri”, accendendo riflessioni, moti di coscienza e impegno.
Certo, è stato tradizionalista, nel solco dei predecessori, sui temi dottrinali dell'aborto, del fine vita, del sacerdozio femminile, degli omosessuali, del “gender”, ma con uno sguardo di grande apertura e di misericordia senza mai condannare senza appello: “chi sono io per giudicare?”.
Ma, il suo pontificato è stato particolarmente innovativo e rivoluzionario per lo spostamento della visione del mondo dall'uomo, dominus della Terra e delle sue risorse, secondo la tradizione giudaico cristiana, al creato, con l'Enciclica “Laudato si”, “evidenziando e santificando la continuità tra gli esseri umani e tutto il vivente, ivi compresa la Terra. Il cui grido di dolore l'umanità non sa ascoltare e per questo non riesce ad ascoltare nemmeno il grido degli oppressi… Un approccio alla realtà fondato sull'ecologia integrale che costringe a trattare i problemi dell'umanità e soprattutto della parte più povera e diseredata nell'indissolubile legame con le loro radici terrestri, con il rapporto che ciascuno di noi e tutti insieme intratteniamo con le basi materiali delle nostre esistenze; con il modo in cui ci relazioniamo con la vita che ci circonda; quella da cui traiamo il nostro nutrimento il nostro benessere ma anche il senso della bellezza” (Guido Viale, Il Manifesto 4 maggio 2025).
E con una visione e una lucidità incomparabili, del mondo e delle sciagure che l'affliggono, e una analisi precisa e inappuntabile delle scelte cui siamo tenuti, obbligati a dare esecuzione, senza ulteriori indugi: “Nella complessità del mondo moderno, in cui crisi climatica e crisi sociale viaggiano di pari passo, difendere la biodiversità, interrompere la deforestazione, eliminare gli sprechi e passare velocemente a energie rinnovabili vuol dire anche perseguire la strada della pace, vera urgenza di questo periodo storico”.
Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 5 Maggio) |