Pubblichiamo il testo del lavoro presentato da Tania Di Lucca al concorso indetto nel 2005 dal Club Sidicino, che costituisce un agile e piacevole excursus di momenti ed aspetti di Teano antica. L'Autrice, che ringraziamo per averci consentito la pubblicazione, milanese poco più che trentenne, laureata in Lettere all'Università di Milano, ha già al suo attivo un notevole curriculum. Dopo aver frequentato corsi postuniversitari diu archeologia subacquea, di metodologia della ricerca archeologica e di restauro, ha collaborato a campagne di scavo a Diano Marina, ad Albintimilium (Ventimiglia) con l'Istituto di Studi Liguri; a Pompei, etc.
 
 
L'ASSOCIAZIONE
 
il Sidicino
 
Indice per autore
 
Indice Tania Di Lucca
 
 

TEANUM SIDICINUM dalle origini alla colonizzazione romana

 
di Tania Di Lucca
 
"Teanum enim quod Sidicinum vocant ex imposito vocabulo,
Sidicinorum esse monstratur
qui quindam ex Oscorum Campana gente restant".
Strabone, libro V della Geografia
 

Nella storia antica di Teano si devono considerare due periodi completamente distinti fra loro, e cioè il periodo delle origini e della piena autarchia, il periodo preromano insomma, e l'altro successivo di Teano colonia e municipio romano; così nello sviluppo preso dalla città vanno ricercati due momenti diversi che si collegano strettamente alle condizioni politiche ed economiche della città nei periodi anzidetti.
È quanto cercherò di fare nei capitoli seguenti.

Etimologia della parola Teano

Dice M. Broccoli che vi furono "molte donne famose con questo nome. Così si chiamava la moglie di Pitagora... Brotino sposò un'altra Teano... e a questa si deve unire la moglie di Antenore... e la madre di Pausania, che dice Polieno essersi chiamata Teano" e vorrebbe che con la venuta in Italia sia Enea ed Antenore, si fosse premesso il nome della moglie di questi a quello di Sidicino.
E ci ragguaglia ancora che il "Dumontier fa derivare Teanum dalla parola greca Thea, cioè spettacolo, veduta onde theatroi, che significa teatro dal verbo theaome, vedere, onde theos, Dio", e che presso le donne sabine "Theana era il titolo di dignità e denotava padrona, hera".
Non si può introdurre il discorso dulla nascita di Teano-città senza tener conto dei caratteri morfologici, tipografici e strategici del sito prescelto.
La presenza abbondante di sorgenti, la mitezza del clima, il terreno tufaceo atto allo scavo di abitazioni o ricoveri, il territorio intersecato ed inciso da torrenti e ruscelli che, esaltando la naturale fertilità delle ceneri vulcaniche, costituiscono un luogo facilmente difendibile, furono senz'altro i motivi della presenza continua e remotissima di popolazioni che, nella notte dei tempi, libere di scegliere i luoghi più privilegiati dalla natura stabilirono qui i loro domini.
Successivamente le tribù distribuite nel territorio, specie lungo il corso del Savone, a causa dell'intensificarsi dei traffici individuarono quale spazio ideale per la fondazione di un agglomerato urbano i declivi del colle dove si eleva Teano, sul quale, sfruttando appieno il favore del blocco tufaceo, era già sorto l'imprendibile oppidum.
Ma più importante e fondamentale per il luminoso sviluppo di Teano Sidicino fu la posizione che essa venne ad occupare nel contesto di ciò che ha sempre rappresentato il lussureggiante gruppo vulcanico di Roccamonfina, esploso 50 milioni di anni fa e plasmatosi, a cavallo dei profili calcarei del Massico e del pellicola, quale cerniera del Liri e dell'Alto Volturno e quale porta di accesso obbligata verso la pianura campana.
I segni inconfutabili dell'importanza storica, predestinata a Teano, si leggono numerosi nel libro del tempo: non a caso dovette arrestare la marcia di Annibale nella corsa verso Roma e inoltre vi fu suggellata, dopo venti secoli, l'Unità della Patria.
Sull'etimologia del nome sidicino furono, come già per il nome Teano, supposte radici ed origini svariate. G. Devoto supponeva che il nome Sidicino avesse un'origine ausonica e tenuto conto del carattere peculiare che questo popolo manifestò sempre in tutti i momenti più cruciali della sua esistenza, penso si debba dare credito alle ipotesi di un ignoto autore, che furono pubblicate nel volume "Il Regno delle due Sicilie descritto ed illustrato". Egli fa derivare l'origine dei Sidicini dagli "Ausoni", denominazione equivalente ad Auroni, dai quali discesero e si separarono gli Aurunci, iquali, a loro volta, si suddivisero in Aurunci e Sidicini. E che i Sidicini non sarebbero stati che Sediziosi, non però nel senso di turbolenti, ma di disertori, quali furono, ad esempio, i Bruzi rispetto ai Lucani, "perché la voce sedizione = sedicione, nello stretto senso della parola (da se per seorum ed itio) importa separazione di gente che va via".
Sidicini, dunque, ha il significato di Separati, indipendenti.

La Città antica

Teanum Sidicinum fu fondata nel IV secolo a.C. in un'area nodale per le comunicazioni tra le valli interne del Lazio meridionale, il territorio sannita e la pianura campana. Conosciamo numerosi resti archeologici a partire già dall'epoca precedente la fondazione della città quando la popolazione viveva distribuita in villaggi sparsi sul territorio ed aveva nei santuari come quelli in località Loreto e fondo Ruozzo, i propri centri di aggregazione religiosa, politica ed economica.
Il monumento meglio conservato dell'antica Teanum è il teatro che, secondo uno schema adottato anche per altri santuari italici, occupa la parte bassa dell'area sacra sulla cui sommità è situato il tempio. L'edificio fu ampliato alla metà del II secolo d.C. fino a raggiungere un diametro di 85 metri; vi si costruì una scena, riccamente decorata, dell'eccezionale altezza di oltre 24 metri.
All'età sillana sembrano doversi datare i resti della cinta muraria dell'arce, in opera quadrata, nonché strutture lungo la via latina relative a quartieri abitativi.
Ricchissimi i corredi funerari, databili all'epoca arcaica e a quella ellenistico-romana, delle necropoli scavate nelle località Torricelle e Orto Ceraso.
Il perimetro urbano è interamente individuabile, grazie alla fortificazione, alla presenza delle necropoli (località: Gradavola, Campofaro, Torricelle, Bagnonuovo, S. Amasio) ed alla conformazione stessa dei luoghi, soprattutto lungo il corso del Savone, dove il banco di tufo sovrasta di alcuni metri il corso del fiume, costituendo un baluardo naturale a difesa della città.
Tutta l'area urbana dovette essere pianificata fin dalle prime fasi della città su due orientamenti principali, come è documentato dalla posizione dei maggiori monumenti pubblici, quali il teatro, e dal rinvenimento anche nelle aree marginali, verso il Savone, di quartieri abitativi di età ellenisitica, con la relativa viabilità.
Per il geografo Strabone, vissuto in età augustea, la capitale dei Sidicini era seconda solo a Capua tra le città della Campania interna. "In mediterraneis est Capua, re vera id quod nomine eius significatur; reliquas enim si ei compares, oppia sunt, excepto Teano Sidicino quae urbs est magni nominis" (v. 249, 10). Teanum ebbe un ruolo fondamentale nel conflitto fra Roma ed i Sanniti per il controllo delle fertili pianure campane: lo scontro si risolse con la vittoria romana che costituì la premessa per la romanizzazione della zona.
La città sidicina si trovò collocata tra due colonie latine, Cales e Suessa Aurunca, ma dovette conservare la propria indipendenza politica e intrattenere con Roma rapporti di alleanza, anche se non sempre sereni. In ogni caso, l'importanza del ruolo politico ed economico giocato dalla città sin dalla sua fondazione è ben documentata dagli elementi della sua cultura materiale: le emissioni monetali, la cospicua produzione fittile, sia di elementi architettonici che di ceramica fine da mensa, la produzione scultorea, che nei rilievi funerari riesce a raggiungere risultati di spicco nella cultura artistica italica.
In età imperiale la città, che da Augusto riceve lo status di colonia, è oggetto come molte città d'Italia, di un vistoso fenomeno di interventi diretti da parte del potere centrale, i cui segni più evidenti sono la sistemazione dell'anfiteatro e l'abbellimento del teatro, dove nel terzo secolo viene ricostruita la scena con grande profusione di marmi pregiati, decorazioni architettoniche di notevoli qualità.
Il ricco territorio agricolo circostante doveva assicurare alla città non solo i beni necessari al sostentamento della popolazione, ma anche merci oggetto di esportazione a lungo raggio. Plinio il Vecchio ricorda la qualità delle olive sidicine probabilmente note nella stessa capitale. Erano inoltre celebrate le virtù salutifere delle abbondanti sorgenti di acque termali e minerali, in prossimità delle quali erano luoghi di culto frequentati sin dall'età preromana.

Le strade

Il nodo stradale di Teano era formato da sei vie.
La più antica delle strade d'Italia, la via Latina, era la principale arteria, Usciva questa a Roma dalla porta Capena, nella cinta di Servio Tullio; per Aquino, Cassino, Mignano, le Corree (bivio di Marzano), Caianello Vecchio (ove sono visibili alcuni tratti), Masseria S. lazzaro, Borgonuovo, Ponticelli, entrava in Teano dalla porta di Roma. Da qui ne usciva per il passo di Torricelle; Cales e terminava sulla riva destra del Volturno, a Casilinum.
Questa stessa via Latina aveva altre quattro diramazioni.
La prima, la più angusta, usciva da porta Roma ed attraverso la frazione Tuoro e l'eremo di Monte Altano si portava a Suessa.
La seconda, la più grande ed imponente, usciva da sud-ovest in località Campofaro ed attraverso Settevie, S. Giulianeta, le contrade Pontone, Carrano, Rio Persico, Foro Claudio, giungeva al mare di Sinuessa, non lontana dall'attuale Mondragone. La terza iniziava a sud-est della città ed attraversando la Ferriera Vecchia (ove ne esiste tuttora un tratto), Passerelle, Ponte sfondato, Riardo, Roccaromana, Statigliano, Latina, Telese, terminava in Benevento.
La quarta, partendo pur essa da sud-est, attraversava l'attuale territoriodi Marzanello, S. Felice, Raviscanina e entrava in Alife, dalla quale usciva per terminare pur essa a Benevento.
La via Adriana, infine, iniziava dall'attuale località S. Maria la Nova detta anche Madonna di Trivio a causa delle strade che qui si incontravano, ed attraverso la Prima Macchina e la Cappella dei Tre Vescovi raggiungeva Cascano e quindi l'Appia.

Lo scavo in località Orto Ceraso

Nel 1992 ha avuto inizio lo scavo in località Orto Ceraso, dove furono eseguiti i primi saggi in alcuni lotti di terreno oggetto di interventi edilizi.
L'area, già nota agli studiosi locali per la presenza di sepolcri e di resti della viabilità antica, si trova alla periferia ovest di Teano, lungo la strada che congiungeva la città sidicina a Sessa, l'antica Suessa. Proprio lungo questo percorso era collocato un monumento funerario ipogeo di età romana, oggi non più visibile, secondo l'uso consueto nell'antichità di fiancheggiare le vie principali di comunicazione alla periferia della città, di sepolture isolate o di necropoli che assumevano, con l'andare del tempo, aspetti sempre più monumentali e complessi, sia per l'affollamento delle aree disponibili, sia per le soluzioni architettoniche adottate.
All'interno della necropoli di orto Ceraso gli spazi sono organizzati secondo probabili divisioni in lotti, presumibilmente appartenenti alle diverse famiglie, come sembra evidenziato dalla presenza di percorsi interni su cui si dispongono i monumenti funerari. Circa l'estensione dei lotti e la loro proprietà non sussistono dati più precisi.
La necropoli si sviluppa a partire dal III secolo a.C. e costituisce un campione di grande importanza per lo studio del periodo di transizione tra l'età ellenistica e la diffusione del modello romano, precocemente attestato nella zona, che costituisce una cerniera geografica tra le diverse culture, magnogreca, etrusca, sannitica e laziale. Il suo impianto deve essere di poco successivo alla fondazione della città sidicina, risalente al IV secolo a.C.
I rituali attestati possono essere definiti secondo sei tipi principali, con un apparato nella maggior parte dei casi alquanto povero: ad inumazione o incinerazione in fossa terragna; ad incinerazione "a cista", ovvero con olla contenente ceneri racchiusa entro una cassetta di tegole interrata, presente in un solo caso (saggio X, tomba 52); ad incinerazione in olla sottostante una stele ad edicola; ad incinerazione in olla sepolta in fossa terragna.
Legate all'ultima fase d'uso sono le tombe con copertura di tegole "alla cappuccina" ossia accostate a forma di doppio spiovente, sia di inumati in pochi casi, sia di incinerati. Esistono poi alcuni casi isolati, di tombe dove le ceneri sono raccolte entro contenitori, costituiti da elementi ripiegati, come un grande coppo di colmo di tetto (s. X, t. 8), oppure un frammento di tufo modellato a piccola vasca (s. X, t. 749) o riutilizzando lastre e stele di monumenti precedenti (s. X, t. 107). Non sembrano esservi differenze di rituale (inumazione o incinerazione) legate a diverse cronologie, ma piuttosto una notevole varietà di soluzioni adottate nei singoli casi, spesso le incenirazioni in olla sono individuate da segnacoli, costituiti da pietre.
In linea di massima, pur nella estrema densità delle sepolture, quelle successive rispettano le precedenti, tranne in pochi casi dove le fosse più recenti hanno parzialmente danneggiato le stele o, nel caso di riutilizzo di frammenti di altri monumenti, quando l'area aveva già subito un abbandono, forse per estinzione delle famiglie che avevano avuto la prima disponibilità di lotti di terreno.
La caratterizzazione degli elementi rilevati ha consentito di individuare i percorsi interni, lungo i quali si disponevano i diversi monumenti, e la viabilità preesistente alla necropoli. Nella parte nord infatti, si è individuato il percorso di una strada in terra battuta, successivamente obliterata dall'impianto di tombe ad incinerazione in olla a copertura alla cappuccina. La strada doveva costituire il primo collegamento di teanum con Suessa, in seguito leggermente spostato a sud.
A partire dall'età repubblicana e fino a tutto il I secolo d.C. l'area è stata fittamente utilizzata per le sepolture essenzialmente ad incinerazione, mentre in tutta la necropoli le sepolture ad inumazione rappresentano solo una piccola percentuale e sono distribuite in vari periodi. Mancano tombe a cassa di tufo, presenti nei secoli V e IV a.C., nelle necropoli Gradavola, Torricelle, Bagnonuovo.
La necropoli di Orto Ceraso non ha restituito corredi particolarmente ricchi per quantità e qualità di oggetti deposti. Ricchezza ed abbondanza di questi elementi sono attestate nella città, in altre aree e per periodi precedenti come nella necropoli di Gradavola. A Roma sin dall'età arcaica si tentava di arginare il lusso e le manifestazioni eccessive in occasione dei funerali.

Lo sviluppo delle necropoli. Il monumento funerario.
Il basamento di forma quadrangolare, in opera isodomica su due assi di blocchi di tufo locale, rinvenuto nel saggio X, è pertinente con tutta probabilità ad un monumento funerario di epoca ellenistica ad edicola. Tale interpretazione è stata possibile grazie ad alcuni frammenti di cornice ed un frammento di piede di una statua di grandi dimensioni, entrambi in tufo, rinvenuti in prossimità del lato est del monumento.
Il basamento posto in un settore monumentale della necropoli, ricco di stele funerarie figurate di età ellenistica, si colloca al termine dei percorsi interni ed è allineato alla strada Teanum - Suessa. Il monumento, rispetto al resto della necropoli, rivela un alto significato simbolico e celebrativo, esaltato da forme architettoniche di ascendenze tardo-classiche ed ellenistiche. È espressione, quindi, di un personaggio, appartenente ad uno starto sociale emergente, che utilizza questo tipo di tomba per esibire il proprio prestigio e la propria condizione culturale ed economica.
I dati di scavo hanno rivelato che al basamento spetta una priorità cronologica in questo settore della necropoli: infatti la sua esistenza sembra già accertata nel III secolo a.C. in quanto condiziona in modo evidente l'orientamento di due file di olle cinerarie cronologicamente inquadrabili tra il terzo ed il primo secolo a.C. e pertanto tutte posteriori al monumento. In epoca imperiale era già in rovina, se non distrutto completamente. Intorno ad esso si dispongono, infatti, dei "busta" (cremazioni effettuate sul luogo di sepoltura) e alcune tombe ad inumazione con copertura alla cappuccina, databili tra la fine del I secolo a.C. ed il II secolo d.C., che invadono sia l'area di rispetto attorno al monumento, sia gli stessi percorsi interni.
Rimane problematico accogliere in ambiente culturale italico manifestazioni di architettura funeraria di questo tipo già nel III sexolo a.C., rendendo obbligatorio il confronto con la realtà magno-greca e in modo particolare con la situazione tarantina, che offre i principali spunti di raffronto.

Le stele
Le stele funerarie rappresentano una classe di reperti di notevole importanza perché forniscono significative testimonianze per le ricerche sulle civiltà antiche. L'origine del nome, derivato dai termini greci che significano "star dritto" oppure "alletire", "preparare" è certamente legata alla funzione pratica di riconoscimento simbolico esteriore della sepoltura come sede dello spirito del defunto, carica di valenze magico-religiose.
Il prototipo attico di stele a naikos (tempietto) viene introdotto in Occidente attraverso le colonie magnogreche e siciliote, ma nel suolo italico e principalmente campano lo schema formale ellenico viene adattato a nuove e peculiari esigenze ideologiche e di gusto.
Le stele funerarie rinvenute nell'antica Capua e nelle città circostanti di Cales, Sinuessa, Teanum Sidicinum costituiscono una elaborazione originale da cui si generano, seppure con varianti locali. i tipi di stele di epoca romana repubblicana ed imperiale romana.
In origine forse realizzate in legno o terracotta dipinta e poi scolpite nei materiali disponibili in loco (calcare del Tifata a Capua, tufo del Roccamonfina a Cales e Teanum) da artigiani locali talora di modesto livello, le stele recano un partito architettonico a bassorilievo, che racchiude la raffigurazione ad alto o bassorilievo del busto o della figura intera del defunto, nella maggior parte dei casi insieme a quella dela consorte, nel simbolico gesto della dexterarum iunctio (unione delle mani destre) e di altri componenti della famiglia.
In un registro inferiore sono talora scoltite scene di vita quotidiana o emblemi di mestiere che richiamano l'attività o l'estrazione sociale del personaggio o del gruppo in genere appartenenti al ceto medio formato da agricoltori ed artigiani.
L'epitaffio, in osco o latino, è inciso sotto il frontone e negli spazi residui e contiene, oltre che all'indicazione del nome e dell'età del defunto, anche formulari relativi all'ubicazione della tomba o all'estensione dello spazio riservato alla sepoltura dei membri del gruppo familiare, davanti o all'interno, del quale la stele è posta.
Dalle necropoli di orto Ceraso proviene un interessante gruppo di stele funerarie, esposte nel Museo assieme a due esemplari recuperati nel territorio della città antica. Realizzate nel tenero tufo locale, tranne per un esemplere eseguito in calcare (s. X, t. 107), esse recano chiari segni della lavorazione nella parte inferiore, destinata a rimanere interrata, e in quella posteriore lasciata grezza in quanto non in vista.
Delle sei stele in tufo solo due sono dedicate ad individui femminili (s. XII, t. 3). La più antica sembra quella appartenente ad un Numerius Cattius. Di poco posteriori appaiono altre due stele, con una nicchia arcuata all'interno del campo che inquadra l'immagine: il busto di un personaggio virile nella stele dedicata ad un Minculeius ed un flabello a bassorilievo nella stele di Socidia Mummia (s. X, t. 107).
Nella stele di Minculeius i tratti del volto sono organici e delineati con cura, ma è ancora in lingua e scrittura osca e con l'iscrizione retrograda incisa che ricorda un esponente di questa famiglia, attestata a Larino nel Sannio ed a Formia nella regio 1°. La stele di tufo appartenete a Socidia Mummia presnta inquadramento architettonico analogo a quello della stele di Minculeius. Nonostante l'uso della lingua latina, l'iscrizione presenta caratteri arcaici.
Caratteri latini incisi con un tratto ormai sicuro si leggono nella stele di Manius Statuleius. Il dittico alla mano sinistra può forse alludere allo stato di magistrato rivestito dal personaggio, figlio di un Maras ancora di stirpe osca, appartenente alla società ormai romanizzata di Teanum.
Affine a questa sono due stele mutile (t. 2 e t. 3 del s. XII), la prima delle quali dedicata ad un personaggio femminile vestito di tunica dalle sottili pieghe verticali e di ampio mantello.
Tutte queste stele tanto per i caratteri epigrafici che stilistici, come anche per il tipo di toga alla "greca", si possono con buona attendibilità datare tra il II e gli inizi del I secolo a.C. Di difficile interpretazione appare invece il frammento di stele in calcare riutilizzata come rivestimento della fossa della tomba 107, saggio X, raffigurante la prora di una nave con un personaggio togato.

Le urne cinerarie
Nella necropoli di Orto Ceraso dove il rito dell'incinerazione è preminente, il gruppo di urne più antiche è rapprentato da recipienti che rientrano, probabilmente, nella produzione più tarda delle cosiddette olle di tipo "kemai", appartenenti all'ultima fase della produzione della ceramica campana a figure rosse. Rispetto ai recipienti di tipo "Kemai" canonici, però gli esempleri della necropoli di Orto Ceraso sono semplificati sia nella sintassi compositiva della decorazione, alquanto corsiva e schematica, che nella scansione delle parti del vaso, meno schiacciato e privo di anse.
Sulla base dei confronti stilistici con esemplari della stessa classe e sulla scorta della datazione dei frammenti di ceramica da mensa più antica rinvenuti sui livelli di frequentazione del sito, per questo tipo di recipienti è proponibile una datazione nella prima metà del III secolo a.C. Probabilmente coevo a questi, o forse leggermente più tardo, è un gruppo di olle cinerarie con corpo molto allungato, in qualche caso bionico, con decorazione geometrica in rosso o in bruno, prodotte in un'argilla molto depurata. La decorazione realizzata sempre solo nella parte superiore del vaso, è molto semplice e con elementi simili tra loro: una o più linee.
A parte i confronti con i materiali più antichi di tradizione sub geometrica, questo gruppo di recipienti si può mettere in ralazione con i materiali simili dei siti della Campania interna e della Lucania rinvenuti in contesti di III e II secolo a.C.
Nella necropoli è attestato anche il tipo di olla, molto simile ai precedenti, in argilla chiara, molto depurata, con tracce di decorazione a fasce.
La forma dei corpi dei vasi è più armonica, leggermente allungata e con collo ed orlo più articolati rispetto agli esempleri precedenti. All'interno di due esempleri di questo titpo di cinerario (s. I, t. 1 - s. X, t. 52) sono state rinvenute monete romane di età repubblicana che permettono di datare l'uso di questa forma nel pieno del II secolo a.C.
Insieme a questi recipienti in ceramica fine è attestato nella necropoli l'uso di urne in ceramica grossolana. Si tratta di olle con corpo globulare ed orlo ingrossato a sezione triangolare presenti, seppure in modo molto sporadico, almeno dalla fine del III secolo a.C.
La tomba 50 del terzo saggio ha restituito, oltre all'urna in ceramica grezza con coperchio, anche un balsamario piriforme con collo e orlo a vernice nera ed un "askos" (vaso a forma di otre), entrambe databili alla fine del III secolo a.C. Da questa sepoltura proviene anche un'interessante set per gioco formato da due dadi di terracotta, sei pedine bianche e sei nere, che costituisce probabilmente una variante del ludus XII scriptorium (gioco dei dodici punti) che prevedeva di solito l'uso di 24 pedine, divise tra bianche e nere.
Nel corso del I secolo a.C. l'uso della ceramica figulina (molto depurata) non è più attestato nella necropoli di teano. Questi recipienti vengono definitivamente sostituiti dalle olle in ceramica grezza, molto simile a quella utilizzata per i comuni recipienti per gli usi domestici e da cucina.
Probabilmente un momento di passaggio tra queste due categorie di recipienti è rappresentato dall'olla rinvenuta sotto la stele di manius Statuleius (s. XII, t. 1), databile agli inizi del I secolo a.C. Si tratta di un'olla monoanseata in ceramica grezza, prodotta con grande cura dei particolari e l'elegante ansa tortile con attacco amicato sulla superficie esterna dell'orlo che ricorda i prototipi bronzei da cui deriva questo tipo, di cui abbiamo un esemplare.
In molti casi, come attestato in altre situazioni analoghe, viene usato comune vasellame da cucina e dispensa (quello maggiormente disponibile sul mercato e per questo più economico) che non ha uno specifico uso funerario o cultuale. A dimostrazione di come l'uso dei recipienti fosse casuale in questa epoca, resti di incinerazione sono stati ritrovati anche all'interno di una pentola, utilizzata come urna funeraria (s. X, t. 46). L'esemplare di pentola con orlo e tesa lievemente in flessa, di produzione locale, è databile tra la fine del I e la metà del II secolo d.C.
All'interno della pentola sono state ritrovate tre lucerne integre che confermano la cronologia.

Lucerne fittili
Nella necropoli sono state rinvenute circa 30 lucerne fittili, collocate nelle sepolture per accompagnare il defunto nell'aldilà. Coprono un arco cronologico che va dall'età tiberiana alla prima età severiana (30 - 225 d.C. circa). Esse appartengono a pochi tipi ben conosciuti.
Il I secolo d.C. è caratterizzato da tipi a semivolute di provenienza dell'Italia meridionale, come la lucerna della t. 37 del s. II; quella bollata su fondo esterno con una "t" a rilievo è databile fra il 30 e il 50 d.C., di fabbrica campana; i tre esemplari della t. 46 del s. X, con decorazioni a perline sulla spalla, furono prodotti non prima dell'ultimo decennio del primo secolo probabilmente a Teano.
Con il II secolo il quadro tipologico cambia poiché, tranne la lucerna della t. 28 del s. X (a semivolute e perline sulla spalla, 100 - 170 d.C., proveniente dalla Tunisia), e quella della t. 7 del s.X (con becco cuneiforme, 175 - 225 d.C.), tutti gli altri esemplari, ben 18, appartengono ai tipi a becco tondo, databili tra gli ultimi decenni del I secolo e i primi del III. Circa la metà di essi proviene dall'Italia centrale e meridionale, ma i 7 esemplari bollati sono prodotti della Tunisia.
I nomi indicano le oficine più conosciute dell'Africa romana: Caius Iunius Draco, attestato dal 120 al 200 d.C.; Junius Alexis, dal 150 al 180 d.C.; Aufidus Frontinus (?) dal 150 al 200 d.C.; C. Marcus Novius Iustus (?) dal 120 al 180 d.C. e Marcus Novius Germanicus, dalla fine del I agli inizi del II secolo.
Dai dati archeologici che ci sono pervenuti, si può dedurre che per tutto il II secolo siano intercorsi stretti rapporti fra questa area della Campania interna e la zona costiera, la cui rete di traffici si articola intorno ai porti di Minturnae, Puteoli e (probabilmente ancora in quest'epoca) Sinuessa e Volturnum, che potevano ricevere in gran quantità le merci africane e smerciarle verso l'interno. Non solo lucerne, ma soprattutto ceramica da mensa e da cucina africana.

Unguentari
Gli unguentari o balsamari fittili o di vetro rinvenuti nelle tombe contenevano i prziosi balsami e profumi che servivano ad aspergere i corpi dei defunti. La necropoli ne ha restituito un cospicuo numero, fra integri e frammentari circa un centinaio, appartenenti soprattutto all'età ellenistica (dal III al I secol a.C.) sebbene non manchino esemplari di pieno I secolo d.C. specialmente in vetro.

Elementi di corredo: la ceramica
Teano era rinomata per la sua ceramica. I vasi della fabbrica di Teano costituiscono "un gruppo a sé" in quanto caratterizzati dalla presenza simultanea della decorazione policroma con la quale la fabbrica riusciva afare dei veri capolavori. Caratteristica unica, poi, sono le mascherette a rilievo, inscritte in un cerchio posto al centro dei rosoni che abbelliscono i fondi dei piatti e delle coppe.

La ceramica a vernice nera
Negli strati di frequentazione della necropoli e come corredo in alcune tombe è stato rinvenuto del vasellame con la superficie esterna e interna a vernice nera.
La ceramica a vernice nera viene spesso denominata dagli studiosi anche "ceramica campana" in quanto la sua produzione è attestata in molti centri della campania antica. La tecnica consisteva nel ricoprire la superficie del vaso con uno strato di vernice che cotta in ambiente aossido-riducente (forni con poco ossigeno) produceva una copertura nera e lucida. La ceramica così trattata assume un aspetto iridescente che ricorda la suppellettile metallica.
Una delle caratteristiche della ceramica a vernice nera è quella di essere pressocché impermeabile a liquidi ed è per questa ragione che essa svolge funzioni di vasellame da mensa fino al I secolo a.C. quando viene gradualmente sostituita dai servizi da mensa con una vernice di colore rosso e decorati a stampo (terra sigillata).
Teano era uno dei luoghi dove la ceramica a vernice nera era prodotta già alla fine del IV secolo a.C. Conosciamo infatti alcune firme di vasai (cosa alquanta rara sui vasi di questa classe) che dopo il loro nome apponevano, in osco, la menzione del luogo di fabbricazione: upsatuh sent Tiianei (operati sunt Teani), ovvero fatti a Teano. Questi vasi presentano una decorazione a rilievo realizzata con un punzone, come in altri centri campani vicini.

Gli oggetti da toletta in metallo
La lamina rettangolare molto sottile, mal conservata, proveniente da Orto Ceraso (s. X, t. 7) può essere identificata come uno specchio (speculum). Lo specillo in bronzo (specillum) era un utensile molto semplice dagli svariati usi, soprattutto in medicina ma aveva largo uso nella cosmesi e nelle attività artigianali fra tintori e pittori. Altro utensile rinvenuto nei corredi funebri è lo strigile, oggetto tipicamente maschile che serviva a detergere il corpo dagli unguenti dopo il bagno o lo sport e poteva essere di metallo (bronzo, ferro e argento), di legno, avorio o altro.

Le monete
L'uso di deporre una moneta nelle tombe è un rito antico quasi come la moneta stessa. le prime attestazioni risalgono al V secolo a.C., ma anche nei periodi precedenti è documentato l'uso di porre nelle sepolture oggetti cui è stato riconosciuto un valore premonetale, utilizzate cioè negli scambi con la stessa funzione della moneta, per esempio oggetti di bronzo e di metallo. In epoca romana la moneta che accompagna il defunto nella tomba è quasi sempre di scarso valore, perciò ha un valore simbolico assimilabile a quello degli altri oggetti da corredo che possono caricarsi di valori legati allo status del defunto.
L'interpretazione più diffusa di quest'uso è che la moneta serva per pagare il pedaggio per il passaggio nell'Ade, che costituisca cioè l'obolo per Caronte, il traghettatore delle anime.
Nel rito dell'incinerazione la moneta viene deposta all'interno dell'urna insieme ai resti umani carbonizzati, spesso con una lucerna o un balsamario o un oggetto caro al defunto. Nel rito dell'inumazione, invece, la moneta viene posta nella bocca del defunto, oppure sugli occhi o nelle mani.
Le monete rinvenute nello scavo di orto Ceraso sono tutte in bronzo e sono databili all'età repubblicana (II secolo a.C.). Il nucleo monetale più cospicuo appartiene agli imperatori della casa Giulio Claudia ma ci sono anche monete emesse da Domiziano e Adriano.
Teano ebbe una delle migliori zecche d'Italia, dove furono coniati pezzi di alta qualità.
La monetazione teanese presenta ben ventinove emissioni conosciute, così articolate: dodici in argento e diciassette in bronzo; tutte, ad eccezione di una in bronzo a leggenda latina, sono impresse in caratteri osci.
I tipi in argento hanno al dritto la testa di Ercole imberbe; mentre al rovescio, a seconda dell'emissione, la triga condotta dalla vittoria alata, un cantharos, una cornucopia, un arco, ecc.
Le iscrizioni variano: abbiamo Tianud, Tiianud e Teanud Sidikinud.
Di quelli inbronzo vi sono sette emissioni con al dritto la testa laureata di Apollo ed al rovescio il toro androcefalo sormontato, a seconda dei casi, da stelle di varia raggiera, da una lira a quattro corde, dalla vittoria alata, ecc.; l'iscrizione è Tianud Sidikinud.
Abbiamo poi altre emissioni uguali alle precedenti, ma differenti nell'iscrizione che presenta Teanud, e una con al dritto la testa di Mercurio ed al rovescio il toro androcefalo, la scritta è Tianud Sidikinud. Questa oltre che per la sua rariratà, è importante su di un tipo, la leggenda osca va per la prima volta, anche se con consueti caratteri rivolti a sinistra, da sinistra verso destra.
L'ultimo tipo è quello con al rovescio la testa di Pallade elmata, mentre al dritto presenta un gallo, una stella ad otto raggi e la leggenda latina Tiano.

Dati di scavo e società antica
Le necropoli di Orto Ceraso offre alcuni spunti che accrescono le nostre conoscenze sui costumi socio-culturali di questa popolazione della Campania in età ellenistica e romana.
Un dato importante è dato dalla presenza di gruppi familiari individuati dalla concentrazione di due o più sepolture. Si tratta per lo più di incinerazioni, in genere con tombe alla cappuccina cui si associano una o più olle. le possibili relazioni familiari esistenti tra gruppi di individui sembrano per più di un caso attestato dall'uso di deporre il coperchio dell'olla a diretto contatto con le tegole della cappuccina. In altri casi la tomba può contenere due individui, quasi sempre un infante e un adulto. poi ci sono tombe sovrapposte, dove quella sovrastante è una cappuccina, il cui fondo copre una sepoltura a fossa con un diverso rituale, ad incinerazione nel primo caso, a inumazione nel secondo.
Un altro tipo d'informazione riguarda il modo di trattare i resti del defunto e quanto ad esso associato. In molti casi il fondo della fossa in cui veniva posta l'olla cineraria conteneva parte di resti umani cremati, frammenti di legno carbonizzato e chiodi provenienti dalla lettiga usata per la deposizione del morto sulla pira.

La prima guerra sannitica (343 - 341 a.C.)

Il racconto di Tito Livio (1) è l'unica narrazione completa che abbiamo circa l'origine e le vicende della prima guerra sannitica.
Nel IV secolo a.C. sia i Romani che i Sanniti stavano attuando una politica di espansione attorno alle terre loro limitrofe, per cui si creò un clima di guerra fredda tra i due popoli.
I Sanniti puntavano a nord alla conquista della valle del Liri, mentre a sud miravano ai territori fertlissimi della vicinia Campania. lo scontro con i Romani fu inevitabile, ma entrambi se resero conto che facendosi guerra avrebbero indebolito le loro difese facilitando così un eventuale attacco da parte delle popolazioni nemiche. Fu per questo motivo che nel 354 a.C. fu stipulato tra Romani e lega sannitica un trattato che sanciva un confine di espansione: il fiume Liri. Nessuno doveva oltrepassare quel limite, altrimenti il trattato sarebbe decaduto e si sarebbe tornati alle armi. È vero che il territorio del Liri era ancora occupato dai Volsci, ma questi erano in fase di decadenza e non costituivano. pertanto, un solido freno a una possibile espansione sannita o romana. Il conflitto scoppiò invece riguardo ad una zona su cui non c'erano accordi precedenti: la Campania settentrionale
Infatti il territorio di Teanum Sidikinum, abitato dai Sidicini costituiva per i Sanniti un punto di collegamento tra il Sannio e la Campania settentrionale: fatto che lo rendeva appetibile ad essi. Nel 343 a.C. i Sanniti iniziarono a minacciare i Sidicini, che allarmati chiesero aiuto ai Campani. Siccome non gradirono l'intromissione dei Campani, si mossero contro di loro occupando tutti i territori attorno alla città di Capua che faceva capo alla Lega campna. I campani a loro volta allarmati, chiesero l'intervento dei Romani i quali erano restii ad intervenire a causa del precedente trattato del 354 a.C., ma il timore di un ulteriore rafforzamento della Lega Sannitica indusse i Romani ad inviare l'esercito a Capua.
Iniziava così la prima guerra sannitica che vide coinvolti entrambi i consoli del 343 a.C. M. Valerio Corvo fu il primo a scontrarsi con i Sanniti e dopo una dura battaglia riuscì a sconfiggerli in territorio campano. L'altro console A. Cornelio Casso, nel tentativo di invadere il Sannio, cadde in una imboscata vicino a Saticula ma riuscì a salvarsi dalla disfatta.
Le vicende relative a questo conflitto non sono molto chiare; di certo si può affermare che esse si svolsero nel territorio limitrofo a Capua, perché nel 343 a.C. era molto probabile che i Romani potessero avere la meglio sui Sanniti in pianura piuttosto che in una zona montuosa. Poiché l'agro trebulano confinava con il territorio di Capua, è ragionevole pensare che i soldati di Trebula abbiano costituito per l'occasione una barriera difensiva o che abbiano partecipato direttamente al conflitto.
Al termine del conflitto fu ripristinato il vecchio trattato con qualche modifica. Infatti la Campania settentrionale passò sotto il controllo romano, mentre ai Sanniti fu lasciato il territorio di teano, che permetteva il controllo per l'accesso alle fertili terre della Campania.

Conclusione

Teano attraverso i secoli ha saputo amalgamare quello stato indipendente e forte e si seppe meravigliosamente difendere contro le nazioni avide e poderose per difendere la sua indipendenza.
Dalle vicende seguite è lieve concludere che quella di teano è tra le più belle pagine di storia di tutte le città dell'Italia antica, certo la più splendida tra quelle della Campania.

Tania Di Lucca
(da Il Sidicino - Anno III 2006 - n. 4/5 Aprile/Maggio)


(1) "Samnites Sidicinis iniusta arma, quia viribus plus poterant, cum intulissent, coacti inopes ad opulentiarum auxilium confugre, Campanis sese coniungunt. Campani magis nomen ad praesidium sociorum quam vires cum attulissent, fluentes luxu ab duratis usu armorum in Sidicino pulsi agro, in se deinde molem omnem belli verterunt, namque Samnites omissis Sidicinis ipsam arcem finitimorum Campanos adorti, unde aeque facilis victoria, praedae atque gloriae plus esset, Tifata, imminentis Capuae collis, cum praesidio firmo occupassent, descendunt inde quadrato agmine in planitiem, quae Capuam Tifatique interiacet, ibis rursus acie dimicatum; adversoque proelio Campani intra moenia compulsi, cum robore iuventutis suae acciso nulla propinqua spes esset, coacti sunt ab Romanis petere auxilium..." (Liv. VII - 29, 49)