L'ASSOCIAZIONE
 
il Sidicino
 
 

La locanda di S. Agata a Sessa

 
“La locanda di Sant'Agata vicino Napoli” - Disegno di Hans Christian Andersen
datato 20 Marzo 1834 (Odense, Danimarca).
 

Esisteva da secoli in Italia una tradizione di ospitalità e già almeno dal XVI secolo lungo tutte le strade principali si poteva con facilità trovare dove dormire e mangiare. Nonostante ciò la situazione al di fuori dei grandi centri non era particolarmente invitante e il viaggiatore sovente dovette sopportare non soltanto una pessima qualità di cibo ma anche la scomodità delle famigerate camere con “i letti abitati”. Varie sono le guide che informano i viaggiatori come evitare il contatto con questi sgraditi “abitanti” – pulci, pidocchi, cimici – raccomandando di portare con sé la biancheria per il letto, o una brandina pieghevole o addirittura di infilare i quattro piedi del letto in ciotole piene di acqua e vetriolo, per scoraggiare gli “eserciti di scarafaggi”. Ma i viaggiatori non solo si ritiravano a dormire con giustificabile trepidazione, infatti già il primo impatto con le locande di posta lasciava a desiderare. Lo scrittore americano dell'800, W. D. Howells, descrive così il suo incontro con le locande italiane:
“la locanda è costruita attorno ad un grande cortile dove sostano carri e diligenze e perciò non c'è albergo in Italia che non odori di letame dalla cantina fino all'abbaino, come se una mandria di mucche avesse da tempo immemorabile pascolato nella sala d'ingresso, e i cavalli fossero stati sistemati nelle singole camere da letto – o come se gli unici ospiti fossero stati dei centauri in viaggio”.
Tuttavia qualunque viaggiatore intrepido che lasciava la sicurezza di Roma per avventurarsi nelle paludi Pontine sfidando i briganti che infestavano le colline di Fondi, alla volta di Napoli nell'intravedere la realizzazione del suo personale sogno del Sud, era solitamente ben disposto a sopportare in silenzio piccole inconvenienze e scomodità di questo genere.
Sorgeva, e tuttora sorge, nel nostro territorio, a Sant'Agata di Sessa, al di qua del ponte, una locanda importante che appare già nei resoconti di fine '600, quando si iniziò a preferire la via di terra ritenuta più sicura della via di mare. Con il successivo aumento del traffico di viaggiatori italiani e stranieri lungo la via diretta a Napoli, questa locanda iniziò ad occupare nella letteratura di viaggio una posizione che potrebbe sembrare, a prima vista, sproporzionata. Infatti non vi è quasi autrice o scrittore che non la nomini, per raccontare qualche gustoso aneddoto o incidente accaduto qui. I motivi di ciò sono due. Prima di tutto, per chi scendeva da Roma, Sessa era la prima fermata interna nel Regno di Napoli; dopo aver attraversato la frontiera dei territori pontifici e dopo la fermata a Formia, rappresentava il primo assaggio del Sud. Un Sud, al contempo custode di cultura e storia classica - con le recenti scoperte di Pompei e Paestum - e luogo immaginario di selvaggia e primitiva bellezza, circondato da una feconda e indomabile natura resa famosa dai quadri di Salvatore Rosa. Ricordiamo che verso la fine del '700 il Sud era ancora un mondo ai confini del mito, una terra ancora da scoprire, e questo nonostante Napoli fosse diventata una capitale più grande della stessa Roma. Il secondo motivo per cui Sant'Agata appare molto spesso nelle guide e nei racconti di viaggio sta nel forte contrasto del tipo di locanda, che emergeva inevitabilmente al confronto con le fermate precedenti: Terracina (“una delle taverne migliori d'Italia”) e Mola di Gaeta (“la locanda era famosa per la qualità del cibo, la pulizia delle camere e l'affabilità dell'oste”).
Rapportato ai giorni nostri, potremmo dire che la locanda di Mola avesse conquistato cinque stelle su Tripadvisor, mentre quella di Sant'Agata avesse ricevuto solo recensioni negative.
Sant'Agata divenne presto famosa per la maleducazione, e per l'incuranza mostrata agli ospiti si meritò l'epiteto di “wretched” (miserevole). Come scriveva l'autrice Americana Catherine Sedgewick nelle sue Lettere: “Ci troviamo a Sant'Agata in una locanda sudicia. Il nostro filosofo Françios ironizza sul nostro cambiamento di fortuna e dice: “Così è sempre nella vita. Hai avuto il meglio a Mola, devi aspettarti il peggio a Sant'Agata”.
Le descrizioni e gli aneddoti che seguono svelano dettagli interessanti sulla cucina e le abitudini dei secoli passati, nonché notizie sul modo antico di viaggiare.
Il primo autore che riportiamo è Thomas Jones (1742-1803), pittore gallese, che dovette aspettare la fine del '900 per un pieno riconoscimento - infatti fu rivalutato solo dopo la scoperta di una serie di quadretti ad olio, ormai famosi, che riproducono tetti e muri di Napoli e che ancora sorprendono per la loro modernità. Furono allora pubblicati per la prima volta anche le sue Memorie che offrono un gustosissimo spaccato della vita quotidiana di un artista straniero in viaggio per l'Italia del '700.
Lunedì 14 settembre 1778
Passati per Fondi e arrivati prima delle ore 9 a Mola di Gaeta (questo paese è costruito vicino al mare sulla spiaggia) – alla dogana un controllo rapido – Riflesso del mare molto caldo – Il nostro pranzo tollerabile, ma il vino cattivo – Insolenza dei soldati e dei guardiani della dogana: sbirri e camerieri intollerabili –  Circa alle 2 del pomeriggio siamo partiti di nuovo – piacevole strada lungo il mare per alcune miglia – al calare del sole attraversato con la scafa il fiume Garigliano, l'antico Liris, e alle 9 o alle 10 circa, arrivati ad una locanda nuova e ben costruita, Sant'Agata. Il locandiere o oste era una persona così burbera che inizialmente aveva rifiutato di darci qualche cosa da mangiare, ma uno della compagnia, avvicinandolo e parlandogli nell'orecchio, facendosi conoscere suppongo, ottenne la seguente eccellente cena: 1° un vassoio di prosciutto crudo freddo e fichi verdi – per secondo due piatti di Maccaroni, per terzo una Stoffata o spezzatino, per quarto un arrosto e per quinto un elegante dessert di frutta. Il vino come al solito sulla strada acido e di cattiva qualità – riposato fino alle 3 della mattina seguente
Martedì 15 partiti – non appena ci fu luce sufficiente scorgemmo in lontananza il Monte Vesuvio che vomitava grandi quantità di fumo…
Jones tornò nel mese di Gennaio dell'anno seguente durante un inverno particolarmente freddo, e scrisse: “Partimmo [da Capua] alle 2 circa e raggiungemmo Sant'Agata (la posta solitaria con il locandiere burbero) circa alle 8 di sera – un bel fuoco – cena cattiva e scarsa – tempesta per tutta la notte”.
Il libro dello storico svizzero J. A. Galiffe (?-1854) scritto in inglese e pubblicato a Londra in due eleganti volumi dal titolo Italy and Its Inhabitants; an account of a tour in that country made in 1816 and 1817 è molto diverso dalla maggior parte dei libri di questo genere. Lo stesso autore esordisce dicendo “il mio scopo nelle pagine seguenti è di descrivere l'Italia esattamente com'è – concentrandomi sugli uomini e le loro abitudini”. Mosso anche da un'eccezionale tolleranza religiosa e un occhio compassionevole, il merito dello scrittore svizzero è di averci lasciato uno dei libri di viaggio più interessanti, ingiustamente poco conosciuto anche tra gli esperti.
Dopo vari mesi trascorsi a fare delle ricerche nella biblioteca dell'Abbazia della Cava presso Salerno tornò a Roma nel mese di Giugno 1817, in carrozza, insieme ad un conte svedese, una vedova napoletana “Donna Carolina” ed un ciarlatano-astrologo:
Quella notte dormimmo a Sant'Agata, dove trovammo il cameriere più sfacciato ed impertinente che probabilmente sia mai esistito. La cena era la peggiore che abbia mai visto mettere in tavola, perfino nelle terre selvagge del Westfalia, ed era letteralmente impossibile ingoiare un boccone di cibo o bere un sorso di vino. Quando ci ritirammo nell'unica stanza che io ed il conte eravamo riusciti ad ottenere per alloggiare insieme, notai che il cuscino sporco posto sul mio letto non aveva la federa e, avendo chiesto al cameriere di riparare a questa mancanza, l'arroganza intollerabile dell'uomo mi fece arrabbiare così tanto che il nostro litigio finì con il mio cacciarlo letteralmente a calci dalla stanza. Subito capii di aver fatto una cosa tanto imprudente quanto indegna di me, perché l'uomo iniziò a cercare furiosamente un coltello nelle sue tasche e, se l'avesse trovato, temo che avrei pagato a caro prezzo per la mia vampata di rabbia. Molto fortunatamente non aveva un coltello ed io riuscii a chiudere la porta con il catenaccio – dopo ciò non sentimmo più nulla di lui, né lo vedemmo la mattina successiva, dato che il conto era stato saldato dal vetturino durante la notte.
In seguito vari altri viaggiatori mi hanno informato che quest'uomo era tra loro abbastanza ben conosciuto, e che tutti coloro che pernottavano una volta a Sant'Agata, stabilivano con i vetturini una condizione sine qua non: allungare o accorciare il viaggio per evitare di fermarsi di nuovo qui; una precauzione che raccomando vivamente di osservare a tutti i miei lettori che potrebbero trovarsi in viaggio su questa strada con un vetturino. (…)
Tuttavia la campagna tra Capua e Sant'Agata è adornata di numerosi splendidi castagni e siepi di mirto in fiore. L'unica cosa fastidiosa in questa strada è la prodigiosa moltitudine di cicale che dalla mattina alla sera cantano con un tono noioso e ripetitivo.
Il grande scrittore scozzese sir Walter Scott (1771-1832), stanco e malato, non avendo trovato alcun miglioramento per la sua salute in declino, nei mesi trascorsi a Napoli, lasciò quella città il 16 Aprile del 1832 per trascorrere la settimana santa a Roma prima di rientrare in patria. Ecco come si esprime nel suo diario:
Attraversavammo una campagna ricca e fertile e sostammo per la colazione a Sant'Agata, un posto miserevole (wretched), dove facemmo un'esperienza singolare. Avevo acquistato una carrozza di assicurata manifattura inglese. Tuttavia, dopo mezzo miglio dalla partenza si staccò una ruota, ma riuscimmo, non so come, a fare ritorno a Sant'Agata, dove trovammo un pessimo alloggio e una pessima cena. Ma la gente era cortese e non c'erano banditi in giro, evidentemente impauriti dalla presenza della scorta del Re di Westfalia, in viaggio sulla strada di Napoli. Per le sette del mattino la ruota era stata riparata e ripartimmo…
Fortunatamente non tutti i racconti sono così negativi e possiamo anche leggere episodi più divertenti accaduti a Sant'Agata. È il caso del giovane ed allora celebre giornalista americano N. P. Willis, inviato del giornale The New York Mirror, che ha il merito di aver fatto conoscere l'Europa a migliaia di lettori attraverso i suoi articoli, che spaziano dalla Scozia alla Turchia, ricchi di impressioni di viaggio e di interviste a personaggi famosi dell'epoca, in seguito raccolti in un libro pubblicato nel 1835. Qui lo troviamo in discesa da Roma in carrozza, dopo la sosta sempre piacevole a Mola e dopo aver oltrepassato le rovine di Minturno e il fiume Garigliano:
…presto la strada è entrata in una catena di colline e lo scenario è diventato incantevole. A sinistra della prima salita si innalza il Monte Falerno, i cui vini sono stati immortalati da Orazio. È una bella collina che guarda a Sud ed è coperta da vigneti. Sono sceso da cavallo e ho proseguito a piedi lasciando riposare i cavalli alla posta di Sant'Agata, presto sono stato raggiunto da un uomo di buon aspetto e temperamento, al dorso di un mulo, al quale ho fatto qualche domanda riguardo all'odierno Falerno. Mi ha risposto che è ancora il miglior vino della zona, ma molto inferiore alla sua reputazione tra gli antichi, questo perché non viene conservato per un periodo abbastanza lungo da permettergli di maturare. Raggiunge il massimo della qualità dopo 15 - 20 anni di invecchiamento, ma di solito viene bevuto prima di aver raggiunto il secondo anno. Il mio nuovo compagno, come presto ho scoperto, faceva il medico per due o tre villaggi sparsi nelle colline circostanti, ed era un uomo con qualche pretesa di erudizione. Mi piaceva molto il suo franco e schietto buonumore, e quel pizzico di scherzoso nelle descrizioni dei suoi pazienti. Tutti i contadini che lavoravano i campi lo salutavano, anche da lontano, quando passavamo, e le belle contadine che andavano verso Sant'Agata con i cesti in testa sorridevano quando le salutava chiamandole tutte per nome, e mi sentivo più divertito che offeso per la curiosità che manifestava verso la mia età, la mia famiglia, i miei interessi e perfino la mia moralità. Il suo mulo si è fermato spontaneamente vicino alla porta del farmacista del villaggio in cima alla collina e, vedendo arrivare la mia carrozza, il dottore mi ha preso per mano con amichevole sincerità e mi ha invitato a fermarmi a Sant'Agata al mio ritorno, per stare con lui un mese, andare a caccia insieme e bere il falerno. Il farmacista ha fermato il vetturino alla porta e, tra lo stupore dei miei compagni di viaggio che stavano in carrozza, il dottore mi ha abbracciato e mi ha baciato su tutte e due le guance con tante benedizioni e complimenti che io non ho avuto la forza, sorpreso come ero, di rispondere. Ho fatto tante amicizie viaggiando in questo paese dai facili sentimenti, ma il dottore di Sant'Agata ha avuto una tale carica di simpatia da mettere in ombra tutte le mie precedenti esperienze.
A conclusione di questo articolo vorrei non solo invitare ad aprire gli occhi su quella indiscutibile ricchezza che circonda la città di Teano, ma anche a meglio apprezzare e cogliere quei rimandi storici di un luogo che era anticamente una crocevia di alcune delle grandi menti di artisti, scrittori ed avventurieri – Goethe, Dickens, Scott, Turner, Andersen, etc.
Pochi posti a prima vista così insignificanti possono vantare tali illustri visitatori. Ognuno con il suo aneddoto o episodio da raccontarci in modo da farci rivivere l'atmosfera della locanda di posta di Sant'Agata.
Suggerisco ai lettori il delizioso racconto di Washington Irving “La taverna di Terracina”, in cui si può trovare la sintesi di tutte le locande del Sud piuttosto che una descrizione realistica di quella di Terracina, e quindi possiamo appropriarcene, poiché si riferisce allo stesso modo alla nostra locanda dove, peraltro, lo scrittore era stato. Rimando i lettori anche al libro di Attilio Brilli “Il viaggio in Italia” che offre una miniera di informazioni su questo argomento.
                                                                                                         Buona lettura!
*****

Il 4 Dicembre del 2008 fu pubblicato il seguente articolo nelle pagine culturali de “Il Mattino” a firma di Alberto Zaza D'Aulisio, Presidente della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro.

Segue la mia segnalazione - che non fu pubblicata.

Sant'Agata di Sessa - non dei Goti
Nella taverna dove Goethe vagheggiò Napoli e Scott alloggiò miserevolmente
Il 24 febbraio 1787 Goethe scrive nel suo diario: «Sant'Agata – la camera è fredda, ma devo raccontarti di un giorno perfetto…» descrive il viaggio attraverso Fondi e l'arrivo alla locanda a Sant'Agata con una crescente impazienza e intensità di sentimento. È palpabile il suo entusiasmo per l'avvicinarsi di Napoli. Descrive Gaeta e il fiume Garigliano. Segue la strada nelle colline, che sale e scende di nuovo «…nella valle dove giace Sant'Agata, una discreta locanda che ci ha dato il benvenuto con un fuoco allegro bruciante nel camino… tuttavia la nostra stanza è fredda ghiacciata e senza vetro alle finestre, con solo gli scuri, perciò mi affretto a finire di scrivere».
Dopo l'arrivo a Napoli la sera seguente scrive: «Abbiamo lasciato Sant'Agata all'alba… la strada correva tra le colline per scendere nella pianura di Capua e presto siamo entrati nella città di Capua dove ci siamo fermati per pranzo».
La scrittrice irlandese Lady Morgan, seguendo la stessa strada di Goethe, ci dà una descrizione della locanda di Sant'Agata: «Dopo il Garigliano la via Appia sale e si vede dipinto di viola dai raggi del sole che tramonta il Monte Falerno (La Mecca dei buontemponi) mentre si arriva a Sant'Agata. Sant'Agata è una locanda solitaria, la vera locanda del medioevo con solo poche finestre vetrate e un corridoio aperto che corre attorno ad un cortile che contiene le piccole camere da letto, spoglie e semplici come la cella di un eremita. È tuttavia un posto di pernottamento molto frequentato e si trova nel bel mezzo di uno scenario davvero incantevole non lontano dall'antica Minturnae. La prossima fermata dopo Sant'Agata è Capua».
L'itinerario è chiaro e la posizione della famosa locanda tra il Garigliano e la città di Capua è evidente. Nei libri dei viaggiatori vi sono centinaia di riferimenti a questo posto sulla via Appia ancora oggi chiamato Sant'Agata, frazione di Sessa Aurunca, che inequivocabilmente individuano il sito. Peraltro, come sarebbe possibile andare da Gaeta a Capua via Sant'Agata dei Goti? L'errore riportato dal Zaza d'Aulisio a pagina 41 dell'edizione di Caserta de Il Mattino del 4 dicembre 2008 nell'articolo “Capua - Caserta derby nel Gran Tour”, credo abbia origine in una nota sbagliata della recente edizione italiana del capitolo del libro di Dickens relativo al viaggio a Napoli, curata da Stefano Manferlotti, pubblicata da Colonnese. Anche qui la locanda presso Sessa Aurunca viene confusa con Sant'Agata dei Goti. È più che chiaro che non della civettuola cittadina sannita si tratta, ma dell'umile locanda, che Sir Walter Scott trovò immonda, sostandovi al ritorno da Napoli il 15 aprile del 1831.
Mi sia concessa una ulteriore precisazione sulla presunta parsimonia tutta scozzese di cui viene accusato Scott nell'articolo sopra citato. Nonostante l'avvicinarsi della morte, lo scrittore scozzese continuava a mostrare quella grandezza d'animo e gentilezza tutta sua anche in quei mesi di sofferenza fisica e mentale. Basti a dimostrarlo un aneddoto riportato dal suo accompagnatore a Napoli e Roma, Sir William Gell: «Non potendo visitare l'anfiteatro a Pompei, ci fermammo in una piccola taverna immediatamente adiacente. Non potendo uscire a causa del tempo, decidemmo di mangiare qui. Ebbi l'opportunità di osservare l'ospitalità che avevo sempre sentito aver contraddistinto Sir Walter e la sua famiglia, perché dopo che avevamo mangiato, invitò non solo i servi, ma tutti i poveri che si erano rifugiati nella taverna a causa della pioggia. Distribuì tutti i suoi approvvigionamenti. Questa liberalità purtroppo causò un deficit il giorno successivo in viaggio verso Paestum».

di Jonathan Esposito
(da Il Sidicino - Anno XIII 2016 - n. 2 Febbraio)

 
Mappa che mostra le ultime fermate prima dell'arrivo a Napoli - dalla “Guida per viaggiatori in Italia, da Londra a Napoli” (Handbook for Travellers in Italy, from London to Naples), un libro di successo dell'artista inglese William Brockedon (1835).
 
Tra le migliaia di schizzi lasciati al Tate Modern Gallery di Londra dall'artista romantico inglese J. M. W. Turner figura questo bel panorama di Sessa, eseguito come si legge in basso a sinistra, proprio a Sant'Agata.