TEANO
 
Anniversari e commerazioni
 
La commemorazione di Werner Johannowsky

Nel vestibolo del Museo Archeologico di Napoli, giovedì 4 febbraio, si è svolta la commemorazione ufficiale di Werner Johannowsky.
La sala era gremita di studiosi, archeologi, addetti ai lavori, vecchi e recenti collaboratori del professor Johannowsky, e di molti studenti che avevano avuto la fortuna di conoscerlo. Tanti gli interventi, coordinati  da Mariarosaria Salvatore, responsabile della soprintendenza di Napoli e Pompei, a cominciare da quello del prof. Bruno D’Agostino, seguito dagli archeologi Fausto Zevi, Giuliana Tocco, dal Direttore Generale per i Beni Archeologici Stefano de Caro, e da amici che hanno voluto ricordarlo. Erano presenti, in rappresentanza della nostra città che gli aveva tributato la cittadinanza onoraria, gli architetti Alfredo Balasco e Vincenzo Lerro di “Italia Nostra”, il sottoscritto, e il dott. Francesco Sirano, responsabile dell’Ufficio Archeologico di Teano.
La rievocazione di una figura così carismatica, per molti versi al di fuori degli schemi convenzionali del mondo culturale istituzionale, è stata fortemente incentrata sulla sua eccezionale conoscenza del mondo antico e della Campania preromana e romana; sulla sua incomparabile capacità di leggere con immediatezza i ritrovamenti e di classificarli e datarli con estrema precisione, inquadrando lo scavo e l’area in un periodo ben definito e certo.
Periodi, datazioni e classificazioni, puntualmente confermati poi dai rilievi stratigrafici e analitici.
Esemplare l’episodio riferito da Bruno D’Agostino che interpellato Johannowsky, per un confronto e un conforto sulla datazione della fase più antica dell’acropoli di Cuma dove stava scavando, si sentì rispondere, rimanendone perplesso, con una netta attestazione della collocazione temporale di mezzo secolo antecedente quella che le risultanze delle indagini suggerivano. Perplessità spazzata via quando da nuovi scavi emersero, anni dopo, elementi  tali da confermare scientificamente quanto asserito, senza alcuna incertezza, da Johannowsky. 
Nato a Napoli, il 27 dicembre 1925, da padre svizzero di origini polacche e madre austriaca, era cresciuto in una famiglia estremamente colta, aperta, e con una visione europea e di gran respiro della cultura.
Il padre Bernard, con interessi e contatti internazionali, era uno dei titolari della nota libreria antiquaria “Detken, Rocholl & Johannowsky” di piazza Plebiscito, luogo di incontro e ritrovo degli intellettuali antifascisti napoletani, dove lavorò per alcuni anni (1929-1931) anche il giovane Giorgio Amendola.
La madre, Cornelia Kittoner, amica di Marussia Bakunin, docente universitaria figlia del famoso anarchico e zia del matematico Renato Caccioppoli, era la traduttrice preferita, dei testi in tedesco, del filosofo Benedetto Croce.
In un tale clima, tra libri rari e preziosi di ogni branca del sapere, tra l’abituale frequentazione di personalità di grande levatura culturale, tra dotte discussioni stimolanti sempre più la voglia di nuove conoscenze, la sua formazione ebbe un impulso forte e indelebile. La sua sete di sapere era tanta che già da piccolo, allorquando il padre partiva per lavoro, alla madre che voleva farlo dormire nel suo letto rispondeva immancabilmente: “Solo se mi racconti di uomini veri e non di storie inventate”.
Le scelte che lo portarono agli studi classici, alla laurea nel 1951, e poi a divenire archeologo: “Archeologo, e non archeologo napoletano, o romano, come tutti noi altri per il limitato orizzonte di riferimento culturale, ma Archeologo senza aggettivo”, come ricordato dal D’Agostino,  furono l’esito naturale di quel processo formativo.
Johannowsky, entrato in Soprintendenza nel 1952, cominciò immediatamente un alacre e ininterrotto percorso di studi, di scavi, di pubblicazioni,  che lo portarono in breve ad essere un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che, al Sud e non solo, si accostavano al mondo antico, della Campania in particolare.
Il rapportarsi ai suoi studi, alle sue acquisizioni scientifiche, alle sue “relazioni preliminari”, divenne imprescindibile per qualsiasi studioso.
Carattere schivo, timido e solitario e, per certi aspetti, spigoloso, era per converso estremamente generoso e disponibile. In un mondo dove predomina la gelosia, l’invidia, la gretta volontà di non condividere le proprie cognizioni, era sempre pronto ad aprire a tutti il suo enorme scrigno di conoscenza, di esperienza.
La ricerca di dialogo, e di condivisione di un sapere altrimenti cristallizzato e sterilizzato, l’entusiasmo che trasmetteva, faceva in modo che le istanze di conoscenza, di ricerca delle proprie radici, di salvaguardia e tutela di un patrimonio storico archeologico di incommensurabile valore, facessero breccia in un mondo politico e socio-economico perennemente  inviluppato in progetti di: ricostruzione dalle macerie della guerra, da quelle del terremoto e delle catastrofi naturali; e di un cieco e distruttivo sviluppo edilizio.
Passava incessantemente, ovunque riconosciuto e rispettato, da un paese all’altro, da uno scavo all’altro, con una dedizione assoluta, immancabilmente con “le unghie nere di terra, e le tasche della giacca rigonfie di cocci, pezzetti di ceramica, resti minuti appena ritrovati”.
Iscritto al P.C.I. la sua non fu, come per tanti intellettuali dell’epoca, solamente un’adesione di facciata, ma una autentica “scelta di vita”. Sempre presente nella sua sezione come un semplice iscritto, sempre in prima fila nelle battaglie intraprese, non lesinò mai il suo impegno e il suo contributo.
Con inflessibilità, onestà, con una saldissima etica politico professionale, non si piegava a compromessi, non entrava mai in consorterie di alcun tipo, a costo di amare e cocenti delusioni.
“Quando si rese libera la soprintendenza di Napoli, tutti pensavamo che il prescelto per dirigerla fosse Werner, per i suoi titoli e per la sua conoscenza, senza alcun paragone, del territorio, invece la scelta cadde su di me. Werner  se la prese, ma poi capì che non era dipeso da me, a Roma decisero a suo sfavore e non ho mai saputo il perché” (Fausto Zevi).
Il perchè, come facilmente poteva evincersi, stava invece tutto in quella sua intransigenza che lo spingeva inevitabilmente fuori dal sistema di potere dove tutto si mediava, tutto si accomodava, rendendolo assolutamente non organico; oltre alla sua idiosincrasia verso una normativa che costringe i soprintendenti a dividersi tra la ricerca e le pratiche burocratiche.
La sua scomparsa “è una perdita grave per la cultura” (De Caro), ancor di più in un momento in cui, oltre alla drastica diminuzione delle già esigue e insufficienti risorse economiche destinate ad essa, alla riduzione e accorpamento delle Soprintendenze, si opera per la privatizzazione dei beni culturali, in contrapposizione alle ragioni e agli ideali cui Johannowsky ha dedicato l’intera vita.

 

Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno VII 2010 - n. 03 Marzo)

Werner Johannowsky