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Canti popolari di Terra di Lavoro: Abbascio alle Pentite (Un'amicizia tradita)
 

Analisi e commento a cura di Antonio Martone. La trascrizione del testo musicale è del M° dott. Guglielmo De Maria.

Considerazioni di ordine metrico
Questo canto va diviso in tre parti sulla base del ritmo e del motivo musicale: la prima comprende i versi 1-6, che costituiscono una sorta di introduzione, dove viene presentata la situazione; la seconda è formata da due quartine con l'ultimo verso che fa da ritornello ('e te che n'aggio `a fa); la terza parte, con nuovo ritmo musicale, fa da chiusura.
Sul piano strettamente metrico, è da notare che nei versi introduttivi si alternano settenari e quinari; le due quartine invece sono formate di soli settenari, dei quali il quarto è tronco; la strofa di chiusura risulta un po' anomala: un quinario, due settenari e un novenario.
Si notano inoltre assonanze (vv.8-9: tremiénti/tengo), consonanze (vv.2-4: croce/pace) ma anche rime perfette (vv. 12-13: piace/capace, vv. 16-18: velluto/taùto).
Considerazioni filologiche
Verso 1: le "Pentite" è il nome di un rione di Pignataro M., da qualcuno interpretato come luogo dove nel secondo Settecento sorgeva un palazzo che accoglieva donne, "pentite" di una vita trascorsa nel peccato; ma forse, più probabilmente, il toponimo è da mettere in relazione alla conformazione del suolo che è scosceso, in "pendio": ritengo che gli amministratori del periodo borbonico abbiano introdotto tale nome, prendendolo dalla-toponomastica della capitale del Regno (si veda il quartiere "Pendino").
Verso 4:'o è una contrazione di vo', a sua volta contrazione di vuole.
Verso 8: tremiénti dal verbo `tremèntere' = guardare, da un `tener mente' (cfr. lat. animum advertere).
Verso 10: aggio dal lat. 'habeo' = ho; quindi: aggio `a fa = ho da fare = devo fare.
Verso 11: Tècchete = `eccoti' con un superfluo e ridondante pronome iniziale; comunque mi sembra di vedere qui un influsso del verbo `tenere', come se fosse un `tieniti'.
Verso 13: Variante: "si femmena scapace" cioè: Sei una donna incapace. Ma mi sembra preferibile l'altra lezione. Verso 17: Tanno: allora, da `tanto' per influenza di `quanno' (quando).
Verso 18: Taùto: bara, dall'arabo 'tabut' = arca: termine documentato in Sicilia fin dal 1348.
Contenuto del canto
Nella introduzione viene annunciato il tema del canto che è quello della pacificazione tra due giovinette che si sono "incagnate" (Cfr. l'it. "stare in cagnesco").
Forse il luogo d'incontro per coloro che volevano riappacificarsi era presso la Croce, una di quelle che si ergevano in punti-chiave del paese, per lo più alle entrate, in ricordo generalmente di missioni popolari. La finestrella presso la Croce era probabilmente il punto in cui si lasciavano messaggi (?). Ma spesso capitava che, all'invito della Chiesa a perdonare e a far pace, il cuore duro della gente rispondesse con rabbia violenta ("te rompo `o musso").
Perciò, inutili risultavano i tentativi di chi voleva far pace; d'altra parte la ragazza offesa aveva altre amiche con cui confidarsi, e quindi con disprezzo dichiarava di non sapere che farsene della "traditrice".
Anzi, per vendicarsi, le offre un limone che, con il suo succo acre e pungente, è chiaro segno di amarezza e perciò di rancore, di odio.
Lei, l'offesa, si ritiene donna capace e sicura di sé, e pertanto non sa che farsene dell'amica "traditrice".
Infine, dichiara solennemente che farà pace solo quando la vedrà dentro la bara, adorna di seta e di velluto (?): il che vuol dire, in altri termini, che tra loro non ci sarà mai più pace.
Dunque, questo è il canto di una amicizia tradita, che provoca un odio che durerà fino alla morte.
Vi si notano sentimenti crudi, come quelli che solo può nutrire la gente abituata a vivere una vita dura fatta di stenti, nella quale non c'è posto per la pietà e il perdono, nonostante l'insistente insegnamento della Chiesa che invita al perdono delle offese, proponendo l'esempio di Cristo che perdonò addirittura coloro che lo misero in croce.
Il linguaggio è pertanto violento come quello usato alla fine della introduzione; le immagini sono forti e pungenti come quella del limone; la conclusione è inesorabile come quella del "taùto".
Fonti
Esprimo un caloroso ringraziamento alle signore informatrici che mi hanno permesso di recuperare questo canto: esse sono Cicala Concetta di anni 76 e Pettrone Francesca di anni 54, rispettivamente madre e figlia; la quartina conclusiva è stata da me raccolta dalla bocca della Signora Fiorillo Ilda di anni 53, consorte del sottoscritto.

Antonio Martone
(da Il Sidicino - Anno VIII 2011 - n. 4 Aprile)

Il testo musicale è stato trascritto dal M° dott. Guglielmo De Maria (Direttore del Coro polifonico di Pignataro)

Testo dialettale
Abbascio alle "Pentite",
ce sta ‘na Croce, 2
ce sta ‘na fenestrella
pe’ chi ‘o fa pace; 4
i’ pace nun ce faccio,
te rompo ‘o musso. 6
Senza che passi e spassi,
senza che me tremiénti, 8
‘e ccumpagnelle `e tengo
‘e te che n’aggio ‘a fa? 10
Tècchete ‘stu limone,
saccio che a te te piace, 12
so’ femmena capace,
‘e te che n’aggio ‘a fa? 14
Filo di seta,
un filo di velluto: 16
tanno ce faccio pace,
quanno te veco ‘nt’o taùto. 18
(A questo punto, c'era anche il lancio di qualche sputo all'indirizzo della ragazza che aveva tradito l'amicizia)

Traduzione
Abbasso (giù) alle "Pentite",
ci sta una Croce,
ci sta una finestrella
per chi vuol far pace;
io pace no ci faccio,
ti rompo il muso.
Senza che passi e spassi,
senza che mi guardi,
ché le compagnelle le tengo,
dite che ne ho da fare?
Eccoti questo limone,
so che a te ti piace,
sono femmina capace,
dite che ne ho da fare?
Filo di seta,
filo di velluto,
allora ci faccio pace,
quando ti vedo nella bara.