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Canti popolari di Terra di Lavoro: LA CANZONE DI CAPODANNO (a Pignataro Maggiore)
 

Il testo musicale è stato trascritto dal M° dott. Guglielmo De Maria
Commento
Nel cuore dell'inverno le feste più belle e più dolci: Natale, Capodanno, la Befana, la triade del ciclo natalizio, che sempre ha commosso e commuoverà cristiani e non cristiani. Ma soffermiamoci sul Capodanno. 31 dicembre: l'anno sta per finire; fuori fa freddo, ma nei nostri cuori c'è uno strano calore: è il calore prodotto dalla gioia per il nuovo anno che sta per arrivare. Ma un altro anno ci sta dando l'addio, e inconsciamente avvertiamo un senso di tristezza o almeno di velata malinconia: quella che appunto si nota nel canto di Capodanno, dove, sotto un ritmo apparentemente allegro, si cela un tono profondamente malinconico. È l'ultimo dell'anno. Sull'imbrunire cominciano ad aggirarsi per le vie del paese, gruppetti di persone le quali, accompagnandosi con utensili da cucina (pentole, coperchi, ecc.) passano di casa in casa, specie quelle di amici e di parenti, e intonano il Canto di Capodanno: E v'ecco ch'è menuto Capuranno...
Potrebbe sembrare una buffonata, una cosa da bambini; ma in questa occasione gli adulti dimenticano, almeno per una serata, di essere adulti, dimenticano i loro grossi problemi e la loro miseria, e vanno cantando "comm'a piccerigli”, come bambini spensierati, e chiedono l'offerta alla padrona di casa la quale da principio si fa un po' pregare, ma alla fine offre secondo le sue possibilità.
È un particolare, questo, assai interessante dal punto di vista sociale. Un tempo i cantatori, a conclusione del giro, portavano a casa canestri pieni di arance, mandarini, mele, castagne, dolci, fichisecchi, noci e nocciole, lupini e semi, ecc.: sicché anche i deschi più poveri potevano, almeno una volta in un anno, essere imbanditi con tutto quel ben di Dio. Si pensi alla gioia di quei bimbi che si vedevano davanti quei bei canestri, ricolmi e colorati dal giallo delle arance, dal rosso delle mele, dal marrone delle "nucélle"; anch'essi potevano permettersi il lusso di giocare 'alla fossa'. (Per i cantatori poi non mancava mai un buon bicchier di vino, frauliglio o nustrale, che naturalmente, per non apparire scortesi, veniva solo assaggiato, altrimenti, chissà se, dopo tante visite, si riusciva ad arrivare con i propri piedi alla -dolce magione!). Ma oggi con il benessere che c'è il Canto di Capodanno ha perduto quel suo motivo sociale, però l'offerta continua a farsi, ed è solo simbolica.
Torniamo ora, dopo questa breve parentesi, alla Canzone.
Il Capocoro finge di arrabbiarsi (ma un tempo doveva arrabbiarsi davvero!) e minaccia di strapparle i capelli, se la padrona di casa non si decide a fare l'offerta.
Il portone è ancora chiuso: dentro, al calduccio del camino, la famigliuola sta consumando il cenone; fuori, invece fa freddo, un freddo da far tremare, onde l'invocazione a quelli di dentro ad aprire e a far presto; e poi, è la 'cuntrora' e 'il Capitano' li vuole arrestare (naturalmente'è un pretesto per sollecitare l'apertura del portone). E, per rigraziarsi i padroni di casa, i cantatori augurano loro di aver figli che possano diventare persone importanti, addirittura Imperatore, Papa, o almeno Cardinale (si sente come un'eco del Medioevo, quando le massime autorità erano quelle appunto).
Il sentimento religioso ha nel popolo radici profonde e non può mancare l'augurio che la Madonna passa portare consolazione su quella casa.
Ma la padrona sembra alquanto restia ad aprire, ecco allora che ci si rivolge al 'paterfamilias', ('u tarcenale') il sostegno della casa, al quale si augura ogni ricchezza materiale ("Dio! che fusse 'e oro comm'è de carne!").
Ormai si è atteso abbastanza e i cantatori sono un pochino irritati, esclamano_ perciò: "Restammo o ce ne jammo?".
Finalmente quelli di dentro sembrano essersi decisi ad accogliere la richiesta: "I' mo' veco la luce 'e allummà / i' mo' veco la cascia 'e arapì". Il ritmo del canto sembra perciò accelerarsi, quasi ad esprimere la contentezza per la domanda accolta. Ecco infatti il capocoro invitare i suoi compagni a cantar bene, perché "chesta è na casa che nun pô fallì".
Ricevuta l'offerta, il coro incomincia ad allontanarsi, ringrazia e saluta i "Signuri". Si sente ormai cantare il gallo: 'lu vaglio cu li penne nere", poi quello "cu li penne janche": forse si vuol intendere il passaggio dal nero della notte, l'ultima notte dell'anno, al bianco, al chiarore, all'alba del nuovo giorno, il primo giorno di un nuovo anno; o forse, più semplicemente, i due colori non hanno nessun significato allegorico e servono solo a formare una bellissima assonanza (o qualcosa in più d'una assonanza) tra nere e sera (è piuttosto una rima, considerando che la vocale finale non si pronuncia!), e tra janche e quanti (insieme anche consonanza per la presenza della 'n ).
Aggiungiamo infine delle osservazioni di natura metrica: la canzone, se si osserva attentamente ogni verso, risulta formata di otto quartine di endecasillabi; nella prima strofa si registra una perfetta rima alternata ABAB (-anno -igli); nella terza, rimano solo Cardinale-papale; molti gli endecasillabi tronchi che più facilmente, per così dire, rimano, specie quando si tratta di verbi di prima coniugazione usati al modo infinito: tremmà-arrestà nella seconda strofa, ritruvà-cunsulà nella quarta, e così anche nella quinta e nella penultima dove però cuccà rima con ccà. Per quanto riguarda il lessico, c'è da notare che molti vocaboli sanno di antico, chiara dimostrazione della antichità del Canto: l'umberto della prima e quinta strofa è una deformazione di offerta (dove si muta anche il genere del nome); la cuntrora della seconda quartina indicherebbe propriamente quelle ore estive pomeridiane di riposo o di ozio; qui però serve chiaramente ad indicare un'ora tarda dopo il tramonto del sole, in cui per ordine del Capitano, non si potrebbe andare in giro per le vie del paese perché con l'aiuto delle tenebre si può rubare o anche uccidere; insomma c'è una specie di divieto di circolazione! In particolare poi bisogna segnalare la presenza del "tarcenale" alla sesta quartina: in senso letterale esso indica la trave cui sono appesi prosciutti, salsicce ecc; in senso figurato potrebbe indicare il sostegno della famiglia quindi il padrone di casa.
Sul piano della fonologia si notano, come è naturale, differenze del dialetto pignatarese rispetto alla "lingua" napoletana: si consideri l'attacco del canto: E v'ecco ch'è menuto..., dove il pignatarese dei secoli passati sentiva l'esigenza di premettere una consonante all'ecco troppo perentorio, come pure di aggiungere una sillaba al tronco mo' che diventa mone (come capita alla negazione "no" che diventa "none"); e ancora menuto per venuto. C'è poi l'uso del gerundio "cantenno", mentre nel napoletano c'è cantanno, perché di prima coniugazione; e "capigli", come pure "piccerigli", dove il gruppo -gl- corrisponde al nap. -II-.
Infine, circa il senso religioso molto forte, presente nel canto popolare, c'è da dire che l'influsso religioso cattolico si può notare anche nell'uso lessicale dell'Amen, alla fine della sesta strofa, che per ragioni metriche e di esecuzione musicale diventa Ammeenne (di ben quattro sillabe).

Antonio Martone
(da Il Sidicino - Anno VIII 2011 - n. 1 Gennaio)

Il testo musicale è stato trascritto dal M° dott. Guglielmo De Maria (Direttore del Coro polifonico di Pignataro)

Testo dialettale
1. E v'ecco ch'è menuto Capuranno,
jammo cantenno comm' a piccerigli...
facci l'umberto (1) comm'a gl'aut'anno
si no te li tirammo li capigli.
2. E vieni, vieni mo', fa priesto mone;
nun me fa sta a stu friddo ccà a tremmà;
e v'ecco ch'è menuta la cuntrora:
lu Capitano a nui ce vo' arrestà. (2)
3. Puozzi fa nu figlio 'Mperatore,
'n'ato lu puozzi fare Cardinale,
'n'ato lu puozzi mette rinto Roma,
assettato a chella seggia papale.
4. Cara ..., (3) cara mia padrona,
te so' menuto bene a ritruvà;
saccio che stai 'ngrazia 'a famiglia toja
e 'a Maronna te pozza cunsulà.
5. I' mo' veco la luce 'e allummà,
i' mo' veco la cascia 'e arapì,
í mo' veco la mano 'e acalà,
i' mo' veco l'umberto 'e piglià.
6. Rint' a sta casa sta nu tarcinale4
Dio! che fusse 'e oro comm'è de carne!
Dio ce manne nu bellu Capuranno:
Amèenne! Restamme o ce ne jammo?
7. Canta, cumpagno mio, e canta bbuono;
chesta è na casa che nun po' fallì;
ca si fallisce chesta casa ccà,
'a meglia cosa è che ce jammo a curcà.
8. Canta lu vaglio cu li penne nere:
salute a sti Signuri e Bonasera.
Canta lu vaglio cu li penne janche:
salute e Bonasera a tutti quanti.

Traduzione
1. Ed ecco che è venuto Capodanno:
andiamo cantando come piccolini,
facci l'offerta come l'altro anno,
altrimenti ti tiriamo i capelli.
2. E vieni, vieni ora, fa' presto ora;
non mi far stare a questo freddo a tremare;
ecco ch'è venuta la controra:
il Capitano ci vuole arrestare.
3. Possa tu fare un figlio Imperatore,
un altro lo possa fare Cardinale
un altro lo possa mettere dentro Roma.
Seduto a quella sedia papale.
4. Cara …, cara mia padrona,
Ti son venuto a ben ritrovare,
so che stai in grazia della tua famiglia
e la Madonna ti possa consolare.
5. Io ora vedo la luce illuminarsi,
io ora vedo la cassa aprirsi,
io ora vedo la mano calarsi,
io ora vedo l'offerta pigliare.
6. Dentro questa casa c'è un sostegno
Dio! Che fosse d'oro come è di carne!
Dio cve, lo mandi un bel Capodanno!
Amen! Restiamo o ce ne andiamo?
7. Canta, compagno mio, e canta bene;
questa è una casa che non può fallire.
Che se fallisce questa casa qua,
la miglior cosa è che andiamo a coricarci.
8.Canta il gallo con le penne nere:
salute a codesti Signori e Buonasera.
Canta il gallo con le penne bianche:
Salute e Buonasera a tutti quanti.

NOTE
1) Da 'nferta = offerta, dono.
2) I versi 7-8 non sono riportati da N. Borrelli in Ciclo natalizio.
3) Al posto dei puntini si metta il nome della padrona di casa; per es. Cunetta, Francesca.... ecc.
4) Tarcinale: trave che fa da sostegno alle altre del soffitto; forse in senso figurato: il capofamiglia.