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Recensioni: Una città calunniata: Babilonia

 

Che dico “città”? Babilonia era una metropoli imperiale! Così la definisce Paolo Brusasco, archeologo genovese che ha lavorato in Mesopotamia (oggi Iraq) nel suo libro “Babilonia - All'origine del mito” edito quest'anno 2012 da Raffaello Cortina.
Bastano le sue Mura ciclopiche a definirla tale. Erodoto che la visitò, afferma che erano lunghe 96 chilometri; e larghe tanto da permettere il passaggio di una quadriga. Racchiudevano un'area di circa 350 chilometri (!) perché proteggevano un retroterra agricolo necessario in tempo di assedio.
Babilonia sull'Eufrate, uno dei quattro fiumi del Paradiso, aveva dei Giardini pensili che i Greci enumeravano tra le sette meraviglie del mondo. Nabucodonosor li aveva costruiti per una delle sue mogli (Amyitis figlia del re dei Medi) insofferente della calura, nostalgica del clima natio.
Si imponeva allo sguardo, da lontano, lo ziqqurrat che gli ebrei chiamano Torre di Babele.
“Orsù edifichiamo una città e una torre la cui sommità giunga fino al cielo” (Genesi) Edificio religioso costituito da terrazze sovrapposte decrescenti verso la cima dove sorgeva un tempio dedicato alla divinità; forse anche osservatorio astronomico.
La confusione delle lingue di cui parla la Bibbia si spiega con la multietnicità della capitale che era un centro essenzialmente commerciale, di commercio internazionale.
“Babilonia era una coppa d'oro in mano al Signore con la quale egli inebriava tutta la terra”. Così il profeta Geremia. Allora come ha potuto trasformarsi in immagine di confusione vizio e lussuria?
Essenzialmente perché conquistata Gerusalemme, distrutto il tempio di Salomone, e trasportati gli ebrei in schiavitù – la Cattività babilonese durò dal 587 al 539 a.C. – gli esuli lamentosi ne dissero peste e corna e ne trassero nostalgici canti non senza accenti di feroce vendetta.
Infatti il Salmo 137 recita:
Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti
e abbiamo pianto al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
abbiamo appeso le nostre cetre.
Là, coloro che ci avevano deportato ci hanno chiesto canti,
i nostri oppressori, canzoni di gioia:
Cantateci qualcuno dei canti di Sion.
Come potremo cantare il cantico del Signore in terra straniera?
Se ti dimenticassi, o Gerusalemme,
sia colta in oblio la mia destra.
Mi si attacchi la lingua al palato,
se non porrò Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
Ricordati, o Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme dicevano:
Distruggetela, distruggetela sino alle fondamenta.
O figlia di Babilonia destinata allo sterminio,
beato chi ti ricambierà il male che ci hai fatto.
Beato chi prenderà i tuoi pargoli
e li sbatterà contro la pietra.

Per quanto riguarda il vizio e la lussuria (sorprendente la pagina di Erodoto e l'affermazione del visionario Giovanni nell'Apocalisse: Babilonia madre delle prostitute) noi contemporanei non possiamo giudicare una civiltà dai relitti che l'oceano del tempo ci ha gettato dal naufragio di Babilonia. Babilonia emerge in realtà come modello fecondo di multiculturalità. Voltaire scriveva: “la più incivilita città dell'universo!” Babilonia ferveva di costruzioni, di artigianato, di studi astrologici e astronomici, di studi matematici, di medicina. Dobbiamo a quella civiltà tante delle acquisizioni giunte fino a noi che sarebbe troppo lungo l'elenco ma non ci annoierebbe se letto nel sopraindicato recentissimo libro che ha per titolo “Babilonia All'origine del mito”.
Al Pergamon Museum di Berlino – Vorderasiatisches Museum, dell'Asia Anteriore – è stata rimontata la Porta di Ishtar di piastrelle maiolicate di azzurro e i fregi pure in piastrelle smaltate sulle pareti della Strada delle processioni: lungo i trenta metri ricostruiti dei 250 originari, due file di leoni simboli della dea Ishtar, accompagnavano il cammino di chi si recava in città. Draghi e tori rappresentano gli dei maggiori.
È superfluo segnalare il parallelismo tra testi cuneiformi mesopotamici e testi biblici quali, ad esempio le Leggi incise su pietra e dettate dal Dio: Codice di Hammurabi e Tavole di Mosè. O Diluvio universale con l'immancabile colomba. Denotano la comune origine semitica.
In quei tempi remoti (II millennio a.C.) nell'area mesopotamica si praticavano arti divinatorie: la libanomanzia, lettura dei disegni del fumo dell'incenso; la negromanzia, evocazione degli spiriti dei defunti; la lecanomanzia, osservazione dei movimenti dell'olio sull'acqua. Quest'ultima la praticava quotidianamente, qualche anno fa Olinda, nostra domestica, per allontanare la persistente cefalea dovuta a neoplasia epatica.

Lucio Salvi
(da Il Sidicino - Anno IX 2012 - n. 12 Dicembre)